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Il Trattato di Lisbona o la fine del sogno europeo

Il Trattato di Lisbona o la fine del sogno europeo

Invece di risolvere i problemi dell’Unione europea, il trattato di Lisbona ha aumentato la confusione istituzionale già esistente. L’attuale Comissione amministrativa è stata dotata di un presidente insignificante e di un’ Alta rappresentante non carismatica. Per di più, l’Unione non ha una politica comune coerente, sia nel campo finanziario che in quello della politica estera. Non si può che constatare che si tratta di una struttura pesante e vuota. In questo senso, l’Unione europea sta covando la sua propria morte, come osserva il diplomatico Pierre Charasse.

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Herman Van Rompuy, Fredrik Reinfeldt, Jose Manuel Barroso, Catherine Ashton

Il Trattato di Lisbona che è da poco entrato in vigore nei 27 paesi dell’UE è il punto culminante di mezzo secolo di costruzione europea, finalmente approvato dopo il rifiuto dei cittadini francesi e irlandesi della mal chiamata “Costituzione Europea”. Il Parlamento Europeo il 9 febbraio ha ratificato i nuovi membri della Commissione Europea come previsto dal Trattato. Sfortunatamente, il risultato di questo lungo e penoso processo di costruzione istituzionale cristallizza una situazione di ingovernabilità e di forte perdita dell’influenza dell’Europa nel mondo. Vale la pena di ricordare come siamo arrivati a questa situazione.

Mentre il Mercato Comune Europeo si costituiva con sei paesi, dopo con nove, 12, 15, la questione di fondo delle istituzioni e della natura giuridica sovranazionale o no di questa associazione di paesi, è stata sempre rimandata a dopo. La questione si è complicata con l’entrata di 10 nuovi membri. In questo contesto bisognava dare all’UE istituzioni chiare, efficaci e democratiche accanto o al di sopra dei 27 governi con interessi diversi. La quadratura del cerchio!

Dopo anni di ardue negoziazioni nacque il Trattato di Lisbona, con il quale l’UE avrebbe avuto finalmente un presidente del Consiglio Europeo stabile per due anni e mezzo, un ministro degli Affari Esteri, a sua volta vicepresidente della Commissione Europea ed un Parlamento con più poteri. Lodevole intenzione! Ma i capi di Stato hanno scelto uno sconosciuto, senza legittimità democratica nè peso politico, il belga Herman Von Rompuy.

Mentre, le presidenze semestrali continuano come prima ed il presidente di turno in questo semestre, lo spagnolo Jose Luis Zapatero, non è disposto a lasciare il primo ruolo ad un funzionario di Bruxelles senza carisma, nè al presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso. Situazione rara, a tal punto che il presidente Obama non andrà al summit semestrale USA-UE a Madrid, perché non ha un “alter ego” alla sua altezza, oltre a considerare che non c’è molto da parlare con gli europei.

Uno schiaffo per l’Europa

Parallelamente alla faticosa istituzionalizzazione dell’UE, l’entrata di nuovi membri dell’Europa Centrale e Orientale ha cambiato profondamente la relazione delle forze interne. In tutta Europa, nell’ultimo decennio i processi elettorali hanno favorito la destra, la sinistra è entrata in crisi e al posto di opporsi al modello neoliberale lo ha accettato in nome della “modernità”. Di modo tale che i politici di tutti i colori hanno lanciato offensive contro il ruolo regolatore dello Stato (in nome di “una libera competizione senza distorsioni” prevista in un’aggiunta al trattato) ed hanno lasciato i tecnocrati smantellare piano quello che era la forza e l’esempio del modello europeo, cioè, un mercato regolato da stati protettori dei cittadini. Adesso la carica va contro i sistemi pensionistici per ripartizione, accusati di aumentare scandalosamente il deficit pubblico. I governi pretendono che il “vecchio” sistema di solidarietà inter-generazionale è insostenibile (ma non è facile dimostrare il contrario) e con l’aiuto di ideologi fondamentalisti dell’OCDE impulsano nuovamente i fondi di pensione, come se la crisi finanziaria del 2008-2009 non avesse colpito milioni di piccoli risparmiatori.

