Rete Voltaire
La polemica Chomsky/Blankfort

«I movimenti contro la guerra hanno fallito completamente»

Tel-Aviv e Whashington sono associati in Medio Oriente. Questo è un dato di fatto. Ma l’importanza di questo legame nella politica coloniale di Washington suscita un dibattito nel movimento antimperialista. Secondo il giornalista statunitense ebreo antisionista Jeffrey Blankfort, l’influenza israeliana è un dato centrale nella politica statunitense e il movimento contro la guerra fallisce a causa della sua incapacità a comprendere l’importanza di questa lobby. Sviluppando un approccio radicale su questa questione, giungendo fino a negare la dimensione energetica della guerra all’Iraq, il Sig. Blankford non di meno apre piste interessanti sull’influenza sionista negli Stati Uniti. Riproduciamo qui l’intervista che ha accordato alla giornalista Silvia Cattori.

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Jeffrey Blankfort è un giornalista statunitense ed produce trasmissioni radio per i canali radio KPOO di San Francisco, KZYX di Mendocino, e KPFT-Pacifica di Houston. Impegnato nella lotta politica accanto ai palestinesi e per la creazione di uno Stato Unico binazionale in Palestina fin dagli anni ’70, è diventato una delle bestie nere dei movimenti sionisti statunitensi ma si è attirato anche gli attacchi di una parte della sinistra statunitense, quella che gravita intorno a Noam Chomsky, la quale gli rinfaccia la sua «ossessione della lobby». Blankfort è stato redattore presso il Middle East Labour Bulletin e co-fondatore del Labour Committee of the Middle East. E’ stato ugualmente uno dei membri fondatori della Nov 29 Coalition on Palestine.

Silvia Cattori: Washington e Tel Aviv intensificano le loro minacce all’Iran. Secondo lei, Israele ha un preciso interesse nazionale a indebolire - o addirittura distruggere - vari paesi arabi vicini? E in qual misura riesce a orientare la politica degli USA nella direzione di nuove aggressioni in Medio Oriente?.

Jeffrey Blankfort: La mia posizione, che d’altronde ho esposto in un articolo, è la seguente: la guerra in Iraq non è stata una guerra per il petrolio, bensì una guerra a beneficio di Israele concepita dai neoconservatori e dalla lobby pro-israeliana degli Stati Uniti. Una guerra che mira a porre Israele in posizione dominante in Medio Oriente, nel quadro di un piano che punta a completare il controllo planetario degli Stati Uniti. A questo si riferiva il documento dal titolo «Project for a New American Century» (Progetto per un nuovo secolo americano) o in sigla PNAC [1]. Benché un certo numero di personalità importanti, sia del mondo della politica sia dell’ambiente della difesa, abbia detto che si trattava di una guerra dichiarata e condotta al servizio di Israele, il movimento contro la guerra si è rifiutato ostinatamente di prendere in considerazione questa possibilità. In questo momento stesso, la sola componente della società americana che sta premendo affinché la Casa Bianca si impegni in un confronto militare con l’Iran, è proprio l’establishment sionista - o la lobby, se preferite. Parlo di organizzazioni come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) [2] ma anche di altre organizzazioni ebraiche – il cui principale obiettivo, da mesi, è impedire che l’Iran si possa dotare di armi nucleari.
La sinistra e il movimento contro la guerra sono così orientati ad attribuire tutti i mali all’imperialismo americano, da una parte, e dal loro timor panico di provocare quello che essi temono possa essere «antisemitismo», dall’altra, che hanno totalmente liberato Israele da qualsiasi implicazione nella guerra; cosa che qualche giornalista della grande stampa non ha fatto. E così la lobby, non avendo pagato alcun prezzo per aver spinto gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iraq, - e non parlo solo della guerra attuale ma anche della guerra del Golfo del 1991 - si prepara ora a fare la stessa cosa contro l’Iran. Anche per una lobby, questo è un comportamento assolutamente unico, assolutamente senza precedenti!

Silvia Cattori: Lei sta forse dicendo che gli Stati Uniti sarebbero diventati un satellite di Israele e che agirebbero in funzione degli interessi di Israele? Questa tesi non è forse l’opposto di quella di Chomsky e della sinistra in generale, secondo i quali sono gli Stati Uniti che utilizzano Israele, che ci sarebbe convergenza di interessi tra gli Stati Uniti e Israele, fungendo quest’ultimo da semplice poliziotto nella regione, in cambio dei servizi resi dagli Stati Uniti in Medio Oriente?.

