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Liberta’ d’informazione contro liberta’ d’espressione

Vista idealmente come un contropotere, la stampa viene accusata di non fare il suo lavoro critico e di creare approvazione attorno al potere. La critica tradizionale dei mass-media vede in tutto ciò la conseguenza del dominio di alcuni gruppi economici. Ma possiamo pensare che il punto d’arresto vada ben oltre: esso va ricercato nella nozione stessa di «informazione». Questo termine, ormai correntemente utilizzato, esprime, infatti, un punto di vista filosofico e un modo di stare al mondo. L’ideologia dell’informazione è diventata lo strumento del beneplacito e dell’assoggettamento delle popolazioni.

| Parigi (Francia)
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Diversamente dalle apparenze, il concetto di libertà d’informazione è opposto al concetto di libertà d’espressione. La libertà d’informazione consiste nella diffusione di una cosa conosciuta e sicura. La libertà d’espressione, invece, è la presentazione pubblica di una visione personale. La prima libertà presume una verità oggettiva, la seconda sottintende che questa verità verta sul rapporto che noi instauriamo con una cosa piuttosto che sulla cosa stessa.

Il sistema dell’obiettività/soggettività

Ciò che noi chiamiamo «informazione» è in realtà un termine tecnico: si tratta di un determinato dato su di una cosa. Questo dato ha per noi un carattere scientifico e deve essere esatto. Un’informazione è vera o è falsa. Nel momento in cui si hanno due informazioni contraddittorie, una deve far posto all’altra: «non è possibile dire tutto e il contrario di tutto». Le informazioni in nostro possesso possono tuttavia essere incomplete, ma l’informazione in sé non può essere incompleta poiché si tratta di un dato conosciuto e certo che può essere completato grazie ad altri dati.

Per descrivere una cosa, un avvenimento o un fatto, dobbiamo fornire delle informazioni oggettive in merito. Difficilmente riusciamo a sottrarci alla nostra soggettività ma, nonostante tutto, bisogna puntare verso l’obiettività con tutta la forza e l’onestà incrociando i diversi punti di vista soggettivi e prescindendo dalle opinioni personali per quanto sia possibile. L’oggettività è, dunque, un ideale irraggiungibile ma verso cui mirare tenacemente.

L’oggettività è anche il principio fondamentale alla base dell’informazione. Se riusciamo a fornire delle informazioni oggettive su qualcosa è solo perché questo qualcosa è oggettivo e non ha bisogno di noi per esistere, ma esiste al di fuori di qualsiasi relazione che possa avere con noi.

La logica apparente di tutto ciò non deve portare ad evitare il dibattito filosofico sull’obiettività, dibattito che, molto spesso, viene ridotto alla questione della soggettività. Bisogna ammettere che non è possibile conoscere un fatto in maniera oggettiva e che dobbiamo accettare e rendere nota la soggettività con la quale veniamo a conoscenza del fatto. Tuttavia, la soggettività sembra essere, in questo caso, la critica che l’obiettività accetta nei suoi confronti. Si trova nello stesso sistema di pensiero. L’obiettività afferma che le cose sono per come sono. La critica soggettiva concorda e si limita a presentare un metodo di osservazione: tutto dipende dal punto di vista dal quale guardiamo le cose, per cui è necessario specificare da quale punto di vista parliamo, e anche necessario incrociare punti di vista differenti per avvicinarsi alla verità oggettiva. L’ideale di una verità oggettiva continua a rimanere. La critica soggettiva, nella sua espressione più forte, mette in evidenza l’impossibilità di venire a conoscenza di questa verità. Nell’espressione più debole, invece, si limita ad esprimere un parere, un’opinione senza metterli in dubbio: «questo è quello che penso su ciò che tutti sanno». Il dibattito filosofico sull’informazione non si limita, dunque, ad affermare le soggettività.

La relazione e il problema della nostra collocazione nel mondo

Questa argomentazione apparentemente sensata tra obiettività e soggettività tralascia un elemento fondamentale: la relazione. E’ vero che una cosa non ha bisogno di me per esistere, ma se ne parlo è perché c’è una relazione tra me e la cosa, come minimo essa si trova nel mio campo di percezione in un momento ben preciso. In pratica, ha una relazione con me che ne parlo altrimenti non ne sarei neanche a conoscenza. Credo, del resto, che sia utile parlarne perché la cosa che riesco a percepire può avere un’incidenza nella mia vita (direttamente o indirettamente, fisicamente o intellettualmente ecc.). Il rapporto che ho con la cosa di cui parlo diventa adesso il nocciolo della questione e qualunque cosa dirò in proposito parlerà di noi, cioè del rapporto tra me e la cosa.

