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Le dimissioni dell’ammiraglio Fallon rilanciano le ostilità in Iraq

Contrariamente a quello che è stato scritto sulla stampa dominante, l’ammiraglio William Fallon non è stato silurato perché si opponeva al presidente Bush a proposito di un attacco contro l’Iran. Egli si è dimesso di propria iniziativa dopo che l’accordo che aveva negoziato e concluso con Teheran, Mosca e Pechino era stato sabotato dalla Casa Bianca. La scelta dell’amministrazione Bush rilancia la guerra in Iraq ed espone gravemente i GI’s di fronte ad una Resistenza ormai sostenuta dall’estero senza riserve.

| Beirut (Libano)
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Erano circa le 22 di martedì 11 marzo 2008, quando il comandante in capo del Centro Comando, l’ammiraglio William Fallon,annunciava dall’Iraq di aver presentato le sue dimissioni. Immediatamente a Washington, il segretario alla Difesa, il suo amico Robert Gates, in un’improvvisata conferenza stampa, dichiarava di accettare con rammarico tale decisione. Nei minuti successivi, si diffondeva in tutto il mondo la voce di un possibile attacco statunitense contro l’Iran. In effetti, le dimissioni dell’ammiraglio sarebbero state pretese dalla Casa Bianca in seguito alla pubblicazione di un reportage dal mensile Esquire [1] contenente affermazioni « franche » dell’ufficiale a proposito del presidente Bush. Nello stesso articolo, si poteva leggere che un licenziamento dell’ammiraglio sarebbe stato l’ultimo segnale della guerra.

Eppure, questa interpretazione è erronea. Essa ignora l’evoluzione del rapporto di forza a Washington. Per capire che cosa c’è in gioco, torniamo un attimo indietro. I nostri lettori, regolarmente informati su queste colonne dei dibattiti in corso a Washington, si ricorderanno delle minacce di dimissioni di Fallon [2], della ribellione degli ufficiali superiori [3], dei retroscena di Annapolis [4] e dell’infiltrazione della NATO nel Libano [5] che per primi abbiamo riferito ; rivelazioni che sono state contestate alla loro pubblicazione e che oggi sono largamente attestate. In questa sede, aggiungeremo delle informazioni inedite sui negoziati condotti da Fallon.

Il Piano Fallon

Mentre inizialmente l’establishment statunitense aveva approvato l’entrata in guerra contro l’Iraq nella speranza di trarne sostanziosi profitti economici, progressivamente arrivava a più miti pretese. Tale operazione genera smisurati costi, diretti e indiretti, ma non rende che a pochi. Dal 2006, la classe dirigente si è preoccupata di mettere fine a questa avventura. Essa ha contestato l’eccessivo spiegamento di truppe, il crescente isolamento diplomatico e l’emorragia finanziaria. Tutto ciò trovava la sua espressione nel rapporto Baker-Hamilton che condannava il progetto di rimodellare il Grande Medio Oriente e preconizza un ritiro militare dall’Iraq, coordinato con un riavvicinamento diplomatico con Teheran e Damasco.

Sotto questa amichevole pressione, il presidente Bush era costretto a silurare Donald Rumsfeld e a sostituirlo con Robert Gates (anche lui membro della Commissione Baker-Hamilton). Veniva messo in piedi un gruppo di lavoro bipartisan — la Commissione Armitage-Nye — per definire una nuova politica in modo consensuale. Ma il tandem Bush-Cheney non aveva rinunciato ai suoi progetti e utilizzava questo gruppo di lavoro per addormentare i suoi rivali, continuando ad affilare le sue armi contro l’Iran. Tagliando corto con queste manovre, Gates dava carta Bianca ad un gruppo di ufficiali superiori che aveva frequentato all’epoca di Bush padre. Essi pubblicavano, il 3 dicembre 2007, un rapporto delle agenzie di intelligence che screditava il falso discorso della Casa Bianca sulla presunta minaccia iraniana. Inoltre, essi tentavano di imporre al presidente Bush un riequilibrio, a detrimento di Israele, della sua politica vicino-orientale.