Jeffrey Blankfort: Certamente, Chomsky ha tendenza a semplificare la politica americana, rigettando tutti i torti sulle élites e su chiunque si trovi alla Casa Bianca; occulta così il ruolo del Congresso.Oggi ci sono 11 membri del Congresso che sono ebrei, vale a dire l’11% del totale di 100, eppure solo il 2% della popolazione americana è ebraica. Chomsky e i suoi amici agitano, direttamente o indirettamente, lo spettro dell’antisemitismo o l’accusa di provocare l’antisemitismo, e il risultato è che tutti chiudono la bocca. Bisogna sapere che Chomsky, che in gioventù è stato sionista, - ha vissuto in Israele, ha degli amici laggiù ed ha perfino preso in considerazione di andarci a vivere definitivamente - ha riconosciuto nel 1974 che questo fatto poteva influenzare le sue analisi e le sue posizioni.
Ha voluto che i suoi lettori lo sapessero. Lo ha scritto nel 1974. Eppure oggi ben pochi lettori di Chomsky lo sanno. Non sanno che Chomsky era sionista, e che aveva perfino preso in considerazione di andare a vivere in Israele. Di fatto, per anni, non ha detto una parola su Israele, pur denunciando il ruolo degli Stati Uniti in Centro America e in Vietnam.. E’ stato un amico comune, il Dottore Israel Shahak, che convinse Chomsky a esprimersi pubblicamente riguardo alla sorte che Israele riserva ai palestinesi. E interessante notare che il libro principale di Chomsky sulla questione israelo-palestinese, The Fateful Triangle, inizi di fatto con una difesa di Israele. Vale a dire che, pur riconoscendo tutti i crimini di Israele contro i palestinesi, ne accusa principalmente gli Stati Uniti, per aver lasciato fare! Questa, permettetemi di dirlo, è una scusa che potrebbe essere usata da Pinochet, in Cile, o da qualunque altro dittatore sostenuto dagli Stati Uniti ovunque nel mondo, per scaricare le proprie fondamentali responsabilità dei loro crimini e di farle ricadere esclusivamente sugli Stati Uniti….Ebbene, io, a questo giochetto non ci sto .…E la maggior parte delle persone che capiscono la situazione nemmeno ci stanno quando analizzano questa manipolazione.
Un certo numero di miei amici, che sono anche suoi amici, ne hanno convenuto; sono d’accordo con me. Il problema è che, direi, in quanto colleghi universitari, non se la sentono di criticare Chomsky, tanto più che egli viene spesso attaccato da gente di destra. Egli ha difeso molte persone che venivano attaccate e, per questo, si è guadagnato la loro lealtà. E’ stato anche il mentore di un bel numero di universitari e, ironicamente, è stato Chomsky che ha iniziato all’impegno politico tante persone… Hanno letto Chomsky, e si sono entusiasmati per l’impegno politico. Solo dopo – se hanno fortuna – scoprono che Chomsky non si accontenta di aprire delle porte: ma allo stesso modo le richiude!.

Silvia Cattori: Ciò vorrebbe dire che Chomsky accorda alla lobby pro-israeliana meno importanza di quanto ne abbia in realtà? Chomsky avrebbe forse sostenuto opzioni ingiuste nei confronti dei palestinesi per preservare Israele, a cui è legato affettivamente? E’ questo forse l’unico caso in cui Chomsky avrebbe difeso l’indifendibile?.

