© David Manrique

Di fronte alla recessione globale, è urgente che i presidenti del Sud America mettano tutte le loro energie nella costruzione di proprie istituzioni di credito e sull’utilizzo degli strumenti di cooperazione finanziaria volti a indebolire l’influenza del dollaro nella regione. Ogni volta che il governo degli Stati Uniti cerca d’imporre con ogni mezzo il predominio economico sulla regione, per i Paesi sudamericani è indispensabile avere autonomia politica dagli istituti di credito tradizionali.

Il modus operandi del Fondo monetario internazionale (FMI), Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) è già ben noto: l’uso del debito come meccanismo di pressione sui popoli sprofondati nell’insolvenza; imposizione di misure economiche draconiane (diminuzione della spesa sociale, tagli salariali, privatizzazione delle imprese statali strategiche, ecc.); assistenza finanziaria illimitata ai governi nati da un colpo di Stato e sostenuti dalla Casa Bianca (come in Cile a metà degli anni ’70); eccetera. Per queste e molte altre ragioni, è necessario rafforzare le fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana.

In primo luogo, è necessaria l’Unità monetaria sudamericana (UMS). L’UMS non è una “moneta comune”, come l’euro, ma un paniere di riferimento costituito da un insieme di valute (come i diritti speciali di prelievo del FMI). In breve, l’UMS è un riferimento dalla maggiore stabilità rispetto al dollaro, sia emettendo buoni che comparando i prezzi nella regione. In parallelo, va promosso il commercio fatturato in valuta locale.

Dal 2008 Argentina e Brasile hanno lanciato il sistema di pagamento in valuta locale (SML). E nell’ottobre 2015, Paraguay e Uruguay implementavano un meccanismo di pagamenti di questo tipo. Grazie a ciò, si è evitato di volgersi al dollaro, pagandone le transazioni, ridotte considerevolmente tra le imprese delle parti. Ora manca solo coinvolgervi Bolivia e Venezuela, favorendo così la “dedollarizzazione” dei Paesi del Mercato comune del Sud (MERCOSUR).

In secondo luogo, i Paesi del Sud America hanno bisogno di un potente fondo di stabilizzazione monetaria in grado di proteggerne la bilancia dei pagamenti dalle violente fluttuazioni del dollaro, ancor di più dopo che la Federal Reserve (Fed) statunitense ha alzato il tasso di interesse dei fondi federali (‘federal funds rateì’) nel dicembre scorso [1]. Dal 2002 al 2009 l’aumento dei prezzi delle materie prime (‘commodities’) ha favorito il massiccio accumularsi delle riserve internazionali, e tuttavia il Sud America ha continuato a finanziare i Paesi industrializzati.

Gran parte dei miliardi di dollari risparmiati dalla regione sudamericana negli ultimi anni è stata investita nei titoli del Tesoro degli Stati Uniti, piuttosto che incanalata nelle attività produttive attraverso un potente Fondo del Sud. Al momento l’unico fondo di stabilizzazione esistente nella regione è il Fondo di Riserva Latinamericano (FLAR), originariamente creato dalla Comunità andina nel 1978 sotto il nome do Fondo di riserva andino, composto attualmente da Bolivia, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela.

Tuttavia, le risorse disponibili al FLAR sono insufficienti per contenere le fughe precipitose di capitale nei momenti critici: il capitale sottoscritto è di soli 3,609 miliardi di dollari, un importo pari a meno del 15% degli stock detenuti dalla Banca Centrale della Bolivia. Il mercato del credito globale è diventato troppo volatile. Solo nel 2015 più di 98 miliardi di dollari di investimenti nei Paesi emergenti sono fuggiti, secondo le stime dell’Institute of International Finance (IIF, nell’acronimo in inglese) [2].

Pertanto, è urgente lavorare su tale pericolosa vulnerabilità. I Paesi del Mercosur hanno bisogno di un fondo di stabilizzazione che, dato l’elevato grado d’integrazione finanziaria tra Brasile e resto del mondo, conti su almeno 100 miliardi di capitale sociale, il volume delle risorse con cui avviare l’Accordo della Riserva delle Contingenze dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).

