Rete Voltaire
«Sotto i nostri occhi»

L’Arabia Saudita pronta a negoziare

Gli Stati Uniti hanno risolto i loro problemi interni prima della conferenza di Ginevra 2, poi hanno eliminato l’opposizione del Qatar. Da adesso s’affidano a quella dell’Arabia Saudita. Tuttavia, osserva Thierry Meyssan, Riyadh sembra più docile di Doha e propone un assestamento che le garantisca sia la sua sopravvivenza sia una sua uscita a testa alta.

| Damasco (Siria)
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Foto ufficiale dell’incontro tra Vladimir Putin e Bandar bin Sultan. Non si vede il principe saudita.
© Ufficio stampa del Cremlino.

Dopo la destituzione dell’emiro del Qatar da parte degli Stati Uniti e la sua abdicazione in favore del figlio Tamim, la situazione in Nord Africa e in Medio Oriente si è rapidamente evoluta. Con sorpresa di Washington, l’esercito egiziano ha scelto questo momento per rovesciare il presidente Mohamed Morsi, un Fratello musulmano sponsorizzato da Doha. Di conseguenza, la perdita del sostegno del Qatar si è trasformata in una disfatta dei Fratelli che si sentono minacciati anche in Tunisia, in Libia e a Gaza.

Washington ha fatto «buon viso a cattivo gioco», considerando che in ogni caso, controllava anche l’esercito egiziano e la maggior parte delle altre forze politiche regionali. Sebbene il ritorno delle uniformi contraddica il discorso sulla democratizzazione, si è presto adattata ai suoi nuovi interlocutori.

Il Dipartimento di Stato sta dunque perseguendo il suo piano iniziale di una nuova spartizione regionale con la Russia. Tuttavia, l’attuale debolezza degli Stati Uniti è tale che stanno dando tempo al tempo. Mentre una pace giusta e duratura passa attraverso uno sviluppo economico congiunto delle forze presenti, il piano degli Stati Uniti si basa su una visione anacronistica della divisione in zone di influenza, ispirata agli accordi franco-britannici Sykes-Picot (1916).

In questa prospettiva, un presupposto del Dipartimento di Stato dai tempi di Madeleine Albright è che non ci può essere pace in Palestina senza pace in Siria e viceversa. Infatti, qualsiasi accordo con i palestinesi è immediatamente rimesso in causa da gruppi dissidenti che lo sabotano, mentre la Siria baathista rifiuta in linea di principio una pace separata. La sola soluzione è dunque globale, tenendo la Siria quale responsabile per la forza di applicazione dell’accordo.

John Kerry è arrivato a costringere Israele e l’Autorità palestinese a sedersi al tavolo delle trattative per nove mesi, vale a dire fino alle elezioni presidenziali siriane. I primi contatti sono stati gelidi, ma il Dipartimento di Stato ritiene di avere il tempo per riscaldarli e portare i suoi invitati a unirsi al processo siriano di Ginevra 2. I negoziati sono condotti dal diplomatico sionista Martin Indyk, che fu il consigliere sul Medio Oriente di Madeleine Albright e Bill Clinton.

Allo stesso tempo, Kerry ha lasciato che l’Arabia Saudita riempisse il vuoto creato dalla scomparsa del Qatar sulla scena internazionale. Le ha dato sei mesi per risolvere i problemi regionali. In questo caso, quello dell’Arabia Saudita, non è il re Abdullah, troppo occupato a sperimentare i suoi afrodisiaci, bensì il principe Bandar bin Sultan con suo cognato, l’eterno ministro degli esteri da 38 anni, il Principe Saud.

Tuttavia, alla luce di quanto è capitato all’emiro Hamad del Qatar, i due uomini hanno paura di cadere in una trappola degli USA: consumarsi senza successo ed essere a loro volta scartati dalla scena internazionale, il che segnerebbe l’inizio della fine del regno.

Inoltre occorre considerare con la massima attenzione il voltafaccia della loro marionetta, lo sceicco Adnan al-Arur. In un programma televisivo, in onda il 31 luglio, il capo spirituale dell’Esercito Siriano Libero ha dichiarato di essere stato costretto (da chi?) a prendere le armi contro Bashar al-Assad, nel momento in cui la via militare non porta da nessuna parte. Ha deplorato che la «nobile rivoluzione» sia diventata un «macello» e ha concluso che non vi si riconosceva più.

Poche ore dopo, il suo capo, il principe Bandar bin Sultan, è stato ricevuto a Mosca, non solo dal suo omologo, ma dal presidente Vladimir Putin. Un laconico comunicato è stato emesso poco dopo indicando che le discussioni si erano concentrate «su una vasta gamma di questioni bilaterali e sulla situazione in Medio Oriente e Nord Africa.» Il servizio stampa ha pubblicato una fotografia dell’accoglienza da parte del Presidente e una vecchia fotografia del capo delle spie saudite, decisamente inaccessibile dopo l’attentato di cui è stato oggetto nel luglio 2012 in risposta all’assassinio dei capi militari siriani.

Tutto avviene come se a Riyadh si mostrassero più ragionevoli di Doha e accettassero il principio della conferenza di Ginevra 2. La loro rivendicazione si accontenterebbe di un mantenimento di Bashar al-Assad in cambio di una vittoria simbolica in Libano, con il ritorno al potere del loro simbolo, Saad al-Hariri. Costui comporrebbe un governo di unità nazionale, che includerebbe il "braccio politico" di Hezbollah, il che spiegherebbe la recente decisione dell’Unione europea di distinguere le due branche in seno al Partito di Dio.

Traduzione
Matzu Yagi

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Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).

 
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L’inizio del capovolgimento del mondo
La strategia russa di fronte all’imperialismo anglosassone
 
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