Jeffrey Blankfort: Si, essenzialmente. Sulla maggior parte degli altri argomenti, è più aperto. Ma su questo argomento in particolare, rifiuta qualsiasi discussione. Nel 1991, abbiamo avuto uno scambio che è stato pubblicato da un giornale di sinistra, di New York, il National Guardian, e un amico di New York ha voluto organizzare un dibattito tra Chomsky e me sulla questione della lobby israeliana alla Conferenza dei Ricercatori Socialisti (Socialist Scholars Conference). Chomsky ha rifiutato, scrivendo che «il dibattito non sarebbe stato utile». Dopo il suo rifiuto, ho chiesto a un professore in California, Joel Benin, che conosco bene e che è sulle stesse posizioni di Chomsky, se egli almeno avrebbe accettato di tenere un dibattito con me. Ma anche lui ha rifiutato, dandomi esattamente la stessa risposta «il dibattito non sarebbe stato utile!».

Silvia Cattori: E secondo lei, anche sull’Iran, oggi nel mirino, Chomsky minimizza il ruolo della lobby che negli Stati Uniti agisce nell’interesse di Israele?.

Jeffrey Blankfort: Per quanto riguarda l’Iran, sembra proprio che Chomsky e gli altri non vogliano vedere la campagna che la lobby sta conducendo per trascinarci in una nuova guerra - una guerra che sarà più catastrofica dell’attuale disastro in Iraq. C’è negli Stati Uniti una coalizione di dodici organizzazioni femminili ebraiche, che si autodefinisce apertamente «Una voce per Israele» (One Voice for Israel), creatasi nel 2002, per rispondere alla pubblicità negativa che Israele ha ottenuto dalla distruzione di Jenin. Ogni anno, nel corso di un’iniziativa chiamata «Take-5», questa coalizione fa in modo che un milione di donne ebree chiamino al telefono la Casa Bianca nello stesso momento; poi, un altro giorno, chiamano il Congresso. Ogni volta sono riuscite a far saltare il centralino del Campidoglio. E’ uno dei modi per mostrare la loro forza.
Il 22 febbraio vogliono telefonare al presidente Bush per dirgli la loro su quello che lui dovrebbe fare a proposito dell’Iran e del suo sviluppo del nucleare, civile o militare. Questo genere di pressione avviene di continuo, sempre, ma per il movimento contro la guerra, per la sinistra ciò non sembra costituire un problema. Seppure le sanno queste cose. Il professore Chomsky mi ha scritto (a me e ad altri) che si tratta di una questione che non lo interessa.
Due anni fa, quando la stessa persona che lo aveva invitato ad un dibattito con me (nel 1991), ha chiesto di nuovo a Chomsky se era interessato ad un incontro, egli ha rifiutato nuovamente, invocando la mia ‘ossessione per la lobby’. Ha perfino scritto che si rifiuta di leggere il mio articolo su di lui. Non è certo il tipo di risposta che ci si aspetterebbe da un intellettuale. Trovo significativo che accetti di dibattere con Alan Dershowitz, perché è troppo facile, e che poi invece si rifiuti di scontrarsi con chiunque a sinistra. Per lo meno non su questo argomento… Ed è però di questo che si dovrebbe discutere, non di altro!.

