Rete Voltaire
La lotta di Miguel d’Escoto Brockmann alle Nazioni Unite

La "responsabilità di proteggere": la legittimazione dell’ingerenza?

La "comunità internazionale" – come dire, in pratica, gli Stati occidentali – non si sono mai dimostrati capaci di proteggere le popolazioni minacciate dalla carneficina di massa. Prima della conclusione del suo mandato, il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il signor Miguel d’Escoto Brockmann, molto preoccupato dalla nuova dottrina denominata "responsabilità di proteggere" – presentata dalle grandi potenze come un mezzo per prevenire i crimini di massa – ha invitato alle Nazioni Unite intellettuali di primo piano, come Jean Bricmont e Noam Chomnsky, per discutere sull’argomento. Infatti, anziché proteggere i popoli, questa dottrina accettata con "entusiasmo" dai paesi occidentali nel 2005, potrebbe contribuire ad esporli a nuovi massacri. Gli ideologi che l’hanno sostenuta sembrano usarla per giustificare l’intervento militare, tentando di inscrivere nel diritto internazionale il "diritto di intervento umanitario". Mr. Bricmont è stato così gentile da rispondere alle nostre domande in merito alle implicazioni di questo concetto, e ci ricorda perché è importante continuare a discutere della "responsabilità di proteggere".

| Bruxelles (Belgio)
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Miguel d’Escoto Brockmann, sacerdote cattolico e teologo della liberazione. Membro del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, è stato il ministro degli Esteri del Nicaragua (1977-90) e Presidente della 63a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2008-09).

Silvia Cattori: il vostro intervento alle Nazioni Unite [1] ci induce a prendere coscienza dei pericoli che il concetto di "responsabilità di proteggere", designato con la sigla R2P (responsibility to protect), ha per i paesi più deboli. Vorremmo capire chi ha dato origine a questa dottrina, che suscita la vostra ansia. Chi sono gli ispiratori della R2P?

Jean Bricmont [2]: Dopo la guerra del Kosovo nel 1999, si pose la questione di come giustificare l’"intervento umanitario". Fu istituito un comitato di esperti, sotto la direzione congiunta di Gareth Evans [3] e Mohamed Sahnoun [4], che elaborò in una relazione il concetto di "responsabilità di proteggere". Questo concetto è stato adottato dai capi di Stato al vertice delle Nazioni Unite nel 2005 [5]. L’idea della protezione è seducente. Ma si può intervenire ovunque, in qualsiasi momento? E come si mette in pratica tale responsabilità?

La dichiarazione del 2005 inizia affermando che la responsabilità di proteggere le popolazioni da genocidi, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità spetta agli Stati sul cui territorio si verificano tali crimini. E se gli Stati non riescono, la comunità internazionale deve aiutare, ma non necessariamente militarmente. Il problema è che se l’aiuto non militare fallisce, allora l’intervento militare è giustificato.

A riguardo gli Stati esprimono, grosso modo, tre diverse posizioni.

C’è la posizione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea totalmente conquistati alla dottrina di "responsabilità di proteggere", con particolare accento sull’intervento militare.

C’è la posizione dei Paesi non allineati e della maggior parte dei paesi del Terzo Mondo, che sono favorevoli a parole, ma sostengono la conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la sovranità nazionale. Sono molto critici sul funzionamento del Consiglio di Sicurezza e molto preoccupati rispetto la possibile ingerenza; come la Cina, insistono sulla necessità di proteggere la sovranità nazionale che in nessun caso deve essere messa in discussione.

C’è la posizione di paesi come Ecuador, Bolivia, Venezuela, Nicaragua, molto critici nei confronti di questa dottrina che mette in primo piano la responsabilità di proteggere, e trascura altre questioni di rilievo per la tutela delle persone, i problemi economici per esempio.

I fautori della responsabilità di proteggere sostengono anche che occorre evitare l’esercizio del diritto di veto di un membro di un paese del Consiglio di Sicurezza, se non per "questioni di vitale importanza che lo riguardano". E’ ovvio che la Russia avrebbe posto il veto nel caso del Kosovo e gli Stati Uniti avrebbero fatto lo stesso nel caso dell’Ossezia del Sud. I sostenitori della responsabilità di proteggere vorrebbero evitare, almeno moralmente, veti come questi (almeno quelli che potrebbero venire dalla Russia o la Cina).

Vi è grande ipocrisia da parte dei sostenitori di questa dottrina, quando affermano che intendono rafforzare la sovranità nazionale costringendo gli Stati a rispettare e proteggere le loro popolazioni.

