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Dietro al Nobel per la Pace 2009

Dietro al Nobel per la Pace 2009

Se l’assegnazione del Nobel per la pace ha portato un coro di lodi da parte dei leader dell’Alleanza atlantica, ha anche sollevato lo scetticismo nel mondo. Invece di discutere le ragioni che potrebbero giustificare, a posteriori, questa scelta a sorpresa, Thierry Meyssan espone la corruzione del Comitato per il Nobel e i legami tra il suo presidente, Thorbjørn Jagland, e i collaboratori di Obama.

Rete Voltaire | Beirut (Libano)
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Madeleine Albright e Thorbjørn Jagland, nel corso di una riunione al quartier generale della NATO.

"Questa mattina, ascoltando le notizie, mia figlia è venuta e mi ha detto: "Papà, sei Nobel per la pace" [1]. Questa è la commovente storiella che il Presidente degli Stati Uniti ha raccontato ai giornalisti compiacenti, per dimostrare che non aveva mai desiderato questa premiazione e che è stato il primo a sorprendersi. Senza cercare più lontano, questi ultimi hanno immediatamente intitolato il loro giornali sull’"umiltà" dell’uomo più potente del mondo.

In effetti, nessuno sa cosa sorprenderà di più: l’attribuzione di un tale premio prestigioso a Barack Obama, la messa in scena grottesca che lo accompagna, o il metodo utilizzato per corrompere la giuria e dirottarne i soldi dallo scopo originale.

In primo luogo, ricordare che, secondo le regole del Comitato per il Nobel, le candidature sono presentate da parte delle istituzioni (parlamenti nazionali e accademie politiche) e da persone qualificate, soprattutto giudici e precedenti premiati. In teoria, una candidatura può essere fatta senza che al candidato sia stata notificata. Tuttavia, quando la giuria emette la sua decisione, si stabilisce un legame diretto con il premiato, per assicurare che sia informato un’ora prima dell’inizio della conferenza stampa. Per la prima volta nella sua storia, il Comitato del Nobel non ha fatto questa cortesia. Essa, ci assicura il suo portavoce, non osava svegliare il Presidente degli Stati Uniti in piena notte. Forse ignorava che i consiglieri si alternano alla Casa Bianca, per ricevere chiamate d’emergenza e svegliare il presidente, se necessario. Inoltre, il comitato del Nobel ha almeno informato il giornalista Gerhard Helsok, che alla vigilia aveva annunciato la notizia sul canale norvegese TV2.

La graziosa oleografia della bambina che annuncia il Premio Nobel al suo papà, non basta a placare il disagio causato da questa premiazione. Secondo la volontà di Alfred Nobel, il premio riconosce "la persona che [durante l’anno precedente] abbia più o meglio lavorato per la fraternità tra le nazioni, l’abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti, e per l’incontro e la diffusione del progresso per la pace". Nello spirito del fondatore, si tratta di sostegno all’azione militante e di non rilasciare un certificato di buone intenzioni a un capo di stato. I vincitori hanno, a volte, violato il diritto internazionale, dopo il ricevimento del loro premio, il Comitato del Nobel ha deciso, quattro anni fa, di premiare non un atto particolare, ma le persone che hanno con onore dedicato la loro vita alla pace. Così, Barack Obama sarebbe stato più meritevole degli attivisti per la pace nel 2008, e non avrebbe commesso alcuna grave violazione del diritto internazionale nel 2009. Per non parlare di quelle persone ancora detenute a Guantanamo e a Bagram, né degli afgani e degli iracheni che affrontano un’occupazione straniera, e che pensare degli honduregni schiacciati da una dittatura militare o dei pakistani, il cui paese è diventato il nuovo obiettivo dell’Impero?

Torniamo al fatto, a ciò che il "comunicato" della Casa Bianca e i media anglo-sassoni vogliono nascondere al pubblico: il rapporto sordido tra Barack Obama e il Comitato del Nobel.

Nel 2006, il Comando europeo (vale a dire, il comando regionale delle truppe statunitensi, la cui autorità riguardato sia l’Europa che gran parte dell’Africa) ha sollecitato il senatore d’origine keniota, Barack Obama, a partecipare ad una operazione segreta inter-agenzie (USAID-CIA-NED-NOS). Si trattava di usare il suo status di parlamentare per condurre un tour in Africa, per consentire sia la difesa degli interessi delle aziende farmaceutiche (per affrontare le produzioni senza licenza) e sia per respingere l’influenza cinese in Kenya e Sudan [2]. Solo gli eventi nel Kenya, qui ci interessano.

La destabilizzazione del Kenya

Barack Obama e la sua famiglia, accompagnati da un addetto stampa (Robert Gibbs) e da un consigliere politico-militare (Mark Lippert), arrivarono a Nairobi su un aereo speciale noleggiato dal Congresso. Il loro aereo era seguito da un secondo velivolo, questa volta noleggiato dall’esercito degli USA, che trasportava un team di specialisti in guerra psicologica, presumibilmente guidato dal generale in pensione J. Scott Gration.