L’ammiraglio William Fallon esercita un’autorità morale su questo gruppo — che include l’ammiraglio Mike McConnell (direttore nazionale del servizio segreto), il generale Michael Hyden (direttore della CIA), il generale George Casey (capo di stato maggiore dell’esercito di terra) e, in seguito, l’ammiraglio Mike Mullen (capo di stato maggiore inter-armi)—. Uomo di sangue freddo, dotato di una brillante intelligenza, egli è uno degli ultimi grandi capi delle forze armate ad aver prestato servizio nel Vietnam. Preoccupato dalla moltiplicazione dei teatri operative, dalla dispersione delle forze e dall’esaurimento delle truppe, ha apertamente contestato una classe dirigente civile la cui politica non può condurre gli Stati Uniti che alla sconfitta.

Nel prolungarsi di tale ribellione, questo gruppo di ufficiali superiori veniva autorizzato a negoziare un’onorevole via di uscita dalla crisi con l’Iran e a preparare un ritiro dall’Iraq.

Secondo le nostre fonti, essi avevano ideato un accordo che comprendeva n tre elementi :

1. Gli Stati Uniti avrebbero fatto adottare dal Consiglio di Sicurezza un’ultima risoluzione contro l’Iran per non perdere la faccia. Ma tale risoluzione sarebbe stata priva di sostanza e Teheran si sarebbe uniformata.

2. Mahmud Ahmadinejad si sarebbe recato in Iraq dove avrebbe affermato gli interessi regionali dell’Iran. Ma il viaggio sarebbe stato puramente simbolico e Washington non si sarebbe opposta.

3. Teheran avrebbe usato tutto il peso della sua influenza per normalizzare la situazione e per far passare dalla resistenza armata all’integrazione politica i gruppi armati che essa sostiene. Questa stabilizzazione avrebbe permesso al Pentagono di ritirare le sue truppe senza sconfitta. In contropartita, Washington avrebbe smesso di sostenere i gruppi armati dell’opposizione iraniana, in particolare i Mujahidin del popolo.

Sempre secondo le nostre fonti, Robert Gates e questo gruppo di ufficiali, inquadrati dal generale Brent Scowcroft (ex consigliere nazionale della sicurezza), avrebbe sollecitato l’aiuto della Russia e della Cina perché appoggiassero questo processo. Dapprima perplesse, Mosca e Pechino si sarebbero assicurate dell’assenso forzato della Casa Bianca prima di rispondere positivamente, sollevate dal fatto di evitare un conflitto incontrollabile.

Vladimir Putin aveva preso l’impegno di non approfittare militarmente del ritiro USA, ma aveva preteso che non ne venissero tratte le conseguenze politiche. Era stato dunque convenuto che la conferenza di Annapolis avrebbe partorito un topolino, mentre a Mosca sarebbe stata organizzata una conferenza globale sul Vicino Oriente per sbloccare le pratiche che l’amministrazione Bush non aveva cessato di inasprire.

Putin accettava di facilitare il compromesso iraniano-statunitense, ma era inquietato da un Iran troppo forte sulla frontiera meridionale della Russia. A titolo di garanzia, si convenne che l’Iran avrebbe accettato ciò che aveva sempre rifiutato : di non fabbricare da solo il suo combustibile nucleare.

I negoziati con Hu Jintao furono più complessi, perché i dirigenti cinesi erano sbalorditi nello scoprire fino a che punto l’amministrazione Bush avesse loro mentito a proposito della pretesa minaccia iraniana. Bisognava dapprima ristabilire la fiducia bilaterale. Fortunatamente, l’ammiraglio Fallon, che fino a poco tempo prima comandava la PacCom (zona Pacifico), intratteneva relazioni di cortesia con i Cinesi.

Fu convenuto che Pechino avrebbe lasciato passare una risoluzione anti-iraniana puramente formale al Consiglio di Sicurezza, ma che la formulazione di quel testo non avrebbe in nulla ostacolato il commercio sino-iraniano.

Il sabotaggio

All’inizio, tutto sembrò funzionare. Mosca e Pechino accettarono di fare i figuranti ad Annapolis e di votare la risoluzione 1803 contro l’Iran, mentre il presidente Ahmadinejad si godette la sua visita ufficiale a Bagadad, dove incontrò in segreto il capo di stato maggiore inter-armi USA, Mike Mullen, per pianificare la riduzione della tensione in Iraq. Ma il tandem Bush-Cheney non si dava per vinto e, appena poteva, sabotava questo ben oliato meccanismo.

