Rete Voltaire

Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava

Come spesso accade di fronte a questioni importanti, la stampa distrae il pubblico dai veri problemi. La maniera di trattare l’attacco israeliano contro la Flottiglia della libertà ne è un nuovo esempio. I principali media cercano di indicare chi sono i buoni e chi i cattivi, non di spiegare i rapporti di forza. Thierry Meyssan analizza qui i veri moventi di Tel-Aviv e di Ankara, e svela il dettaglio che ha trasformato l’azione di forza israeliana in disastro diplomatico.

| Beirut (Libano)
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Recep Tayyip Erdogan si è recato al capezzale di ciascuno dei feriti all’ospedale Atatutk. Qui il militante turco-irlandese El Mehdi El Hamid El Mamdi lo bacia sulla fronte per ringraziarlo del suo operato. Il Primo ministro, che Israele pensava di destabilizzare, è il vincitore di questa prima prova di forza.

Una settimana dopo l’attacco in alto mare di un convoglio umanitario navale ad opera delle truppe israeliane, di quali nuovi elementi disponiamo e quali conclusioni possiamo trarre ?

Prima di rispondere a questa doppia domanda, è meglio far pulizia del blabla mediatico che genera confusione sull’argomento.

Innanzi tutto, la Flottiglia della libertà non voleva semplicemente portare aiuti materiali agli abitanti di Gaza, ma anche rompere il blocco [1]. Questo fatto, dopo essere stato nascosto per due giorni, è stato improvvisamente aggiunto all’argomentatio dei portavoce israeliani. Costoro hanno allora accusato gli umanitari di essere cripto-politicizzati, nonostante le associazioni abbiano sempre rivendicato di voler compensare l’impotenza degli Stati a far rispettare il diritto internazionale ed umanitario. I militanti a bordo della Flottiglia erano cittadini del mondo venuti ad applicare la risoluzione 1860 delle Nazioni Unite.

I portavoce israeliani hanno rimproverato agli attivisti umanitari di aver opposto resistenza ai soldati e di aver addirittura usato armi contro di essi. Ciò dimostrerebbe che si trattava in realtà di « terroristi ». Per supportare questo ragionamento, il ministero degli Affari Esteri ha diffuso diverse foto di coltelli e di armi improprie sequestrate sul Mavi Marmara [2]. Ora, i dati EXIF di queste foto dimostrano che la gran parte di esse sono vecchie e che sono state prese in altre circostanze [3]. Si tratta di una tecnica classica di propaganda: mentre si discute dell’autenticità delle foto, si nasconde che, rispetto al diritto internazionale, non soltanto il mantenimento del blocco è illegale, ma Israele, potenza occupante, ha il dovere di assicurare il trasporto dell’aiuto umanitario. Inoltre, essendo illegale l’attacco alla flottiglia in acque internazionali, i passeggeri avevano il diritto di ribellarsi, purché avessero – essi – fatto un uso « proporzionato della forza », come è stato il caso.

Inoltre, in termini di sicurezza, Israele poteva tranquillamente lasciar passare questa flottiglia. Essa non trasportava armi alla Resistenza palestinese, ma soltanto degli aiuti alla popolazione. Certo, Tel Aviv ha imposto un embargo che costituisce, secondo i termini del relatore delle nazioni Unite, « una punizione collettiva », ma anche rispetto a questa punizione imposta a un milione e mezzo di abitanti di Gaza, le 10.000 tonnellate di merci non rappresentavano una quantità significativa (7 chili per abitante, non è con questo che si ricostruisce la propria casa o che si nutre la propria famiglia). Israele ha d’altronde lasciato passare convogli terrestri e un convoglio navale e si è impegnata questa settimana a consegnare gli aiuti trasportati dal cargo Rachel Corrie. L’obiettivo israeliano, così come ho scritto su queste colonne a partire dal primo giorno, era di « distruggere la credibilità della Turchia », nel momento in cui essa si avvicina alla Siria e all’Iran -o, in maniera più precisa, di far cadere il governo Erdogan- e di « rivendicare la leadership del movimento sionista, mostrando che Tel Aviv decide e Washington convalida » [4].

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Conferenza stampa del mnistro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, al termine della riunione del Consiglio di sicurezza.

Questo nono convoglio del collettivo associativo è stato incoraggiato da Ankara per dimostrare l’illegalità del blocco.

