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«Sotto i nostri occhi»

La Francia e la sua politica estera in panne

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Il nuovo presidente francese, François Hollande, ha esposto la sua visione delle relazioni internazionali e della politica estera del suo paese in occasione della XX conferenza degli ambasciatori di Francia. Il suo discorso era assai atteso, poiché non si era mai espresso su questi temi, essendo la sua esperienza limitata alla direzione del partito socialista e alle questioni di politica interna.

Inaspettatamente, ha presentato una sintesi tra due correnti del suo partito. Da un lato, gli opportunisti filo-USA raccolti intorno all’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine. Dall’altro, gli ideologi completamente atlantisti e totalmente sionisti che si raccolgono intorno all’attuale ministro delle Finanze, Pierre Moscovici.

I due gruppi non condividono le stesse analisi, e la sintesi è ridotta a pochi punti di consenso: la logica dei blocchi è svanita assieme all’URSS; il mondo è diventato instabile e ha bisogno di essere regolato da istituzioni internazionali; le primavere arabe (al plurale) confermano che il senso della storia è orientato verso la propagazione del modello politico occidentale. Di conseguenza, l’influenza francese può svilupparsi in due modi. Dapprima giocando in ogni circostanza il ruolo di mediatore, Parigi può utilizzare il suo margine di manovra per animare le istituzioni internazionali, nonostante il rifiuto dei russi e dei cinesi di stare nel gioco secondo le regole stabilite dagli Stati Uniti; di seguito, Parigi può contare sulla lingua francese per beneficiare di una sfera di influenza naturale.

La politica estera di François Hollande è già obsoleta mentre il suo mandato è appena all’inizio. Non integra il declino degli Stati Uniti, l’ascesa della potenza di Russia e Cina, la riorganizzazione delle relazioni internazionali; non considera altro che degli accomodamenti con la Cina, il Giappone e la Turchia. Essa immagina che le istituzioni internazionali, frutto dei rapporti di forza scaturiti alla fine della seconda guerra mondiale, sopravvivranno e si adatteranno spontaneamente alle nuove suddivisioni. Infine, la Francia spera di esercitare un’influenza basata sulla francofonia senza doversi dotare di una forza militare significativa e ritiene, per ragioni di economia, di condividere la quota di bilancio della sua difesa con il Regno Unito.

In base alla stessa logica, il presidente ha riorganizzato le ambasciate in modo che ad esse siano assegnati degli obiettivi economici. In questo modo, ha condiviso le responsabilità esterne tra le due correnti del partito socialista, rispettivamente installatesi presso il Ministero degli Affari Esteri e a quello dell’Economia. Questa non è una garanzia di coerenza.

Alla sua inaugurazione, François Hollande ha collocato i suoi cinque anni sotto gli auspici di Jules Ferry (1832-1893), una figura storica del socialismo francese. L’opera di Ferry non può essere compresa che come un tentativo da parte della borghesia di sfuggire alle sue responsabilità storiche (la liberazione della regione dell’Alsazia-Mosella occupata e annessa dai tedeschi), lanciandosi in un’espansione coloniale infiocchettata di buoni sentimenti. Non a caso, il presidente Hollande si conforma al suo modello. Dopo aver giustificato il fatto che non avrebbe fatto nulla per liberare il suo paese dalla tutela statunitense, ha svelato le sue ambizioni per il Mali e la Siria.

Pur prendendo atto che i vecchi tempi dell’imperialismo francese in Africa sono finiti, ha annunciato che Parigi aveva chiesto un mandato del CEDEAO per intervenire militarmente in Mali. Questa copertura giuridica non può convincere: l’organizzazione è presieduta da Alassane Ouattara, insediato al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese lo scorso anno. Tuttavia, non sembra che questa spedizione sia stata preparata sul serio, ne che abbia valutato il suo impatto sapendo che 80mila maliani vivono in Francia.

Premuto dalla sua opposizione affinché prenda un’iniziativa in merito alla Siria, François Hollande ha annunciato: che Parigi riconoscerà un governo provvisorio una volta che sarà formato; che sta operando per portare Bashar al-Assad davanti alla Corte penale internazionale; che la Francia prepara la ricostruzione del paese. L’opzione militare è stata definitivamente scartata, avendo la Siria il doppio degli aerei da combattimento rispetto alla Francia, ed essendo i suoi piloti meglio addestrati, come ha rilevato l’ex capo di Stato Maggiore dell’aeronautica francese, il generale Jean Fleury.

L’iniziativa di François Hollande non era stata coordinata con il suo “suzerain” . Lo stesso giorno, il portavoce del Segretario di Stato, Victoria Nuland, ha sgomberato bruscamente queste proposte. Gli Stati Uniti non intendono lasciare che Parigi s’inventi da solo un governo provvisorio adagiandosi sul Consiglio nazionale siriano (fantoccio della Francia e del Qatar). Hanno dunque preteso la partecipazione del Consiglio nazionale di coordinamento (indipendente), del Consiglio per la rivoluzione siriana (creato dall’Arabia Saudita), e l’Esercito siriano libero (organizzato da parte della Turchia per conto della NATO) .

Quanto all’amministrazione della Siria «il giorno dopo Bashar», Washington non vuole più affidarlo ai francesi. Tanto più che François Hollande ha evocato "i" territori siriani in riferimento ai tre Stati confessionali (alawita, druso e cristiano), che una volta la Francia aveva creato all’interno della Siria. Essi sono rappresentati da tre stelle sulla bandiera del mandato francese ... recentemente diventata quella della "rivoluzione". Ora, il progetto dello Stato maggiore degli Stati Uniti prevede una ripartizione differente del paese, nel quadro del «rimodellamento del Medio Oriente allargato».