Abraham Lincoln proteggeva la popolazione del Sud degli Stati Uniti durante la guerra civile? No. Quando c’è una guerra civile o scoppiano conflitti etnici, un governo non è in grado di proteggere la popolazione. Il governo afgano non protegge gli afgani che vivono nelle aree controllate dai talebani. In questi casi, l’intervento esterno può essere giustificato dal concetto di responsabilità di proteggere (ovviamente, in Afghanistan, l’intervento già esiste e non protegge nessuno).

Silvia Cattori: Nel suo discorso di commiato all’Assemblea Generale [6] Miguel d’Escoto Brockmann ha elogiato l’indagine che ha contribuito a chiarire le implicazioni del concetto di "responsabilità di proteggere". Invitando lei e Noam Chomsky, a esprimervi sull’argomento a New York, cercava di rendere gli Stati membri più consapevoli dei suoi possibili abusi?

Jean Bricmont: Organizzando questa tavola rotonda, Miguel d’Escoto Brockmann ha voluto allargare il dibattito ed evidenziare i rischi inerenti alla responsabilità di proteggere. Per alcune delegazioni, ascoltare interventi critici che riscontravano i loro dubbi, ha fatto maturare le loro posizioni.

Ho esordito col dire che è molto difficile promuovere la responsabilità di proteggere in un clima internazionale in cui non c’è uguaglianza tra l’Occidente e il resto del mondo. A causa di questa disuguaglianza non c’è alcun rapporto di fiducia tra i paesi del nord e del sud del mondo e, di conseguenza, la responsabilità di proteggere non può essere applicata perché gli Stati usano la sovranità nazionale come uno scudo contro le interferenze, con comprensibile diffidenza. Solo un clima di fiducia, che presupponga l’uguaglianza tra gli stati, da cui siamo lontani, potrebbe rendere questa responsabilità di proteggere realmente applicabile.

Come abbiamo visto nel caso del Sudan, i paesi africani si oppongono ai procedimenti giudiziari, come quelli avviati dalla Corte penale internazionale contro il presidente Al Bashir, poiché sembrano rientrare nella logica dei "due pesi, due misure".

Questa dottrina è destinata ad aumentare le tensioni ideologiche. Abbiamo visto cosa è successo quando la Russia, intervenendo in Georgia, ha invocato la responsabilità di proteggere i cittadini russi che vivono in Ossezia del sud. L’intervento russo in un paese che l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) cerca di includere nella sua sfera di influenza, è stato fortemente criticato dai media in Occidente. Pertanto, la responsabilità di proteggere è interpretata in maniera molto diversa nelle varie parti del mondo, cosa che crea, ovviamente, grandi tensioni.

Silvia Cattori: Cosa distingue la "responsabilità di proteggere" il "diritto di intervento umanitario"?

Jean Bricmont: La responsabilità di proteggere è come una nuova versione dell’intervento umanitario, ma formulato in maniera compatibile rispetto la Carta delle Nazioni Unite, poiché in ultima analisi è il Consiglio di Sicurezza a decidere dell’intervento. Dei giuristi, come Barbara Delcourt, hanno compiuto un’analisi dettagliata che mostra come non vi sia molta differenza sul piano prettamente giuridico rispetto alla situazione precedente [7]. Il diritto di intervento umanitario è un concetto ideologico, introdotto dall’Occidente, senza alcuna base giuridica. Questo concetto è stato respinto da tutti i paesi del sud. La responsabilità di proteggere è formulata nel rispetto dei principi delle Nazioni Unite, poiché richiede una preventiva autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Ma a ben vedere anche prima dell’introduzione della responsabilità di proteggere, il Consiglio di Sicurezza poteva autorizzare l’intervento nei casi di genocidio, per esempio.

Ovviamente non sono contrario all’idea di prevenire catastrofi umanitarie attraverso sforzi diplomatici. Ma ciò che mi sembra problematico sono gli effetti ideologici: si rafforzerà ulteriormente l’idea del diritto di ingerenza, anche se, giuridicamente, non è quanto si dice nella responsabilità di proteggere. E in secondo luogo, come già rilevato dalla Bolivia e dal Venezuela, nulla è detto circa la situazione intollerabile in cui si è lasciata la popolazione di Gaza. Per inciso è straordinario che paesi lontani e "cristiani", ricordino la situazione catastrofica in cui si trova Gaza, e paesi "fratelli" come l’Egitto non proferiscano quasi parola.

Silvia Cattori: Dal momento che l’ONU era già dotato di strumenti istituzionali per proteggere i popoli, non si tratta semplicemente di inscrivere il "diritto di intervento umanitario" nel diritto internazionale, che vale a dire, di legittimare il diritto a fare la guerra?