Durante la sua conferenza stampa a New York, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha indicato che il suo governo aveva moltiplicato i contatti preliminari con il suo omologo israeliano per informarlo del convoglio e domandargli di lasciarlo passare.

Per quel che è dato sapere, Ankara aveva previsto tre scenari:

- 1) Israele lascia passare il convoglio che è accolto dagli abitanti di Gaza. In questo caso, la Turchia dimostra che, a differenza della maggior parte dei governi arabi, essa è indipendente e non si piega alle ingiunzioni di Tel Aviv.
- 2) Israele dirotta il convoglio e lo fa attraccare a Ashdod/Isdud. Le merci e gli attivisti umanitari raggiungono Gaza, per via stradale dove sono accolti trionfalmente. Tel Aviv ne esce con la testa alta e il beneficio per Ankara è minore.
- 3) Israele sabota la flottiglia o la blocca. In questo caso Ankara internazionalizza l’incidente e ne approfitta per rimettere in questione il mantenimento del blocco. Si tratta dello scenario migliore, politicamente parlando.

Il governo israeliano ha ritenuto di disporre di un’altra opzione: mostrare allo stato maggiore turco che se il governo civile vuole aiutare i Palestinesi, Tel Aviv può in risposta agitare i separatisti curdi; e mostrare ancora una volta che, appoggiata agli Stati Uniti, Israele è al di sopra del diritto internazionale. In breve, il governo di Netanyahu pensava che fosse possibile spingere i militari turchi a preparare un quinto colpo di Stato.

In quest’ottica, il tandem Netanyahu-Barak ha incaricato mercenari curdi di compiere un attacco terrorista contro la base militare navale d’Iskenderun (nel sud della Turchia). Esso è stato realizzato il 31 maggio, poco dopo la mezzanotte. Alcuni razzi sono stati lanciati durante il cambio della guardia, uccidendo 7 soldati [5].

D’altro canto, il governo israeliano si è assicurato la copertura da parte di Washington [6]. Come ha fatto notare il leader libico Mouamar Khadafi [7], è impensabile che le forze israeliane abbiano lanciato una operazione di pirateria nel mediterraneo senza prima aver informato la VI flotta statunitense, incaricata di combattere la pirateria e il terrorismo in questa zona, con la quale collaborano abitualmente. L’idea era di impossessarsi delle merci e di inviarle a Gaza per mostrare la sua buona fede, e al tempo stesso arrestare i militanti accusandoli di legami con il « jihadismo » per discreditare il governo democratico-musulmano dell’AKP.

L’assalto alla flottiglia poteva aver luogo sia di notte, in alto mare, sia di giorno, nelle acque palestinesi. Il governo israeliano ha scelto la prima opzione in modo che l’assalto non fosse commentato in diretta sui canali della televisione satellitare dalla sessantina di giornalisti imbarcati dalle associazioni. L’ordine è stato dato nel momento in cui finiva l’attacco alla base navale d’Iskenderun.

Infatti, Israele è stato effettivamente coperto dagli Stati Uniti, che (con la Francia) si sono adoperati per impedire qualunque decisione vincolante del Consiglio di Sicurezza. Alla fine di una riunione interminabile, esso ha prodotto una insipida dichiarazione presidenziale [8]. Vi si possono leggere litanie di gentili richieste di liberazione dei prigionieri, l’aiuto umanitario agli abitanti di Gaza e la creazione di uno Stato palestinese. Dietro le quinte, il Consiglio era diviso su un punto giuridico particolare, di cui discuteremo tra poco. Si è dimostrato incapace di chiarire esso stesso i fatti: invece di creare una Commissione d’inchiesta, si è limitato a chiedere « che fosse effettuata [eventualmente da Israele] un’indagine rapida, imparziale, credibile e trasparente, nel rispetto del diritto internazionale ».

Certo, la Commissione dei diritti dell’uomo dell’Onu ha, quanto ad essa, istituito una comitato per stabilire i fatti, ma la sua competenza è limitata [9]. Del resto, Israele se ne beffa, come se ne è beffata della missione di Desmond Tutu sui crimini commessi a Jenin o della missione di Richard Goldstone sui bombardamenti di Gaza.