Il dibattito sull’oggettività delle cose e sul punto di vista obiettivo e soggettivo è privo di valore se si prende come punto di vista la relazione. Anzi, la questione della relazione comporta una nuova presa di coscienza sull’uso dei concetti di informazione e di obiettività. Quando penso in termini di relazione, mi interrogo sull’influenza che una determinata cosa ha su di me e su quella che io posso avere su di lei. Quando mi trovo all’interno del sistema dell’informazione e dell’obiettività, prendo conoscenza di una cosa e questa conoscenza non ha, a priori, alcuna influenza su di me, così come non intacca la mia capacità d’azione. Il pensiero della relazione sottintende, quindi, l’interazione tra me e il mondo: esamina l’influenza, la determinazione del mondo nei miei confronti e interroga la mia capacità d’azione.

Pensare in termini di relazione fa emergere la problematica della nostra collocazione nel mondo. Capiamo perfettamente quando la parola «informazione» non è un termine tecnico bensì un concetto filosofico in cui ritrovare una concezione del mondo. La forma di pensiero oggettivo implica un oggetto di studio. L’obiettività presume l’oggettivazione del mondo. Non viviamo più in relazione col mondo ma viviamo tra le cose. La nostra attività non pensa in termini di relazioni ma di gestione di cose che ci permettono di disporre di una conoscenza. Per cui, lo spostamento impercettibile a cui abbiamo assistito della libertà d’espressione verso la libertà d’informazione è parallelo alla sottovalutazione della capacità d’azione del cittadino e alla comparsa della figura del gestore. Abbiamo considerato il mondo un insieme di oggetti; adesso, la nostra vita consiste nel gestire questi oggetti. E se riusciamo a percepire tutto come se fosse oggetto, riusciremo anche ad accettare di essere reificati. Il triste disincanto del mondo nasce, quindi, come il prodotto dell’ideologia dell’obiettività. Giornalisti, sociologi ed esperti lavorano in questa direzione.

Lo spodestamento dal mondo

Secondo la logica dell’informazione, l’acquisizione di conoscenze è fine a se stessa. Ad essa è rivolta l’attenzione delle università ed è l’obiettivo di ogni intellettuale. Pertanto, la formazione di un giornalista corrisponde all’apprendistato di alcuni tecnici del mestiere e all’assorbimento di una «cultura generale». L’uomo colto, il cui sapere enciclopedico comporta ammirazione, ha preso il posto della figura del saggio, figura che non esiste nella società dell’informazione. Ma, mentre «l’insieme delle conoscenze» cresce vertiginosamente, l’essere umano perde il suo legame col mondo. Da L’Étranger di Camus ai personaggi di Kafka, in tutta la letteratura domina la figura di un essere estraneo alla sua vita. Perduto in un mondo incoerente e assurdo, egli osserva, analizza minuziosamente, decostruisce e alla fine non trova nulla che lo collega a quel mondo. L’uomo enciclopedico non conosce l’esperienza. E’ interessato a tutto ma niente lo riguarda.

Per questo motivo il concetto di informazione rende lecito il nostro spodestamento dal mondo. Pertanto, non sembra più intollerabile che altri osservino la realtà per noi e ce la riferiscano: si tratta semplicemente di tecnici che ricevono e trasmettono informazioni. Un giornalista obiettivo è un intermediario tecnico che non deve far trasparire opinioni personali per non creare interferenze tra noi e l’informazione. I mass-media non sono considerati dei mediatori tra noi e il reale ma dei mezzi di informazioni neutrali. E, così come abbiamo appurato che l’«informazione» non è un termine tecnico, neanche i mass-media sono un mezzo tecnico. Essi non hanno conosciuto la rivoluzione che il cristianesimo ha vissuto con la Riforma. Prima della rivoluzione di Martin Lutero, i preti venivano considerati gli intermediari naturali tra i credenti e il divino. Dopo la Riforma, tutti hanno avuto la possibilità di leggere la Bibbia e di capirla senza l’intermediazione di un’autorità ecclesiastica. La stampa ha portato le popolazioni delle democrazie ad una situazione che esisteva prima della Riforma. Non è più possibile aver conoscenza della realtà senza l’aiuto di terzi. Nell’immaginario collettivo il giornalista non è colui che fa da cuscinetto tra noi e la realtà ma è colui che ci permette di avere la conoscenza della realtà.