Il Kenya, allora, era in pieno boom economico. Fin dall’inizio della presidenza di Mwai Kibaki, la crescita era passata dal 3,9 al 7,1% del PIL e la povertà era scesa dal 56 al 46%. Questi eccezionali risultati erano stati ottenuti riducendo i legami economici con le potenze post-coloniali anglo-sassoni, sostituiti da accordi più equi con la Cina. Per rompere il miracolo Kenyano, Washington e Londra decisero di rovesciare il presidente Kibaki e d’imporre l’opportunista fidato Raila Odinga [3]. In questa prospettiva, la National Endowment for Democracy creò un nuovo partito politico, il Movimento Arancione, e architettò una rivoluzione "colorata" per le successive elezioni parlamentari del dicembre 2007.

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Il senatore Barack Obama fece la campagna elettorale per suo "cugino", Raila Odinga.

Il senatore Obama è stato accolto come un figlio di questa terra e il suo viaggio fu iper-pubblicizzato. Interferiva nella politica locale e partecipava alle riunioni di Raila Odinga. Obama chiamava alla "rivoluzione democratica", mentre il suo "compagno", il Generale Gration, dava a Odinga un milione di dollari in contanti. Queste azioni destabilizzarono il Paese e sollevò proteste ufficiali di Nairobi presso Washington.

A seguito di questo tour, Obama e il Gen. Gration presentarono una relazione al Generale James Jones (allora capo del Comando europeo e comandante supremo della NATO) a Stoccarda, prima di tornare negli Stati Uniti.

L’operazione continuò. Madeleine Albright, in qualità di Presidente del NDI (il ramo del National Endowmement for Democracy [4], specializzato nel trattamento dei partiti di sinistra), fece un viaggio a Nairobi, dove si occupò dell’organizzazione del Movimento Arancione. Poi John McCain, in qualità di presidente della IRI (la filiale della National Endowmement for Democracy specializzata nel trattamento dei partiti di destra) completò la coalizione dell’opposizione, trattando con piccoli partiti di destra [5].

Nelle elezioni parlamentari del dicembre 2007, uno studio finanziato dall’USAID annunciò la vittoria di Odinga. Il giorno delle elezioni, John McCain disse che il presidente Kibaki aveva truccato le elezioni a favore del suo partito e che, in realtà, l’opposizione guidata da Odinga aveva vinto. La NSA, in collaborazione con gli operatori della telefonia locale, indirizzò degli SMS anonimi alla popolazione. Nelle aree popolate dai Luo (gruppo etnico di Odinga), dissere "Cari keniani, i kikuyu hanno rubato il futuro dei nostri figli ... Dobbiamo trattarli nell’unico modo che comprendono… la violenza". Mentre nelle aree popolate dai kikuyu, scrissero: "Il sangue di nessun Kikuyu innocente verrà versato. Li massacreremo fin nel cuore della capitale. Per la giustizia, creato un elenco di Luo che conoscete. Vi invieremo i numeri di telefono durante la trasmissione di tali informazioni." In pochi giorni, questo tranquillo paese sprofondò nella violenza settaria. I disordini provocarono oltre 1000 morti e 300000 sfollati. 500000 posti di lavoro furono persi.

Madeleine Albright, di ritorno, si offrì di mediare tra il Presidente Kibaki e l’opposizione che cercava di rovesciarlo. Con finezza, lei si allontanò e mise avanti il Centro di Oslo per la pace e i diritti umani (Oslo Center for Peace and Human Rights). Il consiglio di amministrazione di questa rispettata ONG era ora presieduta dall’ex primo ministro della Norvegia, Thorbjørn Jagland. Rompendo con la tradizione di imparzialità del Centro, inviò due mediatori sul posto, tutte le spese furono a carico del NDI di Madeleine Albright (vale a dire in ultima analisi, del bilancio del Dipartimento di Stato USA): un altro ex primo ministro norvegese, Kjell Magne Bondevik, e l’ex segretario generale, Kofi Annan (il ghanese è assai presente negli Stati scandinavi, da quando ha sposato la nipote di Raoul Wallenberg).

Obbligato, per ripristinare la pace civile, ad accettare i compromessi che gli imposero, il presidente Kibaki s’impegnò a creare la carica di primo ministro e di affidarla a Raila Odinga. Questi cominciò subito a ridurre gli scambi commerciali con la Cina.

Piccoli doni tra amici

Se l’operazione del Kenya si ferma lì, la vita dei protagonisti continua. Thorbjørn Jagland negoziò un accordo tra la National Endowment for Democracy e il Centro di Oslo, che fu formalizzato nel settembre 2008. Una fondazione collegata fu creata ad Minneapolis, permettendo alla CIA di sovvenzionare indirettamente l’ONG norvegese. Essa agisce per conto di Washington in Marocco e, in particolare, in Somalia [6].

