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LOPPSI 2: il Patriot Act francese

LOPPSI 2: il Patriot Act francese

Il Parlamento francese ha appena adottato una nuova legge-guazzabuglio che riporta nel diritto francese varie misure del Patriot Act degli USA. Per il sociologo Jean-Claude Paye, l’inefficacia del vasto sistema di sorveglianza progressivamente messo in atto attesta che la sua finalità reale è diversa da quanto annunciato. Le società occidentali evolvono verso un modello “infantile”, dove il solo fatto di porsi sotto lo sguardo avvolgente del potere, genera un senso di sicurezza.

Rete Voltaire | Bruxelles (Belgio)
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La legge francese “LOPPSI 2”, Legge di Orientamento e di Programmazione per la Sicurezza Interna, è stata definitivamente adottata l’8 febbraio scorso [1]. Il testo presenta delle forti somiglianze con il Patrioct Act statunitense, votato immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Entrambe le leggi si presentano come un “calderone” sulla sicurezza, un insieme di misure diverse volte a ridurre le libertà fondamentali e contenenti riforme importanti destinate ad assicurare il controllo della Rete.
Il Patrioct Act anticipa le leggi francesi. Esso instaura, dal 2001, tutta una serie di disposizioni che saranno presenti in Francia per un decennio, come l’installazione legale di trojan horses nei computers, la criminalizzazione del cybercrime o l’infiltrazione delle forze di polizia nel commercio elettronico.

In un primo momento, dalla sua promulgazione nel 2001, il Patrioct Act si inserisce in uno stato di emergenza. Si presenta come un modo per fronteggiare uno stato di guerra: la “guerra al terrorismo”. Al fianco di misure già permanenti, sono state emanate numerose disposizioni per un periodo di quattro anni. E’ solo nel 2006, durante il loro processo di rinnovamento, che la maggior parte di queste ultime diventeranno permanenti [2]. Solamente le più contestate saranno di nuovo emanate per un ulteriore periodo di quattro anni. In seguito, con la presidenza Obama, saranno rinnovate di anno in anno.

La legge francese chiamata LOPPSI 2, si inserisce, a sua volta, direttamente in un contesto di permanenza. Tutte le sue misure valgono per un periodo indeterminato. Non devono essere rinnovate in quanto non sono limitate nel tempo. Il principale riferimento di questa legge non è più l’immagine della guerra al terrorismo ma direttamente quella di uno stato di emergenza, mostrato dallo Stato, al fine di difendersi dalla propria popolazione. La legge mescola misure generali di sorveglianza e di repressione delle libertà individuali di tutti i cittadini con disposizioni che stigmatizzano categorie particolari della popolazione, come i precari o anche i giovani.

I Trojan Horses

Con il pretesto della lotta contro la “criminalità organizzata”, la LOPPSI 2 prevede la possibilità, previa autorizzazione di un giudice, di piazzare, all’insaputa dell’utilizzatore, un dispositivo che registra le sequenze di tasti o gli screenshots. Il sistema permetterà ad ogni modo di conservare tutte le infrazioni occorse nell’ambito della sorveglianza, anche se esse non riguardano fatti rilevanti nell’ambito della criminalità organizzata. I dispositivi possono essere installati, sul posto o da remoto, per un periodo rinnovabile di otto mesi. Per piazzare queste “spie”, gli investigatori hanno il diritto di introdursi nel domicilio o nel veicolo della persona sospettata, a sua insaputa e, se necessario, di notte. La legge, in effetti, annulla le tutele costituzionali riguardo alla privacy.

Il filtraggio della Rete

La legge prevede allo stesso modo un sistema di filtraggio dei siti internet che diffondono immagini di minori di natura “chiaramente pornografica”. Senza bisogno dell’intervento di un giudice, la legge dà ad un’autorità amministrativa, l’Ufficio Centrale per la lotta alla criminalità, la possibilità di privare questi siti dell’accesso ad internet. Tuttavia l’amministrazione può fare appello al giudice riguardo a siti con contenuti “chiaramente non pornografici” [3]. Presentata come una limitazione dei poteri dell’esecutivo, tale disposizione ha infatti una conseguenza perversa: permette di estendere il filtraggio a contenuti che non sono manifestamente di natura pedofila. Tale è l’obiettivo di questo articolo. Una volta che il principio del blocco è adottato, è sufficiente estendere progressivamente il campo dei siti filtrabili, come è stato fatto per la banca dati nazionale del DNA. La legge crea una scappatoia che prelude ad altri motivi di blocco. Un semplice emendamento alla LOPPSI permetterebbe di includere siti che non rispettano i diritti d’autore.