In terzo luogo, i Paesi del Sud America devono liberare la Banca del Sud dal pantano burocratico e finalmente emettere i primi prestiti [3] I dettagli tecnici sono quasi pronti: il capitale iniziale sarà di 7 miliardi di dollari e il capitale sociale di 20 miliardi di dollari; la sede sarà in Venezuela; Argentina e Bolivia ospiteranno altri due rami. Tuttavia, il suo avvio è stato rinviato più volte, tanto che, ad oltre otto anni dalla firma del documento della fondazione a Buenos Aires, la Banca del Sud non può ancora aprire i battenti [4].

Vi sono forti interessi economici che impediscono la rottura dello status quo, sia dentro che fuori la regione. Anche se in un primo momento era previsto che la Banca del Sud riunisse tutti i Paesi dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), ciò sembra impossibile; Suriname e Guyana non hanno alcun interesse, mentre Cile, Colombia e Perù si accaniscono a sostenere progetti d’integrazione promossi da Washington, l’Alleanza del Pacifico e l’accordo della Partnership Trans-Pacifica (TPP, nell’acronimo in inglese).

Di conseguenza, i membri della Banca del Sud si riducono ai Paesi MERCOSUR più l’Ecuador. Inoltre, la resistenza nel blocco proviene per lo più da Itamaraty, il Ministero degli Esteri del Brasile. In Sud America l’influenza sulla Banca di Sviluppo Nazionale (BNDES nell’acronimo portoghese) del Brasile è travolgente, tanto che in alcuni anni è riuscita a superare il credito fornito da FMI, Banca Mondiale e IDB.

La BNDES non ha alcun interesse a far avanzare l’integrazione latinoamericana, infatti la sua missione è garantire l’approvvigionamento di materie prime (‘commodities’) alle società brasiliane [5]. Le risorse della BNDES sono orientate sui megaprogetti che riproducono la dipendenza dall’esportazione primaria dei Paesi sudamericani come l’Iniziativa per l’integrazione delle infrastrutture regionali (IIRSA), una rete stradale di dimensioni continentali che avvantaggia solo una manciata di società [6].

Al contrario, il denaro della Banca del Sud non andrà non solo alle infrastrutture, ma anche a una vasta gamma di programmi d’investimento connessi a istruzione, sanità, alloggi, ecc. La Banca del Sud scarterà completamente i criteri del “Washington Consensus” che hanno portato tanta miseria nelle Americhe; concederà prestiti ad interesse molto basso, dato che l’obiettivo è promuovere lo sviluppo economico generale dei popoli.

Indubbiamente, la Banca del Sud è una grande speranza in tempi di crisi. Da un lato, sarà un potente meccanismo di sollievo economico per i Paesi del Sud America vittime di gravi contrazioni. D’altro canto, sarà di aiuto cruciale nel finanziare gli obiettivi più ambiziosi dell’integrazione sudamericana: progetti scientifici e tecnologici comuni, una rete di ferrovie e altre energie, ecc.

In conclusione, i governi sudamericani devono prendere misure concrete per porre fine al restauro conservativo in corso, altrimenti precipiteranno nella debacle. Chiaramente, il governo del Brasile ha la maggiore responsabilità sulla salvaguardia della sovranità continentale. Dai vertici di Itamaraty dipenderà in ultima analisi la fine della paralisi della Banca del Sud…

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)
Fonte
Russia Today (Russia)

[1«Fed’s rate rise could heighten problems in emerging markets», James Quinn, The Telegraph, December 18, 2015.

[2«Emerging market portfolio flows at weakest level since global financial crisis», Jonathan Wheatley, The Financial Times, January 4, 2016.

[3«Banco del Sur, crisis global y turbulencia en Latinoamérica», por Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 22 de septiembre de 2014.

[4«The Bank of the South: Bolivarian finance», The Economist, December 13, 2007.

[5«Brasil vs. Banco del Sur», por Oscar Ugarteche, Agencia IPI (Perú), Red Voltaire, 28 de agosto de 2007.

[6«Interconexión sin integración: 15 años de IIRSA», Raúl Zibechi, Programa de las Américas, 23 de septiembre de 2015.