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L’autunno anti-americano dopo la primavera araba

| Mosca
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L’assassinio brutale dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens e di altri tre diplomatici statunitensi a Bengasi, culla della rivolta anti-Gheddafi in Libia, indica l’estremamente improvvida politica estera degli Stati Uniti negli ultimi anni. I commentatori e gli esperti sono impegnati alla ricerca di un movente per l’intervento dei teppisti. Si tratta dell”Innocenza dei musulmani’, un film mediocre, la vera causa della rivolta o era solo un pretesto? Più li ascoltiamo, più sia ha un’impressione angosciante. L’occidente ha perso la coscienza e non ha nemmeno il coraggio di riconoscere l’errore fatale commesso contro il colonnello Gheddafi. Pochi giorni, fa il presidente degli Stati Uniti, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha ripetuto un mantra formidabile: “Siamo intervenuti in Libia a fianco di un’ampia coalizione, e con il mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, perché abbiamo avuto la possibilità di fermare il massacro di innocenti, e perché abbiamo creduto che le aspirazioni del popolo erano più potenti di un tiranno. E ora ci incontriamo qui, ancora una volta, per dichiarare che il regime di Bashar al-Assad deve giungere a una fine, così che la sofferenza del popolo siriano possa finire, e una nuova alba possa iniziare.

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Prima di tutto non c’era un mandato del Consiglio sicurezza delle Nazioni Unite per l’intervento in Libia. Se si da una lettura alla Risoluzione 1973 (2011) sulla ‘no-fly zone in Libia’, si scopre che non contiene una sola parola riguardo un eventuale intervento. La flessibilità di tale risoluzione è stata l’unica ragione della sua fatale approvazione al Consiglio di Sicurezza.

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Oggi la Libia è divisa in tribù rivali. Durante il regime di Gheddafi vi era una confederazione di tribù per lo più fedeli all’autorità centrale. Ora non lo sono. Le tribù orientali hanno già dichiarato la secessione di fatto e ignorato le elezioni parlamentari. Stanno cercando di intascare i proventi delle esplorazione nei giacimenti di gas e petrolio dei loro territori. Uno dei paesi economicamente più prosperi del Maghreb, si sta rapidamente trasformando nell’Afghanistan o nella Somalia.

Ogni tribù libica ha ora le sue milizie armate, con una stima totale di oltre 100.000 armati. Si combattono tra di loro in modo permanente per terre, pascoli, sorgenti d’acqua dolce, ma soprattutto giacimenti petroliferi. Ad esempio una guerra su larga scala tra i clan di Misurata e Bengasi, per il bacino di Sirte, oggi si profila. Nessuno ha la minima intenzione di cedere tali attività alle autorità centrali a Tripoli.

Aleksandr Mezjaev della Fondazione per la Cultura Strategica, descrive il massacro quotidiano in Libia: “Nel complesso, non ci sono segni che le tensioni stiano scemando in Libia, dove i combattimenti continuano negli ultimi 5-6 mesi. Gravi scontri tra le brigate toubou e gruppi arabi sono iniziati a Sabha, nel sud della Libia, a giugno e hanno fatto centinaia di vittime. Poi delle battaglie sono infuriate a Kufra, nel sud-est della Libia. La tradizionale disputa tra clan sul controllo delle frontiere nella parte occidentale della Libia, ha avuto un’escalation con un conflitto armato di tre giorni, tra la città di Zuwara da un lato e quelle di al-Jumail e Raghdalin dall’altro, con circa 50 uccisi. Dieci persone sono morte quando arabi e tuareg si sono scontrati a Ghadames, e circa 1600 tuareg, in seguito, sono stati costretti a fuggire nella vicina Derg. A giugno, le tribù Zintan e Mashashia si sono scontrate sulle montagne Nafusa, lasciando oltre 70 morti e circa 150 feriti. Le forze governative sono state schierate tra Zintan e Shagiga, per tenere separate le due comunità in lotta per la terra. Il consiglio di Barka ha continuato a perseguire politiche “federaliste” nella parte orientale della Libia. Le violenze sono esplose anche nei locali del premier, dove sono stati uccisi una guardia e un “combattente ribelle” in una sparatoria, nel maggio scorso. Le strutture governative, i rappresentanti della comunità internazionale e le forze di sicurezza, finiscono sotto tiro nella Libia orientale, e con impressionante regolarità.