Silvia Cattori: Lei pensa che in altri paesi vi siano organizzazioni come l’AIPAC?.

Jeffrey Blankfort: l’AIPAC è qualcosa di veramente particolare. Pur essendo una lobby dichiarata e registrata in favore di Israele, non è tenuta a registrarsi in quanto lobby straniera. Questo la colloca in una posizione assolutamente unica negli Stati Uniti. Ad ogni audizione del Congresso che riguardi questioni mediorientali vedrete che vi partecipano funzionari dell’AIPAC. Nessuna altra lobby – soprattutto se è straniera - gode di un privilegio simile. _ Sono loro, perfino, che scrivono le leggi che poi vengono adottate dal Congresso. Così, per esempio, il recente decreto ’Syrian Acountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act’ (Legge sulla resa dei conti da parte della Siria e sulla sovranità libanese) [3], approvata due anni fa, e che ha portato alla situazione attuale in Libano e Siria, è stata redatta dall’AIPAC, cosa di cui poi questa lobby ha trovato il modo addirittura di vantarsi. Non è un segreto. I soli che pretendono di non sapere niente sono quelli della sinistra. _ Tutto si trova sul sito web dell’AIPAC, ma è stato anche stampato sulle sue pubblicazioni. L’AIPAC fornisce anche degli stagisti – giovani brillanti studenti ebrei – che lavorano negli uffici dei membri del Congresso. I rappresentanti dell’AIPAC chiedono di essere ricevuti da un membro del Congresso, e gli dicono: « abbiamo questo bravo giovine che vorrebbe effettuare uno stage a Capitol Hill; uno stage di un anno, un lavoro utile nei vostri uffici…». Nessun membro del Congresso si sogna di rifiutare un segretario gratis.
L’AIPAC ha anche una fondazione speciale che organizza viaggi gratuiti in Israele per i membri del Congresso. L’anno scorso, più di cento membri del Congresso sono andati in questo modo in Israele, a spese pagate della fondazione. Deve sapere che e in corso una polemica circa i viaggi gratuiti pagati da varie lobby, ma penso che questa polemica non causerà danni alle manovre dell’AIPAC. Se il Congresso prenderà dei provvedimenti drastici, ci sarà un’eccezione per Israele… La cosa curiosa è che noi americani confiniamo con un paese, al Sud, che si chiama Messico. Questo paese è molto più importante per gli Stati Uniti, per la nostra economia, e poi ci sono in America ben più cittadini d’origine messicana che ebrei…
Ci sono migliaia di messicani e di messicano-americani che lavorano qui e che portano avanti l’agricoltura e la raccolta di prodotti agricoli negli Stati Uniti. E tuttavia, non ci sono delegazioni di senatori americani che visitano il Messico, e il Congresso non parla mai dell’importanza fondamentale del Messico [per gli Stati Uniti]… Se dei parlamentari americani si recano in Messico è solo per le vacanze. Qui negli Stati Uniti l’accento è posto sempre su Israele. Due ne sono le cause, molto semplici, i soldi e l’intimidazione. Il Partito Democratico per anni ha contato su ricche donazioni di potenti sponsor ebrei per la maggior parte dei contributi finanziari che riceve. Non è l’AIPAC che sborsa il denaro. No, l’AIPAC si limita a coordinare il finanziamento, e dice a chi gli sponsor devono versare.
Supponiamo che lei sia un donatore ebreo e che lei voglia sostenere la causa di Israele; l’AIPAC le indicherà a chi versare il denaro. Così oggi negli Stati Uniti abbiamo una quarantina di Comitati d’Azione Politica (PAC) la cui sola ragion d’essere è convogliare denaro a quei candidati che sostengono Israele. Nessuno di questi comitati si identifica nel nome con qualcosa che abbia rapporto con Israele. Così qui in California abbiamo un «Comitato dei Californiani del nord per il buon governo». A Saint Louis, nel Missouri, c’è un comitato di «Saint Lousisians for Good government», Il più importante è il PAC Nazionale, o NPAC. Poi vi anche L’ «Hudson Valley Political Action Committee», il «Desert Caucus», eccetera.
Se ci si attiene al nome di questi comitati, non si riesce a farsi la minima idea del loro scopo, mentre, al contrario, le altre lobby dichiarano apertamente le loro finalità. Perché non si chiamano, «Comitato degli ebrei sostenitori di Israele»? Ma c’è qualcosa di ancora più grave, per i Democratici e per una parte dei Repubblicani: cioè il denaro che essi ricevono da parte da singole personalità ebraiche. Così, per esempio, nel 2002, un israeliano di origine egiziana, Haim Saban, venuto negli Stati Uniti e arricchitosi di miliardi di dollari con un programma televisivo per bambini in onda il sabato mattina, ha donato 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico, cioè solo un milione e mezzo di quanto avevano dato i comitati di azione politica dei fabbricanti di armi, che però avevano versato il denaro ai due grandi partiti.
E questo è solo uno dei donatori. Questo Haim Saban ha anche fondato la Saban Institute presso la Brookings Istitute, [4], ed essa si occupa di faccende israeliane. Saban è anche uno dei grandi sostenitori dell’AIPAC, e sponsorizza dei eventi a Washington, nel corso dei quali l’AIPAC forma degli studenti come propagandisti pro-israeliani. Oggi i campus universitari sono il terreno d’operazione principale per i movimenti ebraici che fanno lobby per Israele; essi si sono federati nel Israel Campus Coalition (Coalizione Universitaria per Israele) la quale è formata da 28 organizzazioni, tra cui l’AIPAC e tutti hanno Israele come prima ed unica preoccupazione.
Oggi, uno dei principali obiettivi di questa lobby è di ottenere che nelle Università americane sia sconfitta la campagna di disinvestimenti nei confronti di Israele. I lobbisti pro-israeliani contano anche di influenzare la nuova generazione di leaders della comunità ebraica, attualmente impegnata negli studi universitari, al fine di farne i futuri sostenitori di Israele.