La “cybercriminalità”

La LOPPSI stabilisce una serie di reati specifici esercitati in Rete. Viene creato il reato di uso fraudolento, su una rete di comunicazioni elettroniche, dell’identità dell’individuo o di dati personali “al fine di turbare la sua tranquillità o di attentare al suo onore o alla sua considerazione”. Le sanzioni previste per la contraffazione di coordinate bancarie, metodi di pagamento e merce da parte di bande criminali su internet sono più pesanti, fino a dieci anni di reclusione e un milione di euro per uso fraudolento dei mezzi di pagamento.
La creazione del reato di furto d’identità dovrebbe favorire un netto aumento dell’attività della “piattaforma PHAROS” (Piattaforma di Armonizzazione, Analisi, Recupero e Orientamento dei Segnali) che permette, dal gennaio 2009, nell’ottica di un piano d’azione del governo contro “la criminalità su internet” la denuncia on line alle forze di polizia dei contenuti dei siti che costituiscono motivo di incriminazione. Queste segnalazioni, attualmente nell’ordine di più di un migliaio al mese, sono poi trattate dall’OCLCTIC (Office Central de Lutte contre la Criminalité liée aux Technologies de l’Information et de la Communication).

L’interconnessione dei files

Questa legge coordina i files denominati “storia” [4], come STIC e JUDEX, che contengono “dati personali” riguardanti le persone sospettate di aver preso parte a crimini, reati o contravvenzioni di 5° classe. Il testo della legge prevede che le sentenze di assoluzione o proscioglimento portino ad una cancellazione dei dati personali, “salvo che il Pubblico Ministero ne decreti il loro mantenimento per ragioni legate alle finalità del file”. La legge gli dà anche la possibilità di cancellare i dati personali o di lasciarli in essere in caso di archiviazione o nolle prosequi.
L’articolo 10 permette anche l’utilizzo di sistemi di “analisi in serie”, controlli incrociati di informazioni su dati accessibili, disponibili su internet, con dati sensibili come IP o numero di telefono. Si tratta di informazioni a carattere personale riguardanti persone sospettate di essere autori o complici di crimini o reati, ma anche riguardo vittime o semplicemente persone in grado di fornire informazioni.
Quanto ai cosiddetti files “di riavvicinamento”, essi permetteranno di incrociare i dati personali raccolti in differenti indagini, senza limiti in termini di gravità delle infrazioni commesse.

Big Mother

A prima vista, la legge è illeggibile. Si presenta come un guazzabuglio, una collezione di misure disparate, che vanno dalla creazione di files su tutti i cittadini alla legalizzazione dei cookies, alla criminalizzazione degli squatters alla possibilità di imporre il coprifuoco per i ragazzi di 13 anni. Tuttavia c’è una forte coerenza tra le differenti disposizioni, non tanto sull’oggetto su cui poggiano i diversi articoli, quanto su ciò che riguarda le intenzioni del potere. I reati creati non hanno altro scopo che essere un mezzo dello sguardo del governo, un supporto all’immagine mediatica di insicurezza e del suo alter-ego, la sicurezza.
La criminalizzazione degli squatters, dei viaggiatori, degli stranieri irregolari o semplicemente dei giovani, sottintende che ogni forma di esistenza che non sia strettamente controllata è pericolosa. Viene anche indotto che la sicurezza risiede in un abbandono totale al governo e alle sue iniziative, ai suoi files, alle sue perquisizioni informatiche e all’impunità giudiziaria per i suoi agenti.

