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Il Qatar conduce un’operazione aerea per infiltrare decine di terroristi nel Sahel

Eric Denece, direttore del Centro studi francese sull’Intelligence, a Les Temps d’Algerie

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Chief of Staff of Qatar’s armed forces Hamad Bin Ali al-Attiyah

Les Temps d’Algerie: Il Presidente della Repubblica francese, François Hollande, ha appena effettuato una visita in Mali e a Timbuktu. Qual’è l’impatto di questa visita presidenziale sul morale delle truppe che operano nel nord del Mali?

Denece Eric: Nessuna, si tratta di una tradizione che il Capo dell’esecutivo visiti le truppe impegnate in un’operazione, soprattutto dopo un successo o un evento importante (ad esempio, un attentato). Si tratta anche di una visita politica per sostenere il governo provvisorio del Mali e incoraggiare la ricerca di una soluzione negoziata con i tuareg.

Non teme che i terroristi che detengono gli ostaggi provino a giustiziarli, come hanno fatto a Tiguenturin, o siano costretti a tenerli in vita per cercare di usarli per fare pressioni?

Questo è il rischio. Ma coloro che detengono i nostri ostaggi sanno anche che sono la loro assicurazione sulla vita. Se li uccidono, i servizi speciali o l’esercito li scoverebbero e li eliminerebbero senza esitazioni.

Il leader del Movimento Islamico Azawad (MIA), nato da una scissione di Ansar al-Din, ha di recente attaccato l’Algeria, accusandola di "temere che i tuareg in Algeria siano ispirati dai tuareg in Mali, se questi riescono ad avere una posizione di forza". Cosa ne pensate?

Penso che queste siano minacce verbali e gratuite. L’Algeria non è il Mali, in particolare gli sforzi fatti per diversi anni verso i tuareg erano reali, in particolare nella conservazione della loro identità e dei loro diritti. Ma ci sono alcuni gruppi tuareg, islamici e non, che ancora rifiutano l’idea dei confini e ritengono di essere stati derubati dei loro territori.

L’intervento militare in Mali finora non ha portato alla neutralizzazione o arresto di un leader terrorista come Belmoqtar o Druqdel. Dove pensate possano essersi nascosti i terroristi di AQIM e Mujao?

Non è difficile per un leader terrorista inviare le sue truppe in battaglia e rimanere nascosto tra le montagne. Questo è il modo con cui molti leader islamici nel Sahel affrontano l’offensiva francese. È anche il caso di Moqtar Belmoqtar, che non era ad Amenas. Questi uomini si nascondono, mutando di continuo luogo, a volte sono nel cuore del deserto, a volte nelle città del Sahel... Alcune fonti hanno recentemente riportato un’operazione aerea del Qatar per infiltrare decine di terroristi nel Sahel, contro l’intervento francese. La possibilità di fughe o di occultamento sono molte, ma è così poco glorioso.

Il primo ministro britannico, David Cameron, ha parlato ad Algeri di terrorismo e cooperazione nella sicurezza tra i due Paesi. Come vedete il rafforzamento di tale cooperazione?

Gli inglesi, dopo aver criticato l’intervento eccessivo delle forze speciali algerine ad Amenas, hanno subito ripreso senso. Non possono fare a meno dell’alleanza con gli algerini nella lotta contro il terrorismo nel Sahel, soprattutto per tutelare le proprie operazioni di sfruttamento degli idrocarburi (la British Petroleum è presente in Algeria). Forse David Cameron ha anche delle cose da farsi perdonare, dopo per aver pilotato assieme a Nicolas Sarkozy l’intervento della NATO in Libia, maggiore causa responsabile del caos attuale nel Sahel.

Vi è una grave minaccia alle infrastrutture per il petrolio e il gas nei Paesi del Maghreb arabo e del Sahel, dopo l’attacco terroristico contro la base operativa di Sonatrach-Statoil-British Petroleum?

Sì, è una realtà. Ma non è una novità. Durante il decennio nero, l’Algeria è stata ugualmente oggetto di azioni terroristiche contro queste strutture. In effetti, è da allora che data il rafforzamento delle misure di sicurezza in tali siti. Ciò che è diverso è che i terroristi, ora, forse cercano di colpire i siti dove ci siano molti occidentali, soprattutto francesi. Tuttavia, questo non gli impedisce di agire contro gli interessi dell’Algeria.

Pensate che ci siano dei Paesi che cercano d’imporre all’Algeria lo schieramento di loro forze militari nei siti petroliferi e gasiferi algerini?

Mi sorprenderebbe molto. Perché ciò non accade da nessuna parte. E’ estremamente raro perfino che le società di sicurezza private, che operano per la difesa dei siti petroliferi, siano armate. Io stesso ho garantito la sicurezza di una pipeline in costruzione in Myanmar, molto esposta alla metà degli anni ’90, e avevamo avuto il divieto di essere armati. Soltanto alcuni Paesi lo permettono. D’altra parte, sembra inconcepibile che il governo algerino permetta la presenza di una forza armata straniera sul proprio territorio.

Cosa possiamo comprendere dal fatto che i terroristi responsabili dell’attacco ad Amenas fossero di nazionalità diverse?

Ciò illustra un fenomeno che conosciamo bene: l’internazionalizzazione del terrorismo jihadista, accelerato dall’intervento in Libia. I confini della regione per lo più non sono controllati, e i fanatici di tutte le nazionalità possono muoversi liberamente, indulgendo nel traffico, omicidio, sequestro di persona e, incidentalmente, combattere... Aggiungo che alcune petro-monarchie del Golfo non esitano a reclutare e inviare questi salafiti per imporre la loro visione rigida ed estremista dell’Islam.

Un inviato delle Nazioni Unite, pochi giorni fa, ha annunciato che ci sono 200.000 miliziani armati in Libia e che centinaia di persone armate, in questo paese, non sono controllate dal governo libico. I terroristi jihadisti libici sono stati tra gli autori dell’attacco al sito di Tiguenturin. L’inviato delle Nazioni Unite ha avvertito di una possibile relazione con la situazione nel Mali, citando possibili collegamenti tra molte di queste milizie etniche e i jihadisti in Mali.

Questo significa che la situazione in Libia continua a minacciare la sicurezza e la stabilità della regione?

Ovviamente, continua e dovrebbe, purtroppo, durare ancora per un po’ di tempo, perché la situazione è tutt’altro che stabile in Libia, come in Tunisia e in Egitto. Tuttavia, se 200.000 miliziani sono una realtà, non sono tutti jihadisti o criminali. In Libia, un certo numero di tribù, un tempo fedeli a Gheddafi, si sono armate per affrontare l’egemonia dei clan della Cirenaica, che cercano di prendere il pieno controllo del paese. Inoltre, il Paese è nel caos (Ali Zeidan, il Primo ministro, in pochi mesi è stato oggetto di due tentativi di assassinio), molti locali sono armati per garantire la sicurezza delle loro famiglie e del loro villaggio. Ed essendoci armi ovunque, non è difficile.cile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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