Questa situazione è giustificata dalla contraddizione che esiste tra la nostra mancanza di tempo o di mezzi e la sete di conoscenza che abbiamo dentro. Ci piacerebbe sapere quello che succede nell’altra parte del mondo ma non disponiamo dei mezzi necessari, tanto più che molti altri argomenti catturano il nostro interesse. Ma cos’è questo «interesse»? L’interesse si basa su cose con cui noi non riusciamo ad instaurare un rapporto: non possiamo recarci sul posto, non abbiamo il tempo da dedicare a tutto ciò. Ma sosteniamo che influenza la nostra vita, soprattutto quando ci rendiamo conto che siamo in grado anche di condizionare. Come è possibile? Come potremmo influire su di una cosa che neanche riusciamo a vedere e con la quale non possiamo avere una relazione? Attraverso la delega, naturalmente. Affidiamo ad altri, una buona volta, l’incarico di agire a posto nostro. Non parliamo più di giornalisti, la cui funzione si limita a riportare, ma di politici, per esempio, di umanitari o di militari. In questo modo, delegando, agiamo su delle cose di cui abbiamo conoscenza solo attraverso degli intermediari. Si potrebbe ridefinire il nostro margine di manovra: permettiamo che si agisca a nome nostro su cose asserite da altri. L’informazione non produce l’azione ma l’approvazione.

Gli intellettuali statunitensi Noam Chomsky e Edward S. Herman hanno analizzato, attraverso la stampa, la fabbrica del consenso come il risultato del sistema economico (Manufacturing Consent, Pantheon Books, 1988 ; edizione francese: La Fabrique de l’opinion publique, Le Serpent à plumes, 2003*. Ora, la creazione di approvazione non è una deriva del giornalismo d’informazione ma è la sua stessa funzione. Importa poco che i giornali siano sottomessi a delle multinazionali e a dei finanziatori pubblicitari. Concepiti per dare informazioni, non possono fare altro che fabbricare approvazione. Infatti, sono stati un approccio intellettuale di sottomissione nei confronti di terzi. L’uomo enciclopedico è estraneo all’azione. E’ il ricettacolo passivo di informazioni astratte. In qualità di spettatore educato, gli capita a volte di non permettere determinate cose e di criticare. Critica senza portata, che ha come unico effetto quello di tranquillizzare lo spettatore. La condizione di spettacolo in cui ci troviamo può essere, quindi, analizzata come la forma mentis provocata dell’ideologia dell’informazione.

Bisogna rendersi conto dei rapporti fondamentali del semplice concetto d’«informazione». L’ideologia dell’informazione comporta una mentalità, un modo peciso di stare al mondo: conoscenza astratta, distacco da qualsiasi relazione personale o collettiva; reificazione del mondo, che ritorna ad essere un semplice oggetto di studio; gestione delle cose; gestione degli esseri ridotti a stato di cose; passività nell’acquisizione della conoscenza; sottomissione verso terzi e pure delega della capacità d’agire sul mondo; condizione di spettacolo; approvazione; critica da spettatore; passività. La salvaguardia dell’ideologia dell’informazione è il metodo usato per mantenere i cittadini nella condizione di spettatori consenzienti e critici. Nessuna lotta democratica può essere combattuta se si accetta questo tipo di ideologia radicalmente contraria alla lotta. Secondo i principi democratici, l’informazione - e quindi la «libertà dell’infomazione» - deve essere combattuta in quanto ideologia dell’asservimento. Noi, invece, dobbiamo difendere la libertà d’espressione che racchiude in sè la relazione, l’azione e l’impegno.

Discutere del mondo non è un atto descrittivo ma un’azione performativa: non ci si limita a dire una cosa così com’è ma la si fa esistere in maniera particolare. Attraverso una descrizione pseudo-scientifica, l’informazione riduce il mondo ad una oggettività apparente. L’espressione permette al mondo di esistere in mille modi. L’espressione si apre su di una realtà molto più ricca, più densa e più complessa di quella realtà costituita dall’ideologia dell’informazione. Ma la cosa più importante è che ci ridà una collocazione nel mondo e rende effettiva la nostra capacità d’azione.

Traduzione de Ernesto Carmona, http://www.comedonchisciotte.org

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