Silvia Cattori: Per aiutare i palestinesi ad ottenere giustizia, sarebbe necessario che almeno chi li sostiene – o pretende di farlo - dicesse la verità. Ma, sembra che accada il contrario e che perfino in questo campo la verità venga soffocata. Lei non pensa che negli Stati Uniti, come in Europa, il movimento di solidarietà è fallito perché è diretto da persone che mettono il freno alla critica di Israele? Lei non ritiene che l’influenza di Chomsky svolge questo ruolo?.

Jeffrey Blankfort: Qui negli Stati Uniti, il movimento pro-palestinese è totalmente inefficace, e da molto tempo. Questo, per varie ragioni. Una di queste ragioni è rappresentata dal fatto che esso si rifiuta di riconoscere il ruolo della lobby pro-israeliana. Volendo usare una metafora, è come se uno si preparasse a fare una partita di calcio, avesse messo le scarpette ma poi, invece di andare allo stadio, si recasse al centro commerciale! Se non si è nemmeno sul campo di calcio quando viene fischiato l’inizio di gara, come si vuole vincere la partita?
E cosi, da una parte, c’è la lobby più potente negli Stati Uniti e, dall’altra, c’è il movimento di solidarietà con i palestinesi che ignora quella lobby totalmente, a parte qualche occasionale picchetto di protesta davanti alla sede dell’AIPAC…. Una delle ragioni è che il movimento di solidarietà coi palestinesi è stato influenzato da gruppi marxisti, che arrivano sempre in ritardo: vivono in un’altra epoca, in un passato in cui le lobby non avevano un ruolo. Dei militanti politici mi dicono spesso che parlare della lobby ebraica «non è marxista», o «non è socialista». Io rispondo loro che tuttavia la lobby esiste, che è una realtà e che è questo che conta. D’altra parte ad occupare posizioni dirigenti nel movimento a favore della Palestina ci sono un gran numero di anti-sionisti ebrei, dallo stile inimitabile, i quali vanno sbraitando che denunciare la lobby corrisponde a suscitare l’antisemitismo. Sono quelli che io personalmente chiamo «ebrei eccezionalisti» perché rigettano ogni critica alle azioni compiute collettivamente da ebrei, come quello di fare lobby per Israele – e questo li rende, nella pratica, difficilmente diversi dai sionisti patentati!
E cosa succede? Ve lo dico: sento tutta quella gente negare l’esistenza della lobby ebraica e subito citarmi parola a parola il ritornello di Chomsky, senza neppure il bisogno di menzionare il suo nome! Su costoro, Chomsky ha una tale influenza politica che essi si sono ridotti a identificarsi con lui! E così succede che c’è un movimento che si rifiuta di riconoscere il principale nemico dei palestinesi in America.
Chomsky si è pronunciato pubblicamente contro il disinvestimento del MIT (Massachusetts Institute of Technology) dove insegna, e dove è riuscito ad annacquare completamente una risoluzione di disinvestimento. Due settimane più tardi, è tornato alla carica, questa volta per attaccare il principio stesso del disinvestimento: E’ contrario a qualsiasi sanzione contro Israele; è contro qualsiasi disinvestimento; non ha mai tirato fuori dalla manica qualche asso concreto e suscettibile di cambiare le _ cose se non la proposta di «scrivere al capo redattore». Non parla mai del Congresso; non parla mai delle commissioni di bilancio. Se qualche volta fa un accenno all’aiuto dato a Israele nel Congresso, non dice mai «bisogna cambiare questa situazione!» Ne parla come di una cosa da prendere o lasciare, di un fatto naturale, come dire «oggi piove» o «oggi è bel tempo». Gli ho scritto una lettera su questo punto e la sua risposta non è stata particolarmente amichevole.
Dal 1988 al 1995 ho pubblicato una rivista, il Middle East Labor Bulletin, a cui Chomsky si era abbonato. Io vi scrivevo una rubrica speciale dedicata alla lobby ebraica al Congresso: vi rivelavo i nomi dei membri del Congresso legati alla lobby, e pubblicavo le fonti, per lo più la stessa stampa sionista. In questo modo i lettori disponevano delle numerose prove riguardanti il controllo del Congresso degli Stati Uniti da parte della lobby israeliana. Ho riletto recentemente alcuni numeri di quella rivista di vent’anni fa: avrebbero potuto essere stati scritti oggi! Chomsky quindi non può fingere di non sapere. Semplicemente penso che le lezioni precoci di catechismo sionista da lui ricevute e le sue paure sull’avvenire degli ebrei pesano talmente sul suo spirito che è giunto a comportarsi come un bambino che rifiuta di ammettere la verità. E’ una cosa penosa.
Ormai appartiene a quella categoria di persone che in America chiamiamo i «gatekeeper», i guardiani del serraglio; ed egli lo è anche su un altro argomento fondamentale: gli eventi dell’11 settembre 2001. Egli semplicemente respinge le domande che in tanti hanno sollevato sulla versione ufficiale di Bush riguardo agli attentati contro il World Trade Centre. Chomsky sostiene che non c’è alcuna ragione seria per mettere in dubbio la versione di Bush. Per questo la maggior parte delle critiche che gli sono rivolte provengono da persone che hanno effettuato ricerche sugli attentati dell’11 settembre, mentre egli si ostina a ripetere il ritornello che «ciò che ci ha raccontato l’amministrazione Bush è la verità» In questo modo, il ruolo svolto oggi da Chomsky sulla scena internazionale è, a mio avviso, un ruolo reazionario.
D’altra parte, dice ancora molte cose giuste, con cui io sono d’accordo e, lo ripeto, molte persone affermano di essere stati introdotti alla politica da Chomsky. Ha effettivamente avvicinato molta gente alla politica. Ma oggi – sarà un fatto dialettico – ne sta allontanando molte altre, o, per lo meno, le sta orientando nella direzione sbagliata.