In definitiva, come in Libia, i sogni francesi non avranno peso rispetto ai progetti elaborati da lunga data dagli strateghi statunitensi. Non esiste ancora una vera e propria strategia diplomatica francese.

I due gruppi non condividono le stesse analisi, e la sintesi è ridotta a pochi punti di consenso: la logica dei blocchi è svanita assieme all’URSS; il mondo è diventato instabile e ha bisogno di essere regolato da istituzioni internazionali; le primavere arabe (al plurale) confermano che il senso della storia è orientato verso la propagazione del modello politico occidentale. Di conseguenza, l’influenza francese può svilupparsi in due modi. Dapprima giocando in ogni circostanza il ruolo di mediatore, Parigi può utilizzare il suo margine di manovra per animare le istituzioni internazionali, nonostante il rifiuto dei russi e dei cinesi di stare nel gioco secondo le regole stabilite dagli Stati Uniti; di seguito, Parigi può contare sulla lingua francese per beneficiare di una sfera di influenza naturale.

La politica estera di François Hollande è già obsoleta mentre il suo mandato è appena all’inizio. Non integra il declino degli Stati Uniti, l’ascesa della potenza di Russia e Cina, la riorganizzazione delle relazioni internazionali; non considera altro che degli accomodamenti con la Cina, il Giappone e la Turchia. Essa immagina che le istituzioni internazionali, frutto dei rapporti di forza scaturiti alla fine della seconda guerra mondiale, sopravvivranno e si adatteranno spontaneamente alle nuove suddivisioni. Infine, la Francia spera di esercitare un’influenza basata sulla francofonia senza doversi dotare di una forza militare significativa e ritiene, per ragioni di economia, di condividere la quota di bilancio della sua difesa con il Regno Unito.

In base alla stessa logica, il presidente ha riorganizzato le ambasciate in modo che ad esse siano assegnati degli obiettivi economici. In questo modo, ha condiviso le responsabilità esterne tra le due correnti del partito socialista, rispettivamente installatesi presso il Ministero degli Affari Esteri e a quello dell’Economia. Questa non è una garanzia di coerenza.

Alla sua inaugurazione, François Hollande ha collocato i suoi cinque anni sotto gli auspici di Jules Ferry (1832-1893), una figura storica del socialismo francese. L’opera di Ferry non può essere compresa che come un tentativo da parte della borghesia di sfuggire alle sue responsabilità storiche (la liberazione della regione dell’Alsazia-Mosella occupata e annessa dai tedeschi), lanciandosi in un’espansione coloniale infiocchettata di buoni sentimenti. Non a caso, il presidente Hollande si conforma al suo modello. Dopo aver giustificato il fatto che non avrebbe fatto nulla per liberare il suo paese dalla tutela statunitense, ha svelato le sue ambizioni per il Mali e la Siria.

Pur prendendo atto che i vecchi tempi dell’imperialismo francese in Africa sono finiti, ha annunciato che Parigi aveva chiesto un mandato del CEDEAO per intervenire militarmente in Mali. Questa copertura giuridica non può convincere: l’organizzazione è presieduta da Alassane Ouattara, insediato al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese lo scorso anno. Tuttavia, non sembra che questa spedizione sia stata preparata sul serio, ne che abbia valutato il suo impatto sapendo che 80mila maliani vivono in Francia.

Premuto dalla sua opposizione affinché prenda un’iniziativa in merito alla Siria, François Hollande ha annunciato: che Parigi riconoscerà un governo provvisorio una volta che sarà formato; che sta operando per portare Bashar al-Assad davanti alla Corte penale internazionale; che la Francia prepara la ricostruzione del paese. L’opzione militare è stata definitivamente scartata, avendo la Siria il doppio degli aerei da combattimento rispetto alla Francia, ed essendo i suoi piloti meglio addestrati, come ha rilevato l’ex capo di Stato Maggiore dell’aeronautica francese, il generale Jean Fleury.

L’iniziativa di François Hollande non era stata coordinata con il suo “suzerain” [1] . Lo stesso giorno, il portavoce del Segretario di Stato, Victoria Nuland, ha sgomberato bruscamente queste proposte. Gli Stati Uniti non intendono lasciare che Parigi s’inventi da solo un governo provvisorio adagiandosi sul Consiglio nazionale siriano (fantoccio della Francia e del Qatar). Hanno dunque preteso la partecipazione del Consiglio nazionale di coordinamento (indipendente), del Consiglio per la rivoluzione siriana (creato dall’Arabia Saudita), e l’Esercito siriano libero (organizzato da parte della Turchia per conto della NATO) .

Quanto all’amministrazione della Siria «il giorno dopo Bashar», Washington non vuole più affidarlo ai francesi. Tanto più che François Hollande ha evocato "i" territori siriani in riferimento ai tre Stati confessionali (alawita, druso e cristiano), che una volta la Francia aveva creato all’interno della Siria. Essi sono rappresentati da tre stelle sulla bandiera del mandato francese ... recentemente diventata quella della "rivoluzione". Ora, il progetto dello Stato maggiore degli Stati Uniti prevede una ripartizione differente del paese, nel quadro del «rimodellamento del Medio Oriente allargato».

In definitiva, come in Libia, i sogni francesi non avranno peso rispetto ai progetti elaborati da lunga data dagli strateghi statunitensi. Non esiste ancora una vera e propria strategia diplomatica francese.

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip (Italia)

[1] NdT: Suzerain è un termine francese usato anche in altri paesi per definire chi si trova nella posizione di suzeraineté. Nell’ambito di relazioni inter-statali di egemonia, uno Stato suzerain è uno Stato dominante che detiene il controllo delle relazioni internazionali di uno Stato vassallo, consentendogli di valersi di una sovranità limitata negli affari interni.

Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

 
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