Jean Bricmont: Sì e no. No, se prendiamo il testo letterale; sì, se pensiamo agli effetti ideologici. Inoltre, è significativo che nella versione in lingua inglese del rapporto Evans Sahnoun, si legga che le organizzazioni regionali possono intervenire nel "quadro delle loro competenze", ottenendo l’approvazione del Consiglio di Sicurezza a posteriori (subsequent in inglese, vedi punti 3-E-2 dello schema). Mentre nella versione francese si dice: previo consenso del Consiglio di Sicurezza. La questione è se l’intervento deve ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza a priori o a posteriori. C’è una grande differenza.

Silvia Cattori: Perché i paesi deboli dovrebbero dare ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza una nuova responsabilità, fin tanto che non si dimostrino in grado di esercitare la loro responsabilità nel far rispettare il diritto internazionale? Abbiamo visto il caso della Palestina occupata, dove le risoluzioni delle Nazioni Unite sono stati violate impunemente per 61 anni da parte israeliana!

Jean Bricmont: Proprio quello che ho cercato di ricordare nel mio intervento [8]. Le Nazioni Unite, prima di impegnarsi in una nuova missione, farebbero bene ad adempiere alla loro missione principale: il mantenimento della pace e il rispetto del diritto internazionale. E’ stato abbastanza surreale ascoltare gli interventi sulla responsabilità di proteggere pronunciati dai delegati europei: tutti hanno ripetuto la stessa cosa.

Perché non si occupano innanzitutto di realizzare ciò che si prefiggono da 60 anni (cioè far rispettare il diritto internazionale agli Stati potenti), piuttosto che promettere nuovi impegni?

Silvia Cattori: Quindi, secondo d’Escoto Brockmann, c’è urgente necessità di informare correttamente le persone; di mobilitare l’opinione pubblica mondiale sulla scarsa fiducia che può essere accordata alla cosiddetta "protezione"?

Jean Bricmont: Questo è solo l’inizio, il dibattito continuerà. Era l’intenzione del signor d’Escoto Brockmann: riaprire la discussione sulla problematica della protezione e soprattutto non lasciar credere che fosse affare fatto. Il problema, come ho già detto, sono i media. Hanno sempre sostenuto pienamente la posizione occidentale e interpretano la responsabilità di proteggere come una legittimazione all’intervento umanitario.

Detto questo, non credo che a breve vi siano gravi pericoli legati alla responsabilità di proteggere, a parte l’aspetto ideologico. L’era Bush è stata così disastrosa che il Pentagono non ha nessuna fretta di aprire nuovi conflitti e di intraprendere nuove avventure.

Silvia Cattori: Questa collusione tra il Consiglio di Sicurezza, responsabile per la pace, con un’istanza militare, che per i popoli palestinesi, iracheni, afgani, incarna la crudeltà dell’occupante, non può che ispirare un’ampia sfiducia. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, non ha avuto ragione a denunciare [9] i negoziati segreti tra i Segretari generali delle Nazioni Unite e della NATO, Ban Ki-Moon e Jaap de Hoop Scheffer; come anche la firma di una dichiarazione di collaborazione, il 23 settembre 2008, senza consultare gli Stati membri delle Nazioni Unite?

Jean Bricmont: Vi è in effetti un accordo assai discutibile tra il Segretario generale delle Nazioni Unite e il Segretario Generale della NATO. E’ una dichiarazione di Ban Ki-Moon in cui si dice che le Nazioni Unite e la NATO hanno gli stessi obiettivi di mantenimento della pace. Questo è inaccettabile, ma non è un fatto direttamente collegato, a mio avviso, alla responsabilità di proteggere. Dimostra, tuttavia, una volta di più la sottomissione delle Nazioni Unite agli Stati Uniti.

Silvia Cattori: Non è un ulteriore fattore che aggrava i rischi di abusi?

Jean Bricmont: Da decenni il diritto internazionale classico è costantemente attaccato in nome dei "diritti umani". Nato nel secondo dopo guerra e durante la decolonizzazione, fondato sul principio di non interferenza e rispetto della sovranità nazionale, esso rappresenta l’aspirazione fondamentale dei paesi vittime delle invasioni dei regimi fascisti, e dei paesi di recente decolonizzazione.