Silvia Cattori: La denuncia che lei fa delle tesi di Chomsky – tesi che ignorano l’influenza che l’AIPAC e altre organizzazioni simili esercitano nelle decisioni riguardo alle guerre americane in Medio Oriente e il loro impatto negativo sui movimenti di solidarietà – è condivisa nel suo paese da molti altri intellettuali?.

Jeffrey Blankfort: Appartengo a una minoranza, ma ho una lista di corrispondenti consistente, e intervengo su questo tema su una stazione radio, anzi due. E una di queste due si trova per fortuna in una regione che non è Territorio Occupato da Israele e dove posso parlare della lobby; posso parlare di Israele come lo sto facendo ora. I sionisti hanno cercato di farmi tacere, ma non ci sono riusciti. Uno dei metodi d’intimidazione che usano consiste nel fare appello alle diverse organizzazioni ebraiche. Ciascuna ha un compito particolare. Particolarmente importante, tra queste associazioni, è l’Anti-Defamation League (ADL), la cui missione principale è diffamare, intimidire e spiare le persone che criticano Israele. Sono stato una vittima del loro spionaggio, so dunque quello che dico.
Un loro agente aveva infiltrato la nostra organizzazione, la Commissione del Lavoro per il Medio Oriente (Labour Committee on the Middle East) di cui ero uno dei co-fondatori. Ciò avveniva nel 1987. Poi abbiamo appreso che spiavano centinaia di associazioni appartenenti a tutto lo spettro politico, ed anche migliaia di singoli individui. Per essere precisi: 600 associazioni e non meno di 12 mila privati!
Sono riuscito a mettere le mani sul dossier che stavano montando contro di me, ho constatato che mi spiavano illegalmente, e perciò li ho denunciati. Sono andato in tribunale con altri due altri militanti e, dopo dieci anni, i tizi dell’ADL hanno accettato una composizione bonaria senza che io dovessi sottoscrivere ad alcun impegno di riservatezza. Così posso continuare a parlare di questa organizzazione.
Il tizio che mi spiava per conto dell’ADL lavorava contemporaneamente anche per i servizi segreti sudafricani. C’era allora un enorme movimento contro l’apartheid negli Stati Uniti. In pratica la lobby israeliana e il Sudafrica erano sulla stessa onda. Erano alleati strettissimi. Erano alleati a tutti i livelli: sociale, culturale e militare. Questa cosa è un fatto che, sfortunatamente, il movimento anti-apartheid ha rifiutato di prendere in debito conto a causa di pressioni sioniste.
Sono propenso a dire che il problema da superare per un vero movimento politico negli Stati Uniti è che fin dall’inizio esso non deve farsi bloccare né dai sionisti né dal rifiuto, come fa Chomsky, di parlare apertamente del sionismo e del ruolo che esso svolge, qui, negli Stati Uniti.
Ma torniamo indietro. Nel 1988, all’inizio della prima Intifada, quando il movimento rifiutava di sostenere la fine necessaria dell’occupazione del territorio palestinese da parte di Israele, un indiano d’America, un leader degli indigeni americani, mi disse che il problema principale del movimento in America era che al suo interno vi erano troppi sionisti di sinistra. Ed è vero. Non cito mai il nome di questo amerindio, perché, se lo rendessi pubblico, egli verrebbe immediatamente tacciato di antisemitismo.
Io stesso sono stato tacciato di essere un ebreo che «odia se stesso», un antisemita. Ma non m’importa, perché penso che l’accusa di antisemitismo è il primo rifugio dei farabutti. Il patriottismo è l’ultimo rifugio dei farabutti, ma l’antisemitismo è il primo. In questo Paese, è stato usato per ridurre al silenzio tante persone oneste! Questa è una delle ragioni per cui sono contro tutte le organizzazioni specificamente ebraiche che si dichiarano all’avanguardia nella lotta a fianco della Palestina. Sapete cosa succede? Ci sono tanti ebrei antisionisti, o che pretendono di essere tali, i quali dicono: «Noi, in quanto ebrei antisionisti, dobbiamo prendere la direzione del movimento affinché gli altri vedano che non tutti gli ebrei sostengono Israele».
Sono totalmente contro questo modo di fare, perché, tutti i contribuenti americani pagano le imposte, e quindi tutti sostengono Israele! E’ un problema di tutti gli americani! Sostenendo che è assolutamente necessario che i leaders del movimento siano ebrei, che ci sono degli ebrei antisionisti, dicendo che gli ebrei fanno questo, fanno quello, in realtà, che cosa significa questo per i non-ebrei? Quest’ultimi concludono: «Voi, se vi potete permettere di fare ciò, è perché siete ebrei». E’ una cosa che viene fatta da tanto tempo, e francamente non funziona!
Per questo, quando io, Jeff Blankfort, parlo, non mi esprimo in quanto ebreo, ma in quanto essere umano. Questa è la ragione per cui nel 1970, quando sono andato per la prima volta in Medio Oriente (in Libano e in Giordania), non ho detto alla gente che ero ebreo. Non ci sono andato come ebreo, ma come giornalista.
Non era necessario essere sud-africano per lottare contro l’apartheid. Non era necessario essere sud-africano per lottare contro l’apartheid. Non era necessario essere nicaraguese per combattere i Contras, né essere vietnamita per essere contrario alla guerra del Vietnam. Cosa c’entra essere ebrei o meno con il fatto di denunciare ciò che gli israeliani fanno subire ai palestinesi? In realtà, gli ebrei dovrebbero essere estremamente prudenti in relazione al ruolo di leadership. Non sono ruoli che spettano a quegli ebrei che si identificano come ebrei. L’ironia è che le persone di cui più si parla, quelle che si esprimono più di altri su questa questione negli Stati Uniti, sono tutti ebrei, i quali in fondo, vogliono proteggere Israele.
Chomsky, beninteso, è il più importante fra questi. Essi criticano Israele, perché è importante, è qualcosa di cui non si può fare a meno. Ma poi stornano la responsabilità principale sugli Stati Uniti e con ciò, pur non assolvendo Israele, riescono a proteggerlo contro ogni tipo di ritorsione, sotto forma di sanzioni, di boicottaggi e di disinvestimenti.

Silvia Cattori: Ha appena detto che anche lei è stato accusato di antisemitismo. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, è stato recentemente accusato dai quotidiani francesi Libération e Le Monde di aver fatto dichiarazioni «antisemite». Non crede che quest’accusa è diventata più difficile da sfruttare presso un’opinione pubblica che ha ormai scoperto che è una manipolazione a fini politici?.