Non per niente la legge opera uno slittamento semantico, sostituendo la parola “videosorveglianza” con “videoprotezione”. Questo però non è destinato ad ingannarci. Non si tratta di un’operazione ideologica nel senso abituale del termine. Si inserisce, al contrario, nella trasparenza, quella delle intenzioni del governo, quella della Big Mother e del suo governo di fusione. Così la sicurezza, la protezione accordata consistono sia nell’essere sotto l’occhio delle telecamere di sorveglianza diffuse dalla LOPPSI 2, sia nella conservazione di tali riprese negli archivi della polizia, anche se si è stati assolti dai giudici. Lo scopo di questi archivi non è quello di stabilire una sorveglianza della popolazione. Un’inchiesta della Commissione Nazionale in materia di Protezione dei Dati ha svelato, nel 2008, che i files negli archivi della polizia contenevano l’83% di errori. L’obiettivo è tutt’altro, si tratta di intimarci a consegnare la nostra sicurezza nelle mani del potere e rinunciare ad ogni diritto alla privacy.

Rimanere intrappolati nello “sguardo” del potere

La LOPPSI 2, come il suo equivalente statunitense Patriot Act, opera un capovolgimento del sistema giuridico. Si tratta all’inizio di applicare alla popolazione procedure che, un tempo, erano utilizzate solo nei confronti di agenti di potenze ostili. Si tratta poi di iscrivere tali misure nel diritto, in modo da ottenere il consenso della popolazione ad abbandonare la loro esistenza. In entrambi i casi, la costruzione giuridica è simile. La legge registra l’assenza di limiti al potere esecutivo, rovesciandone il ruolo tradizionale.
La LOPPSI 2 è illuminante per cogliere questo mutamento, in particolare riguardo alla costituzione dei files “storia”. L’assoluzione da parte di un tribunale non implica automaticamente la cancellazione dei dati nei files. La cancellazione dipende unicamente dalla decisione arbitraria del Pubblico Ministero. Questo ci dice che la finalità dei files non è la sorveglianza della popolazione. Ci conferma ciò che veniamo a sapere da un’indagine della CNIL (Commissione Nazionale in materia di Protezione dei Dati) [5]: in questi ultimi 3 anni più di un milione di persone sono ancora contrassegnate come “sospette”, anche se sono state depennate a livello giudiziario [6].

Anche in questo caso non si tratta di sorvegliare la popolazione ma di instillarvi il sentimento che essa non abbia alcuno spazio di manovra di fronte all’arbitrio del potere e al modo in cui ognuno viene identificato. La LOPPSI non è, come viene spesso scritto, la manifestazione di una società di sorveglianza, ma bensì quella di una “società scopica” (dal greco skopeo, che indica un guardare mirato, n.d.t.), una società che ci imprigiona dentro lo sguardo del potere, a cui l’individuo deve identificarsi al fine di assicurarsi la propria protezione. L’insicurezza risulta allora dall’essere dietro a questo sguardo, per esempio dall’essere fuori dall’occhio delle telecamere. La sfida non è di identificare criminali o “persone a rischio”. Si tratta di fare accettare ai cittadini che il potere ha la capacità di identificarli, di disporre delle loro esistenze e che essi non hanno nessuna possibilità di ricorso contro questo stato di cose.

Traduzione di Ale Baldelli.

[1] « Projet de loi d’Orientation et de programmation pour la performance et la sécurité intérieure », testo adottato n° 604, 8 febbraio 2011.

[2] « De l’état d’urgence à l’état d’exception permanent », di Jean-Claude Paye, Réseau Voltaire, 29 marzo 2008.

[3] « La Loppsi revient à l’assemblée nationale, les amendements bloqués », di Marc Rees, Numera.com, 3 novembre 2010.

[4] Articolo 2 della LOPPSI 2.

[5] « En 2008, la CNIL a constaté 83% d’erreurs dans les fichiers policiers », di Jean-Marc Manach, Bug Brother, 21 gennaio 2009.

[6] « Le quart des 58 fichiers policiers est hors la loi », di Jean-Marc Manach, Bug Brother, 19 settembre 2009.

L’articolo è su licenza Creative Commons

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