La confusione dei territori

Mentre le agenzie di stampa avevano parlato di 16 morti, il bilancio reale sarebbe di 9 uccisi, sempre che i feriti più gravi non soccombano alle loro ferite. Secondo la televisione pubblica turca, i commando israeliani avevano una lista di persone da eliminare, ma dato che la resistenza dei passeggeri ha perturbato i piani, solo il poeta Raed Salah è stato colpito. È probabile che al momento di dare l’ordine di attacco, il governo Netanyahu pensasse che la Mavi Marmara fosse registrata alle Comore. I commando credevano quindi di commettere le violenze in territorio comoriano. Ora, gli organizzatori, politicamente sostenuti dalle autorità turche, avevano issato la bandiera turca e non quella delle Isole Comore. Inoltre, avevano esposto una gigantesca bandiera turca su un fianco del cargo. Secondo la giurisprudenza della Corte permanente di Giustizia de L’Aia [10], il battello non era dunque territorio comoriano, bensì turco. D’altronde esso aveva già cambiato di nazionalità quando si era unito al resto della flottiglia e la Repubblica di Cipro gli aveva rifiutato l’ormeggio a causa di ciò.

Tutti i dibattiti sull’errore dei servizi israeliani non si basano che su questo punto: come il Mossad ha potuto ignorare il cambiamento di nazionalità del cargo? Tutte le dichiarazioni infastidite delle cancellerie, a Washington, a Parigi e altrove, chiedono che i fatti siano stabiliti prima che esse si pronuncino sulle conseguenze giudiziarie, si basano su questo punto mai enunciato: al momento dell’attacco, il Mavi Marmara era territorio comoriano o turco ?

La risposta a questo quesito è della massima importanza. Infatti la Turchia è membro della NATO e l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico stipula: « Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. »

Poco prima che il Consiglio atlantico si riunisse, la Giustizia turca ha proceduto ad una nuova retata per arrestare delle personalità accusate di aver fomentato un complotto contro il governo legittimo. Tra i sospetti figura l’ex ministro della Giustizia, Seyfi Oktay. Costoro avrebbero fatto parte dell’organizzazione Ergenekon, versione locale odierna di Gladio... ossia i servizi segreti della NATO.

L’aspetto simbolico di questi arresti è rafforzato dalla campagna mediatica portata avanti da due anni a questa parte dai sostenitori dell’AKP. A colpi di serie televisive e di opere cinematografiche, hanno divulgato il modo in cui i servizi segreti della NATO organizzarono nel paese quattro successivi colpi di Stato militari. Essi hanno continuato a spiegare che gli Anglosassoni fanno il doppio gioco: ufficialmente alleati, hanno alimentato il problema curdo, armeno e cipriota per indebolire il paese.

Al termine di una lunga e difficile riunione a porte chiuse, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ha letto una dichiarazione composta da una frase: « Esigo la liberazione immediata dei civili e dei battelli bloccati da Israele ». [11].

Ovviamente nessuno ha mai pensato che la NATO avrebbe costretto Israele con la forza, ma è proprio là che era il mezzo di pressione: per mantenere l’alleanza gli Stati Uniti dovevano risolvere il conflitto in maniera amichevole.

Esattamente 24 ore dopo la dichiarazione di M. Rasmussen, il portavoce dell’amministrazione penitenziaria israeliana annunciava di aver liberato tutti i prigionieri stranieri (mantenendo però in detenzione i propri cittadini implicati) e di averli inviati verso il proprio paese di origine o uno paese che li accogliesse.

Questa conseguenza mette in risalto un problema inatteso. L’Alleanza atlantica, è stata creata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito con gli Stati appartenenti alla loro zona di influenza del dopo-Yalta. Essi ne erano i dirigenti mentre gli altri membri erano ai loro ordini. A parte l’eccezione di De Gaulle, nessun membro ha mai osato rimetterne in discussione il funzionamento. La Turchia, come segno della sua accresciuta importanza, ha utilizzato il Trattato del Nord Atlantico per forzare la mano agli Stati Uniti.

Lo scontro Erdogan-Peres continua

Mentre ammanettavano e picchiavano i prigionieri, i commando israeliani urlavano ridendo « One minute ! », « One minute ! ». Questa battuta fa riferimento alla sfuriata che aveva opposto il Primo ministro Recep Tayyip Erdogan al presidente Shimon Peres, durante il forum economico a Davos.

Questa provocazione verbale ha infiammato l’opinione pubblica turca che si è sentita insultata attraverso il proprio Primo ministro. Essa non si è limitata ad approvare la reazione di Erdogan, ma lo ha spinto a fare ancor più a livello internazionale, come mostrano gli ultimi sondaggi.

Per questo il Parlamento turco ha adottato una risoluzione molto dura che ingiunge al governo di « riconsiderare [le] relazioni politiche, militari ed economiche con Israele e [di] prendere le misure efficaci del caso » [12].