Fin dagli anni ’80, le tragedie umane che si sono prodotte nei paesi che hanno ottenuto di recente la loro indipendenza, sono utilizzate dai paesi più potenti (e, forse più ancora dai nostri intellettuali mediatici) per sostenere il diritto di intervento, che implica la distruzione dei principi tradizionali del diritto internazionale. La "responsabilità di proteggere" è una sorta di astuzia giuridica che tenta di inserire il diritto di ingerenza nel diritto internazionale, mentre i principi del diritto internazionale respingono con fermezza le interferenze. Ci troviamo in una situazione ambigua, con due letture (almeno) di tale responsabilità, una al nord, che vede una sorta di legittimazione del diritto di ingerenza, l’altra al sud, che richiede che l’applicazione di tale responsabilità avvenga nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite.

Il problema è che tutto ciò crea un maggior divario ideologico tra Nord e Sud, rafforza, se possibile, la buona coscienza occidentale e crea l’immagine di Epinal, dove la complessità dei problemi del mondo è ridotta all’azione di pochi leader (Mugabe, Ahmadinejad, Al Bashir, Chavez, Castro, ecc.) che non avrebbero altro desiderio che quello di "rimanere al potere", "violare i diritti umani" o commettere "genocidi". Il mondo ha bisogno soprattutto di pace, il disarmo e distensione. E per questo, dobbiamo prima liberarci delle semplificazioni del pensiero occidentale.

Silvia Cattori: Grazie.

Traduzione dal francese per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

[1] Jean Bricmont è stato invitato dal Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il signor Miguel d’Escoto Brockmann, a parlare sul tema in un tavolo informale, tenutosi a New York, il 23 luglio 2009.
- Cfr. « Bombardare per un mondo più giusto? » di Jean Bricmont, Rete Voltaire, 3 août 2009
- Cfr. anche, per una critica rigorosa di alcune interpretazioni occidentali e della Corte penale internazionale riguardo la responsabilità di proteggere: The Responsibility to Protect, the International Criminal Court, and Foreign Policy in Focus : Subverting the UN Charter in the Name of Human Rights, di Edward S. Herman e David Peterson, Monthly Review, August 24, 2009.

[2] Jean Bricmont è professore di fisica presso l’Università di Louvain (Belgio). Autore di Impérialisme humanitaire. Droits de l’homme, droit d’ingérence, droit du plus fort? (Editions Aden, 2005, nuova edizione, 2009)

[3] Gareth Evans, Ministro degli Esteri di Australia dal 1988 al 1996, è stato vice-presidente della commissione internazionale indipendente relativa all’intervento e la sovranità dello Stato (creato dal governo canadese), autore del rapporto intitolato La responsabilité de protéger en décembre 2001. E’ stato dal gennaio 2000 fino a tempi recenti, il presidente del International Crisis Group (ICG), un think tank creato da George Soros.

[4] Mohamed Sahnoun è un diplomatico algerino che è stato inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la regione africana dei Grandi Laghi.

[5] Il documento conclusivo del vertice afferma che "quando uno Stato non assicura visibilmente la protezione dei suoi cittadini contro i crimini accaduti, la comunità internazionale è pronta a portare, nei tempi richiesti, una azione collettiva decisa attraverso il Consiglio di Sicurezza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite".

[6] "Dichiarazione conclusiva alla 63° Sessione dell’Assemblea Generale", di Miguel d’Escoto Brockmann, Voltaire Network, 14 settembre 2009.

[7] Barbara Delcourt, « La responsabilité de protéger et l’interdiction du recours à la force : Entre normativité et opportunité », in Atti del Simposio della société française per il diritto internazionale, (giugno 2007-Paris X Nanterre), Parigi , Pedone, 2008, pp.305-312.

[8] Cfr. nota 1.

[9] Cfr.: Ban Ki-Moon : Trouble compromission avec l’Otan, di Roland Marounek, Comitato di Sorveglianza della NATO, dicembre 2008.
Cfr. anche: L’accord secret entre l’ONU et l’OTAN ne répond pas aux objectifs de la communauté internationale, di Karl Müller, Rete Voltaire, 1 dicembre 2008.

Silvia Cattori

Silvia Cattori Giornalista svizzera indipendente di madrelingua italiana. Gli anni passati all’estero, soprattutto in Asia del Sud-Est e nell’Oceano indieno, in stretto contatto con ambienti della diplomazia e delle agenzie delle Nazioni Unite, le hanno dato una certa comprensione del mondo, dei suoi meccanismi di potere e delle sue ingiustizie. Nel 2002, fu testimone dell’operazione «Scudo difensivo», condotta da Tsahal in Cisgiordania. Da allora si consacra ad attirare l’attenzione del mondo sul destino subito dal popolo palestinese sotto l’occupazione israeliana.

 
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