In quanto al ruolo internazionale dell’UE, molti europei della “vecchia Europa” hanno creduto che con la caduta dell’Unione Sovietica un nuovo mondo multipolare avrebbe sostituito il mondo bipolare, e che l’UE sarebbe l’attore principale mondiale di peso. Questo desiderio non si è compiuto. Gli USA non potranno permettere che i suoi stessi alleati favoriscano tale prospettiva contraria alla loro volontà di egemonia mondiale, ed al contrario speravano da loro chiari segni di sottomissione. Questo movimento di avvicinamento “naturale” è diventato esplicito dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001. Nella loro “Strategia Europea della Sicurezza” adottata dai capi di Stato nel 2003, l’ UE fece sua la visione statunitense del mondo, semplicista, mettendosi dalla parte del “bene” contro il “male”, giustificando le “guerre preventive” in un mondo affrontato da “minacce globali”. I governi europei, nella loro maggioranza, hanno osservato un silenzio complice su gravissime questioni come Guantanamo, l’uso della tortura (alcuni hanno autorizzato i voli segreti della CIA), le restrizioni alle libertà individuali o le violazioni ai diritti umani da parte di Israele (paese considerato come pilastro del blocco occidentale e quasi membro dell’UE).

In Francia, la destra gaullista ha resistito fino ad un certo punto, e l’ultima manifestazione di disaccordo con gli statunitensi fu esposta con brio dal cancelliere Dominique de Villepin nel suo memorabile discorso nelle Nazioni Uniti contro l’invasione in Iraq. Ma il presidente Sarkozy, quando arrivò alla presidenza nel 2007, annunciò la fine di 40 anni di tradizione gaullista di indipendenza nazionale con il ritorno della Francia “nella famiglia occidentale” e nella struttura militare della NATO. Infatti, il Trattato di Lisbona segnala chiaramente che la NATO è il quadro nel quale si organizza la difesa europea, e con questo gli Stati Uniti è riuscito ad ottenere l’obiettivo che aveva sempre avuto con l’aiuto della Gran Bretagna, di legare i paesi dell’Europa all’ovest e sud della Russia in un solo blocco politico- economico- militare dominato da loro. Non c’è spazio per le discrepanze, come lo mostrano le grossolane pressioni di Washington sul Parlamento Europeo per ottenere nei prossimi giorni la ratifica di un accordo di cooperazione antiterrorista leonino, al quale si oppongono la maggior parte degli eurodeputati.

In conformità con il Trattato di Lisbona, i capi di Stato hanno nominato la baronessa Catherine Ashton “alta rappresentante” del Consiglio Europeo per gli Affari Esteri e vicepresidente della Commissione Europea. La sua apparizione di fronte al Parlamento Europeo ha sorpreso tutti i banchi per la sua mancanza di visione e di ambizione per l’Europa. Lady Ashton (come si è ricordato ha appoggiato la guerra in Iraq) ha enfatizzato la cooperazione con gli Stati Uniti e la NATO. Incapace di spiegare quali sarebbero gli obiettivi dell’UE in Afghanistan, le sue risposte furono evasive.

Non sembrava essere al corrente del prossimo summit UE-America Latina di aprile a Madrid. Sulle relazioni con Cuba, la vicepresidente, ha ribadito la sua preoccupazione per i diritti umani. Non ci sarà cambio nella “posizione comune” imposta da Aznar 13 anni fa senza consultare probabilmente a…..Washington! In quanto al futuro servizio diplomatico europeo sotto la sua responsabilità, la confusione è totale a Bruxelles. Ma nonostante questo, il Parlamento ha approvato la candidata.

Sul piano finanziario, la BCE è totalmente autonoma e non risponde ad un “governo unico” alcuno. Le tensioni non mancano tra il presidente della BCE, il commissario dell’Economia ed il presidente dell’”eurogruppo”, ognuno rivendica di essere “Mister Euro”: la mancanza di una leadership politica della zona euro mette a rischio la sua credibilità quando paesi come la Grecia, Spagna e Portogallo si scontrano con le loro prime crisi della “fortezza” euro. Il summit di Copenaghen sul cambiamento climatico ha messo in rilievo che l’UE come blocco non gioca nel cortile dei grandi. Dopo aver preso posizioni abbastanza forti sul tema dell’ ambiente nei mesi precedenti, l’UE è sparita dallo scenario, lasciando i “tenori” Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Gordon Brown mettersi d’accordo con alcuni paesi del G-20 per presentare come un passo positivo il “non accordo” proposto da Obama. Nella ricomposizione del mondo che cominciò a Pittsburgh e Copenaghen, l’UE ha rinunciato al suo possibile ruolo di ponte tra civiltà, ed ha preferito affermare la sua appartenenza ad un blocco occidentale euro atlantico sempre più discusso.

L’Europa politica è morta a Lisbona, ed il sogno europeo è finito.

De profundis ad te Domine.

Fonte
La Jornada (Mexique)
#La Jornada (Messico)

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

L’articolo è su licenza Creative Commons

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