Obama fu eletto presidente degli Stati Uniti. Odinga dichiarò alcuni giorni di festa nazionale in Kenya, per festeggiare il risultato delle elezioni negli Stati Uniti. Il generale Jones divenne consigliere per la sicurezza nazionale. Assunse Mark Lippert come Capo di gabinetto e, come suo Vice, il Generale Gration.

Durante la transizione presidenziale negli Stati Uniti, il presidente del Centro di Oslo, Thorbjørn Jagland, fu eletto presidente del comitato Nobel, nonostante il rischio che un tale politico astuto rappresenta per l’istituzione [7]. La candidatura di Barack Obama al Nobel per la pace fu presentata entro, e non oltre, il 31 gennaio 2009 (termine regolamentare [8]), dodici giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Vivaci dibattiti animarono la commissione, che, ai primi di settembre, non giunse ad accordarsi su un nome, come previsto dal calendario regolare [9]. Il 29 settembre, Thorbjørn Jagland fu eletto Segretario Generale del Consiglio d’Europa, a seguito di un accordo dietro le quinte tra Washington e Mosca [10]. Questo buon metodo ne chiedeva un altro in cambio. Sebbene l’adesione al Comitato per il Nobel sia incompatibile con un esecutivo politico importante, Jagland non si dimise. Egli sostiene che lo spirito del regolamento vieta l’accumulo con un incarico ministeriale, e non dice nulla del Consiglio d’Europa. Rientrò quindi a Oslo, il 2 ottobre. Lo stesso giorno, il comitato nominò il Presidente Obama, Premio per la Pace 2009.

Nella sua dichiarazione ufficiale, il comitato ha detto, senza ridere: "E’ assai raro che una persona come Obama sia riuscita a catturare l’attenzione di tutti e a dar loro la speranza per un mondo migliore. La sua diplomazia si basa sul concetto che chi guida il mondo deve farlo su una piattaforma di valori e atteggiamenti condivisi dalla maggior parte degli abitanti del pianeta. Per 108 anni, il Comitato del Nobel ha cercato di stimolare questo tipo di politica internazionale e quei passi di cui Obama è il principale portavoce" [11].

Da parte sua, il fortunato vincitore ha detto: "Apprendo la decisione del comitato Nobel con sorpresa e profonda umiltà (...) voglio accettare questo premio come un invito all’azione, un invito a tutti i paesi perché prendano posizione di fronte alle sfide comuni del XXI secolo". Quindi questo uomo "umile" ritiene di incarnare "tutti i paesi". Cosa che non fa presagire nulla di pacifico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[1] «Remarks by Barack Obama on Winning Nobel Peace Prize», Voltaire Network, 9 octobre 2009.

[2] Per i dettagli di questa operazione, vedere Le Rapport Obama, di Thierry Meyssan, di prossima pubblicazione.

[3] Raila Odinga è figlio di Jaramogi Oginga Odinga, che ebbe come principale consigliere per la politica, il padre di Barack Obama.

[4] «La NED, nébuleuse de l’ingérence "démocratique"», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 22 janvier 2004.

[5] In precedenza gli Stati Uniti avevano creato un loro partito in Kenya, guidato da Tom Mboya. Si trattava, in quel momento, di lottare contro l’influenza russa e, di già, cinese.

[6] Il Centro di Oslo ha anche partecipato alla destabilizzazione dell’Iran, durante le elezioni presidenziali, canalizzando i fondi per l’ex presidente Khatami.

[7] Vicepresidente dell’Internazionale socialista, Thorbjørn Jagland è un forte sostenitore della NATO e dell’ingresso della Norvegia nella Unione europea. Frequenta l’elite global e ha partecipato ai lavori del Council on Foreign Relations, della Commissione Trilaterale e del Bilderberg Group. Il suo bilancio politico è stato segnato da diversi scandali di corruzione che coinvolgono la sua famiglia, compreso il suo amico e ministro per la Pianificazione, Terje Roed Larsen (il coordinatore attuale dei negoziati delle Nazioni Unite in Medio Oriente).

[8] 205 domande sono state depositate. Ma solo in conformità con il regolamento, 199 sono state ritenute ammissibili. Raggiunta questa cifra, il Comitato del Nobel non ha avuto la possibilità di aggiungere dei nomi supplementari nelle sue deliberazioni.

[9] Il premio doveva essere aggiudicato il 9 ottobre. Per motivi organizzativi, il vincitore dovrebbe essere trovato entro il 15 settembre.

[10] Anche se gli Stati Uniti non sono membri del Consiglio d’Europa, hanno una grande influenza. Mosca non tifava per Jagland, ma l’ha voluto per contrastare il polacco Cimoszewicz.

[11] «Nobel Committee on Awarding of Peace Prize to President Obama», Voltaire Network, 9 octobre 2009.

<span lang='fr'>Thierry Meyssan</span>

Thierry Meyssan Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

 
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