In primo luogo, la conférenza di Mosca scompariva nelle sabbie mobile dei miraggi orientali ancor prima di esistere. In secondo luogo, Israele si gettava all’assalto di Gaza e la NATO schierava la sua flotta al largo del Libano in modo da riattizzare l’incendio generale del Grande Medio Oriente, proprio mentre Fallon si sforzava di estinguerne i focolai uno ad uno. In terzo luogo, la Casa Bianca, di solito così pronta a sacrificare i suoi dipendenti, rifiutava di abbandonare i Mujahidin del popolo.

Esasperati, I Russi ammassavano la loro flotta a sud di Cipro per sorvegliare le navi della NATO e inviavano Sergei Lavrov in tournée nel Vicino Oriente con la missione di armare la Siria, Hamas e Hezbollah per riequilibrare il Levante. Mentre gli Iraniani, furiosi per essere stati ingannati, incoraggiavano la Resistenza irachena alla caccia al GI’s.

Vedendo vanificati I suoi sforzi, l’ammiraglio Fallon dava le dimissioni, unico mezzo per lui di conservare alla lunga il proprio onore e la propria credibilità nei confronti dei suoi interlocutori. L’intervista di Esquire, pubblicata due settimane prima non è stata che un pretesto.

L’ora della verità

Nelle prossime tre settimane, il tandem Bush-Cheney giocherà il tutto per tutto in Iraq facendo parlare le armi. Il generale David Petraeus, spingerà all’estremo il suo programma di contro-insurrezione, in modo da presentarsi vittorioso davanti al Congresso ad inizio aprile. Contemporaneamente, la resistenza irachena, ormai sostenuta sia da Teheran che da Mosca e Pechino, moltiplicherà le imboscate e cercherà di uccidere il massimo di occupanti.

Spetterà allora all’amministrazione statunitense trarre le conclusioni dal campo di battaglia. O riterrà accettabili i risultati sul campo di Petraeus e il tandem Bush-Cheney terminerà senza intoppi il suo mandato. O, per evitare lo spettro della sconfitta, dovrà sanzionare la Casa Bianca e riprendere, in un modo o nell’altro, i negoziati che l’ammiraglio Fallon aveva condotto.

Nello stesso tempo, Ehud Olmert interromperà le trattative iniziate con Hamas tramite l’Egitto. Egli surriscalderà la regione fino alla visita, in maggio, del presidente Bush. E i fratelli Janah e Hani Hammud (rispettivamente coordinatore dei media della Forza multinazionale in Iraq e consigliere mediatico di Saad Hariri), che assicurano il collegamento dei lealisti libanesi con il generale Petraeus e l’ammiraglio Fitzgerald (NATO), faranno montare la tensione in Libano.

Questa febbre regionale dovrebbe far tornare dinamico il dispositivo Bush, sia come investimenti nel campo militare-indistriale del fondo Carlyle, sull’orlo del fallimento, che nella campagna elettore di John McCain.

Dal punto di vista di Washington, bisogna continuare a sacrificare la vita dei GI’s per una guerra che è già costata 3 triliardi di dollari e far odiare gli Stati Uniti anche dai loro partner più fedeli, mentre essa ha reso solo ad alcune società detenute dal clan Bush e dai suoi amici ?

[1] « The Man Between War and Peace » di Thomas P.M. Barnett, Esquire, marzo 2008.

[2] « La Maison-Blanche sacrifiera-t-elle la Ve flotte pour justifier la destruction nucléaire de l’Iran ? », di Michael Salla, Réseau Voltaire, 18 novembre 2007.

[3] « Washington décrète un an de trêve globale », par Thierry Meyssan, e « Pourquoi McConnell a-t-il publié le rapport sur l’Iran ? », Réseau Voltaire, 3 e 17 dicembre 2007

[4] « La ‘solution à deux États’ sera bien celle de l’apartheid », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 gennaio 2008.

[5] « La discrète arrivée de l’OTAN au Liban », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 10 marzo 2008.

Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

 
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