Jeffrey Blankfort: Si, la gente lo capisce, ma ha paura di parlarne. Perché il prezzo che si paga negli Stati Uniti quando si criticano gli ebrei in quanto ebrei è molto elevato. Ma questo accade anche in Francia, in Germania, in Canada, in Austria, e così via. Si può criticare qualsiasi altra comunità nazionale, ma criticare gli ebrei collettivamente, non singoli ebrei in quanto ebrei, ma proprio l’intero establishment ebraico, vuol dire danneggiare la propria carriera.
Così anche se la gente dice qualcosa al riguardo in privato, siate ben certi che non lo dirà mai in pubblico. Di tanto in tanto riesco a organizzare delle interviste di palestinesi o di israeliani progressisti su alcuni media della regione della grande San Francisco. La situazione era più facile, direi, e più libera qualche anno fa sulle radio più ascoltate di quanto non succeda oggi. Nel 1982 sono riuscito a far intervistare un soldato israeliano, un riservista, che si rifiutava di andare in Libano, nel più grande talk-show di San Francisco. Ha detto la verità sulla guerra in Libano, che cioè non erano i palestinesi a bombardare quel paese. Nella seconda ora della trasmissione, che veniva diffusa in tutti gli Stati Uniti, un ascoltatore con forte accento straniero, ha chiamato la stazione. Ha domandato: «chi è il responsabile che lascia parlare questo comunista in diretta?».
Il conduttore ha risposto che era lui anche se in realtà il produttore della trasmissione era il vero responsabile. Poco tempo dopo, il conduttore, tra i più popolari presso le radio di San Francisco, è stato sostituito da un sionista che conserva ancora il suo posto. Un tizio tanto sionista che, ogni anno, il giorno della commemorazione della festa nazionale israeliana a San Francisco, egli funge da maestro delle cerimonie. In onda nelle principali stazioni radio troverete, fra i proprietari o i dirigenti, dei personaggi che sono apertamente sionisti. Tanto per fare un esempio, il presidente del giornale radio della CBS, Leslie Moonves, è un pronipote di Ben-Gurion.
La maggior parte delle persone non riescono (o non vogliono) credermi, quando parlo dell’influenza sionista nei media. Io leggo la stampa ebraica, ed è piena di informazioni al riguardo, che non sono pubblicate sui grandi giornali. Si, è nella stampa ebraica che io trovo la maggior parte delle mie informazioni, e dopo una verifica, mi accorgo che questa stampa è credibile. C’è una pubblicazione che, al riguardo, è particolarmente utile: si tratta di Forward, un settimanale ebraico per gli ebrei che equivale al Wall Street Journal; esso contiene molte informazioni che non si trovano da nessun altra parte.
E’ particolarmente interessante che la maggior parte della gente che conosco, che si batte per i palestinesi negli Stati Uniti, non abbia mai letto la stampa ebraica! Secondo me, se non si legge la stampa ebraica sionista, non si è seri. In effetti in questo paese non possiamo fare nulla per ciò che avviene in Palestina, in modo diretto. Ma ciò che possiamo, invece, fare è lottare contro il sostegno di cui gode Israele negli Stati Uniti, denunciare la lobby israeliana e minare le sue posizioni qui, nel nostro paese. Solo indebolendo il sostegno a Israele da noi, negli Stati Uniti, potremo rafforzare la posizione del popolo palestinese.

Silvia Cattori: Ma non sono forse numerosi coloro che, colpiti dalla sventura dei palestinesi e degli iracheni, diventano sempre più consapevoli delle menzogne dei media?.

Jeffrey Blankfort: Oh sì, certamente, i giornali ci mentono, ma anche se ci sono più informazioni su internet, queste non sono sempre affidabili – anche quando provengono da parte nostra – e dobbiamo stare attenti a non berci tutto quello che leggiamo su internet, solo perché corrisponde a quello che ci piace credere.
Qui nella Baia di San Francisco avevano, non molto tempo fa, sette o otto quotidiani. Ora ne sono rimasti appena due e mezzo! E questi giornali sono diventati delle specie di tabloid del livello di alcuni giornalacci britannici: la loro sola ambizione è di restare a galla, non affondare a causa della TV. Al contrario dell’Europa, la televisione negli Stati Uniti è di una qualità deplorevole, e gli americani sono realmente dei drogati del piccolo schermo. Sono anche tossicodipendenti dai gadgets elettronici portatili, come i walkman, i CD, gli MP3, e, da un paio d’anni, dai famosi iPod. Ciò non fa presagire niente di buono.
Inoltre, l’arena politica americana è completamente irreggimentata; non lascia alcuna opportunità. Abbiamo due partiti, che sono praticamente uguali in tutto: sono le due ali del Partito Capitalista! L’uno addormenta la gente: è il Partito Democratico: L’altro li massacra in guerra: è il Partito Repubblicano. Si scontrano (più esattamente: fanno finta di scontrarsi) sulle questioni interne, ma non appena si parla di Israele, si abbracciano vicendevolmente. E così, per esempio, si possono trovare donne membri del Congresso, che lottano per il diritto all’aborto. Ma non appena si tratta di sostenere Israele, esse si uniscono alle donne del Congresso che stanno alla destra più estrema, le più fiere oppositrici dell’aborto! Nella sinistra, l’argomento Israele non è mai affrontato, neanche evocato! E’ una cosa assai deprimente perché non vedo evoluzione, anche se c’è stata qualche protesta in occasione di riunioni locali dell’AIPAC. _ Ma non si stabilisce un legame chiaro tra la lobby israeliana e il Congresso da una parte e quello che succede in Israele/Palestina dall’altra. Non vedo cosa possa migliorare la situazione. Ad un certo punto ci sarà un’inversione rapida di tendenza, Ma non so in che modo questa possa avvenire. Al momento, non vedo un futuro molto brillante.

Silvia Cattori: Ma allora se l’orientamento dei media non cambia, se l’influenza delle lobby pro-israeliane nei nostri paesi continua senza che la sinistra la denunci, lei non crede che Israele avrà le mani libere per continuare a fomentare guerre contro l’Iran, la Siria la Palestina?.