L’amministrazione di Barack Obama non ha supportato solo l’eliminazione del colonnello Gheddafi (basta rinfrescarsi la memoria con il suo delizioso discorso del 20 ottobre 2011), ma ha anche facilitato la presa del potere in Egitto dei Fratelli musulmani. Oggi siamo testimoni di manifestazioni anti-americane anche lì (non ci sono state ancora vittime per pura fortuna). E danno anche supporto agli insorti anti-Assad in Siria. Che cosa accadrebbe se a Damasco i guerriglieri che supportano riuscissero a prevalere, non possiamo nemmeno immaginarlo. Purtroppo le lezioni della storia non vengono apprese da Washington. Ha già pagato molto per aver distinto jihad ‘buona’ e ‘cattiva’ (ci dispiace usare questa parola sacra, nel senso più empio usato dai militanti). Considerano il terrore contro i rivali geopolitici come una forma ammissibile di ‘liberazione nazionale’, mentre le azioni anti-americane vengono indicate come crimini contro l’umanità. Il costo di tale schizofrenia politica degli Stati Uniti aumenterà. Non dobbiamo collegare questi eventi relativi all’autunno anti-americano esclusivamente a una parodia di film uscita negli USA. Il problema è molto più profondo. Il genio cattivo globale è già stato fatto uscire dalla bottiglia ed è occupato a distruggere l’antico mausoleo di Tripoli, a demolire santuari cristiani in Kosovo, Indonesia, Nigeria, a uccidere copti egiziani, ecc.

Per capire il solitario della geopolitica del Medio Oriente, dovremmo nominare correttamente i vincitori e vinti del gioco d’azzardo della ‘primavera araba’. Le monarchie del Golfo sono sicuramente tra i primi. Si tratta di un segreto di Pulcinella che i paesi del Golfo aspirino a controllare il gas libico per un lungo periodo. Il Qatar, con piani ambiziosi sul grande mercato europeo del gas liquefatto, è stato il principale partito interessato a spodestare il leader libico. Mentre l’emiro del Qatar al-Thani è riuscito a liberarsi del suo avversario personale (diversi scambi aggressivi si ebbero tra di loro, durante alcune riunioni pan-arabe, che non erano passato inosservate) e penultimo potente leader laico del mondo arabo (l’ultimo è il presidente della Siria Bashar Assad). Oggi l’influenza degli islamisti filo-salafiti s’è seriamente rafforzata in Libia. L’ex governatore militare di Tripoli Abdelhakim Belhadj, un protetto del Qatar, è considerato una delle figure più influenti. Nonostante il risultato miserabile nelle recenti elezioni “democratiche” del Congresso generale nazionale, gioca ancora un ruolo decisivo in Libia.

Il perdente principale è ovviamente l’Europa (per non parlare del popolo libico, che vive in un nuovo Afghanistan). Non ha raggiunto alcun obiettivo originariamente perseguito. Il tentativo di mostrare la sua potenza politica e militare si è quasi trasformato in un fiasco e, di fatto, in una seconda crisi di Suez. Neanche l’idea di creare uno stato liberale laico in Libia è riuscito. Chi ha preso Mahmoud Jibril per un liberale ha profondamente sbagliato: ha già chiesto il restauro della poligamia e, secondo lui, si dovrebbe strettamente agire in linea con i principi della Sharia. Inoltre l’operazione in Libia ha creato nuovi problemi per il continente europeo. Ha perso un fornitore affidabile di gas (nessuna ditta seria investirebbe in quello che ora è chiamata Libia). Si affaccia moltiplicata l’immigrazione clandestina dall’Africa. La minaccia della comparsa di un enorme hub terroristico-petrolifero dall’altra parte del Mediterraneo, dotato di armi sofisticate tra cui MANPADS, è tangibile come non mai. Ma forse più pericolosa è la perdita di fiducia dei leader del ‘Terzo Mondo’. Ora sanno che flirtare e avvicinarsi all’Occidente non li immunizza dai bombardamenti democratici.

Quali dovrebbero essere le lezioni della tragedia a Bengasi? Prima di tutto il partito della guerra nel Consiglio di sicurezza dell’ONU deve contenere le proprie ambizioni nel ridefinire il Medio Oriente. Le sue politiche irresponsabili sono già costate molto non solo alla regione, ma alla sua reputazione. Esprimere chiaramente la volontà di fare del Consiglio di sicurezza un ente che collabori nel mantenere la pace e la sicurezza internazionale sarebbe un primo passo intelligente. (Purtroppo, Clinton ha dato un segnale sbagliato all’inizio di questa settimana, lasciando la sala conferenze del Consiglio di Sicurezza, mentre il suo collega russo Sergej Lavrov stava per accendere il suo microfono. Il ruolo di ragazzina offesa non corrisponde allo status di funzionario degli Stati Uniti). Devono capire che ulteriori tentativi di destabilizzare la Siria, solo per scagliare un apparente attacco suicida contro l’Iran, catalizzerebbe processi irreversibili su scala globale. Il risultato sarà sconvolgente per l’Occidente: scoprirebbe che sicuramente perderebbe la propria soggettività nella politica internazionale. Le forze più retrograde si affermerebbero ponendo fine a tutte le realizzazioni umane nel campo della scienza, della cultura, delle arti, della democrazia e dell’umanesimo. Gli agenti della decadenza sono potenti anche all’interno della dirigenza negli Stati Uniti. Saranno gli elementi sani e sobri delle élite nazionali negli USA, e in altri paesi, a batterli sulle questioni di fondamentale importanza per la sopravvivenza del mondo contemporaneo.

Fonte
Oriental Review

Traduzione di Alessandro Lattanzio (SitoAurora)

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