Il ministero della Giustizia ha formato un gruppo di lavoro per esaminare tutti i ricorsi giuridici in diritto nazionale e internazionale. Esso fa leva sulla memoria di un’associazione di giuristi londinesi che abbiamo interamente pubblicato in inglese. [13].

La procura di Istambul-Bakirkoy ha aperto un’inchiesta [14]. Ha già fatto eseguire le autopsie medico-legali e interrogato i protagonisti turchi. Potrebbe incolpare rapidamente Benjamin Netanyahu e i generali israeliani Ehud Barak e Gabi Ashkenasi per pirateria, percosse e lesioni, omicidio, rapimento e sequestro illegale. Tuttavia, secondo gli elementi raccolti, il procuratore potrebbe riqualificare i fatti in crimine contro l’umanità. In questo caso, gli accusati non potrebbero più viaggiare liberamente senza rischiare l’arresto.

Affermare la leadership del movimento sionista

Se si fa riferimento ai comunicati stampa della Casa Bianca relativi alle conversazioni telefoniche successive tra il presidente Obama e il Primo ministro Netanyahu, gli Israeliani erano inizialmente fieri della loro azione. Netanyahu chiama prima il presidente Obama per scusarsi di non poter onorare il suo invito tenuto conto degli avvenimenti che lo obbligavano a rientrare d’urgenza a Tel Aviv. Durante la seconda conversazione Netanyahu racconta la sua versione dei fatti, ossia pone il presidente Obama di fronte al fatto compiuto. Se gli Stati Uniti avevano autorizzato il fermo della flottiglia, non si aspettavano questo massacro. La terza conversazione riguarda il modo per silurare la riunione del Consiglio di sicurezza, cioé gli Israeliani dettano agli Statunitensi quel che devono fare.

La situazione cambia quando si arriva alla convocazione del Consiglio Atlantico. Netanyahu diventa difficile da reperire mentre il segretario di Stato Hillary Clinton deve affrontare il suo omologo turco, venuto ad incalzarla. Essa cerca un capro espiatorio e chiede al generale Ehud Barack di trovare una soluzione scaricando la responsabilità su un subalterno, ma questi rifiuta di far saltare qualche fusibile. Non solo non prende le distanze dal commando che ha portato a termine il raid, ma difende i soldati andando persino a visitarli.

Alla fine, gli Israeliani devono liberare i loro prigionieri. Hanno imposto la situazione, ma si sono fatti imporre l’epilogo.

Un problema supplementare sorge con il decesso di Furkan Dogan. Il ragazzo aveva la doppia nazionalità turco-statunitense. Ne consegue che la sua famiglia può perseguire lo Stato di Israele per omicidio davanti alle giustizia americana.

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Funerali di Furkan Dogan. Sui cartelli si può leggere « Il nostro onore, il nostro martire ».

Prime conclusioni

Alla fine, il governo israeliano ha fallito i suoi due obiettivi.

La Turchia esce rinforzata dallo scontro, e con essa il triangolo che essa forma con i suoi alleati siriani e iraniani. Allo stesso tempo essa ha ottenuto diversi vantaggi. La Giustizia turca giudicherà in contumacia i ministri e generali israeliani per i crimini commessi. Il comitato d’indagine della Commissione dei diritti dell’uomo offuscherà un po’ più l’immagine di Israele.

Ma soprattutto, la Turchia può giocare una seconda partita. Secondo le nostre informazioni, Ankara ha informato il Dipartimento di Stato che Erdogan sta valutando di rompere personalmente il blocco di Gaza, come François Mitterand ruppe all’epoca l’assedio di Sarajevo [15]. Potrebbe imbarcarsi su una flotta umanitaria preparata dalle associazioni umanitarie e sostenuta politicamente da qualche governo, tra cui l’Iran, la Siria e il Venezuela. Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, ha già lanciato un appello a tutti i Libanesi affinché partecipino a nuove iniziative. Un appello potrebbe essere lanciato ai marinai del Mediterraneo, in modo che centinaia di battelli da diporto vi si uniscano. Il tutto sarebbe scortato dalla marina militare turca... membro della NATO.

Questa prospettiva ha terrorizzato Washington cha ha improvvisamente ritrovato nuovo slancio per convincere Tel Aviv a levare il blocco.