Jeffrey Blankfort: I neoconservatori che per lo più sono ebrei e la lobby pro-israeliana hanno trascinato gli Stati Uniti nella guerra in Iraq. Il padre dell’attuale presidente, il primo Gorge Bush era contro questa guerra, ed anche le compagnie petrolifere. E nonostante questa guerra sia catastrofica, in ogni senso, i neoconservatori non hanno dovuto pagare alcun prezzo politico, e questo esclusivamente perché solo qualche editorialista isolato ha scritto articoli di denuncia delle loro responsabilità. Tra costoro vi è stata solo una piccola minoranza di giornalisti di sinistra e nessun rappresentante del movimento contro la guerra. Ecco perché oggi le stesse forze che hanno voluto la guerra in Iraq sono all’opera per spingere gli Stati Uniti allo scontro con l’Iran. Penso che non succederà, ma solo per il fatto che gli Stati Uniti oggi sono impantanati in Iraq. Oltretutto se attaccassimo l’Iran, le truppe irachene addestrate dagli Stati Uniti, che sono decisamente pro-iraniane, e legate ai due partiti SCIRI e al-Da’wa (entrambi fondati in Iran nel 1982 ed entrambi hanno combattuto contro Saddam a fianco dell’Iran) reagirebbero sicuramente, e il caos in Iraq aumenterebbe ancora più di oggi. Per questo penso che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran, anche se tutti qui, in America, sembrano essere convinti che lo farano. Ma se lo fanno, sarà la prova definitiva che la lobby sionista esercita un controllo totale sulla politica americana, e non penso che al momento le cose siano giunte fino a questo punto. Quello che sta accadendo è molto interessante: Bush è debole in questo momento, i Repubblicani lo stanno abbandonando, ha perso molti sostenitori al Congresso; otterrà la nomina del suo pupillo, Alito, alla Corte Suprema, ma l’AIPAC lo ha criticato perché lo ritiene troppo molle contro l’Iran.
L’AIPAC lo ha criticato pubblicamente e lo accusa di essere stato incapace di trascinare l’Iran davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, pur sapendo molto bene che se gli Stati Uniti fossero riusciti a far comparire l’Iran davanti al Consiglio di Sicurezza, non sarebbero stati in grado comunque di ottenere una maggioranza contro questo paese. Circolano numerose voci secondo cui sarà Israele ad attaccare l’Iran, anche se gli Stati Uniti esitano, perché è un anno elettorale qui da noi, e Israele sa bene – come pure la lobby israeliana negli Stati Uniti - che qualunque cosa faccia Israele, in questa situazione, il Congresso intero lo applaudirà. Quindi rischiamo di ritrovarci con lo stesso scenario dell’Iraq.
E interessante notare che i giornali, le radio e i network televisivi dicono apertamente che mai i membri del Congresso oseranno criticare Israele in un anno elettorale, ma naturalmente senza mai spiegare perché. La sinistra, guidata da Chomsky, finge di non essere al corrente dell’esistenza del problema. L’ironia della sorte è che, se si legge la grande stampa, si trovano molte più informazioni sulla lobby che se si legge la stampa di sinistra, nello stato lamentevole in cui si trova attualmente. Il quotidiano Forward rappresenta una fonte fondamentale, perché spiega cosa succede nella lobby. Così, recentemente, questo giornale ha seguito l’inchiesta sul caso di spionaggio che coinvolge l’AIPAC [l’incriminazione del funzionario del Pentagono Larry Franklin e di due membri della lobby ebraica per spionaggio a favore di Israele; il Franklin è accusato di fornire informazioni secretate sull’Iran, ndt.] Mentre la sinistra ignora il caso, deliberatamente. Qualcuno pone questa domanda: «Se l’AIPAC fosse veramente così forte come dite, perché mai è stata messa sotto inchiesta?» La mia risposta è che ci sono persone, a Washington, nei servizi segreti, che, per ragioni loro, sono estremamente preoccupati dell’ “israelizzazione” della politica estera degli Stati Uniti. Queste persone che lavorano o hanno lavorato a Washington, affrontano la lobby israeliana da parecchio tempo. La sinistra, ancora una volta, sfortunatamente non partecipa a questa lotta. Ci sono quindi tante persone che sanno cosa Israele vada tramando a Washington, sanno cosa complotta la lobby ebraica, e vogliono mettere fine a tutto questo.

Silvia Cattori: Per tornare a ciò che vi separa da Chomsky sulla questione palestinese, possiamo dire che volete che i Palestinesi vincano mentre Chomsky, da parte sua, vuole che gli israeliani non perdano?.

Jeffrey Blankfort: Non la metterei in questi termini, ma penso che tocchi ai palestinesi decidere dell’avvenire in Israele e in Palestina, e che Chomsky è più preoccupato del futuro di Israele e del benessere degli ebrei. Si oppone alla soluzione di un solo stato. Per me, invece, uno stato unico è l’unica soluzione possibile. Ma io non svilupperò qui la mia argomentazione, perché non appartiene a noi di decidere. Io do sicuramente la priorità ai palestinesi e lui incontestabilmente la da agli israeliani.
Questa è la differenza tra di noi.

Tradotto dal francese in italiano da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica ([email protected]).

[1] Vedi a questo riguardo « «L’Institut américain de l’entreprise à la Maison Blanche» », Voltaire, 21 giugno 2004.

[2] Vedi a questo riguardo « «Les fondamentalistes pour la guerre », Thom Saint-Pierre, Voltaire, 3 aprile 2003

[3] « Le Syria Accountability Act»,Voltaire, 19 settembre 2003

[4] Vedi su questo argomento « La Brookings Institution, think tank des bons sentiments », Voltaire , 30 giugno 2004

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