D’altro canto, il prestigio ottenuto dalla Turchia nel corso di questa operazione mette in rilievo la collaborazione di alcuni governi arabi con Israele, in particolare quello di Hosni Moubarak. Quest’ultimo ha in effetti attivamente collaborato al blocco di Gaza per impedire il contatto tra l’Hamas palestinese e i Fratelli musulmani egiziani. Il Cairo non ha esitato ad erigere un muro d’acciaio con i soldi degli Stati Uniti e la tecnologia della Francia per murare un milione e mezzo di abitanti di Gaza. [16]. E ci si ricordi la risposta del ministro degli Esteri Ali Aboul Gheit a cui era stato chiesto cosa ne avrebbe fatto delle donne e dei bambini affamati che avrebbero tentato di passare la frontiera. La risposta fu « Che ci provino pure, noi gli spezzeremo le gambe ! ». All’improvviso il sangue delle vittime del Mavi Marmara schizza sul governo di Moubarak e Alessandria è al limite di una rivolta. Per allentare la tensione, il governo egiziano ha deciso di aprire temporaneamente la frontiera.

Prima di avventurarsi sullo scacchiere dei grandi, la Turchia si è probabilmente coperta le spalle. La nostra ipotesi, che si basa sulle interviste di diplomatici, è che essa ha ricevuto garanzie da parte della Russia durante il viaggio di Dmitri Medvedev in Medio Oriente. Questo scenario sembra corroborato dall’improvviso annuncio della venuta ad Ankara, l’8 giugno, del primo ministro Vladimir Putin per partecipare ad un vertice [Conferenza per l’interazione e la fiducia in Asia, NdT] al quale non era fino a quel momento atteso. Incontrerà in questa occasione il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il presidente siriano Bachar el-Assad (che non è membro di questo forum ma che è stato improvvisamente invitato come osservatore). La delegazione israeliana che era iscritta rinuncerà probabilmente a partecipare: qualsiasi rappresentante di alto livello sarebbe infatti alla mercé del procuratore di Istanbul-Bakirkoy. Questi potrebbe all’improvviso qualificare i fatti di crimine contro l’umanità e fare arrestare i rappresentanti [alla conferenza Israele è stato rappresentato dal proprio ambasciatore in Turchia, NdT].

Traduzione per Come Don Chisciotte.org a cura di A.C.

[1] « Par la piraterie, Israël se dévoile aux yeux du monde », intervista die Silvia Cattori con Hazem Jamjoum, Réseau Voltaire, 4 giugno 2010.

[2] « Weapons found aboard the Mavi Marmara », del Ministero degli Affari esteri di Israele, Flickr, 2 giugno 2010.

[3] « Les preuves truquées d’Israël contre "Free Gaza" : des photos prises en 2006 et 2003 ? », di Aragorn, Agoravox, 3 giugno 2010.

[4] « Perche’ Israele ha attaccato dei civili nel Mediterraneo ? », di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 maggio 2010.

[5] « Israele ha condotto due operazioni militari contro la Turchia? », Rete Voltaire, 2 giugno 2010.

[6] « L’OTAN ne pouvait pas ne pas être au courant », di Manlio Dinucci, Réseau Voltaire, 2 giugno 2010.

[7] « Messaggio di Muammar Gheddafi a Barack Obama », Rete Voltaire, 2 giugno 2010.

[8] « Déclaration du Président du Conseil de sécurité de l’ONU », Réseau Voltaire, 1 giugno 2010.

[9] « Résolution du Conseil des Droits de l’homme des Nations unies », Réseau Voltaire, 2 giugno 2010.

[10] S.S. Lotus Case (Fr. v. Turk.), 1927 P.C.IJ. (ser. A) No. 9, at 25.

[11] « La NATO esige il rilascio della Flottiglia della Libertà », Rete Voltaire, 1 giugno 2010.

[12] « Résolution du Parlement turc », Réseau Voltaire, 2 giugno 2010.

[13] « The Attack on the Gaza Freedom Flotilla and International Law », di Lawyers for Palestinian Human Rights, Voltaire Network, 6 giugno 2010.

[14] « Apertura di un’indagine penale a Istanbul contro i pirati israeliani », Rete Voltaire, 5 giugno 2010.

[15] Il 27 e 28 giugno 1992, il presidente francese, François Mitterrand attraversa in elicottero la linea del fronte e rompe l’assedio di Sarajevo.

[16] « Gaza : la France supervise le prolongement du Mur de séparation », Réseau Voltaire, 26 dicembre 2009.

Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

 
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