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La posta in gioco dietro le elezioni presidenziali del Venezuela

L’elevata percentuale di astensionismo nelle elezioni presidenziali in Venezuela non permette di sancire, almeno formalmente, il carattere democratico della vittoria di Nicolás Maduro. Tuttavia, in piena guerra economica, la partecipazione al voto è stata ampiamente sufficiente a dimostrare il sostegno popolare alle istituzioni. In gioco c’era ben più della permanenza al potere degli chavisti: si trattava di decidere il futuro del Paese dinanzi all’aggressione in corso.

| Damasco (Siria)
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Le elezioni presidenziali in Venezuela dovevano essere l’occasione per dare avvio a una nuova fase preparatoria della distruzione del “bacino dei Caraibi”. Questo è perlomeno quanto sperava il SouthCom [1].

Le letture della crisi che il Venezuela sta attraversando sono molteplici. Per i Paesi occidentali, essa è il risultato della cattiva gestione del presidente Maduro e del suo sogno socialista. Per le forze armate, che osservano i preparativi militari di Panama, Colombia, Brasile e Guyana, è invece il risultato della terribile guerra contro il Paese, per il momento solo economica, guidata dagli Stati Uniti. Sta di fatto che il prodotto interno lordo precipita del 15% all’anno e l’inflazione sta raggiungendo vertici inauditi (18.000% dall’inizio dell’anno). Benché l’amministrazione Maduro riesca ancora a distribuire viveri e quindi a evitare la carestia, i tentativi di arrestare la discesa all’inferno sono, al momento, fallimentari.

I 14 Stati del Gruppo di Lima hanno contestato in anticipo, senza alcuna ragione fondata, la validità dello scrutinio [2]. Come accadde nel 2014 per la Siria, uno di questi Stati ha deliberatamente violato la Convenzione di Ginevra sulle relazioni consolari, vietando all’ambasciata del Venezuela di organizzare seggi elettorali nei consolati. Nel caso del Venezuela si tratta del Canada (Paese membro del Gruppo di Lima); nel caos della Siria, nel 2014, furono invece Francia e Germania (Paesi che non ne fanno parte) [3].

Come già in Siria, l’opposizione pro-USA ha chiamato al boicottaggio delle elezioni. Peggio, ha organizzato uno sciopero dei trasporti per impedire agli elettori delle campagne e dei sobborghi di recarsi ai seggi.

Il tasso di astensione non poteva che essere abnormemente elevato. Tanto più che un milione e mezzo di venezuelani sono emigrati per sfuggire alla miseria che imperversa nel Paese e non hanno fatto in tempo a iscriversi nelle liste elettorali presso le ambasciate.

Ciononostante, il 46% dei venti milioni di elettori si sono espressi. E il 67% di questi ha votato per il candidato chavista, Nicolás Maduro.

Le analisi del voto dicono che il tasso di partecipazione nelle circoscrizioni è stato direttamente proporzionale alla povertà degli elettori.

Le medesime analisi evidenziano anche che gli elettori di oltre 40 anni si sono recati alle urne, mentre la quasi totalità dei giovani non ha votato. Vale a dire che i giovani hanno manifestato disinteresse per la politica, o si sono attenuti alle indicazioni dell’opposizione pro-USA, laddove chi ha conosciuto il Venezuela di prima della rivoluzione bolivariana ha voluto esprimere il proprio voto. E lo ha voluto fermamente: lo dimostrano le difficoltà per raggiungere i seggi, soprattutto per sostenere Nicolás Maduro, nonostante il fallimento generale dell’economia! I più poveri, quelli che con il salario mensile non possono più acquistare nemmeno un chilo di carne, sono stati, in proporzione, i più numerosi a votare. Questo significa che, a dispetto di quanto speravano gli Stati Uniti, i venezuelani non considerano Maduro responsabile della catastrofe economica. Sono intenzionati a proseguire nella lotta avviata da Hugo Chávez per liberare il Paese dall’imperialismo statunitense.

Questa anomalia è frutto del sentimento nazionale sviluppatosi nei 18 anni di rivoluzione bolivariana e rende difficoltoso qualunque intervento militare straniero.

Peraltro, benché un candidato serio, Henri Falcón (ex governatore dello Stato di Lara), il giorno delle votazioni abbia denunciato trattarsi di elezioni truccate che rendevano impossibile la sua vittoria e, quindi, non valeva la pena di scomodarsi per recarsi alle urne, non ha dissuaso quasi due milioni di elettori a votare per lui. La condotta dei sostenitori di Fálcon non può che essere interpretata come volontà sia di difendere il proprio Paese, sia di esortare l’intera classe politica alla riconciliazione per far fronte comune all’aggressione in corso.

Sintomo della disperazione che continua a crescere: quasi un milione di elettori ha votato per il pastore evangelico Javier Bertucci, un candidato che per salvare il Paese non sa indicare altra via che un pentimento collettivo e un intervento divino.

Ancora prima che fosse noto il risultato dello scrutinio, Washington aveva annunciato il promulgamento di un «decreto presidenziale riguardante il Venezuela per vietare alcune transazioni supplementari» [4] e il G7 [5] aveva preparato una dichiarazione per «rifiutare il processo elettorale» [6].

Poi, di fronte all’eloquenza dell’esito elettorale, silenzio. Proseguire nel piano originario di distruzione degli Stati e delle società della regione? Non sarà pericoloso lanciarsi all’attacco del Venezuela, come si fece in Siria, correndo il rischio di imbattersi in una resistenza severa? In breve: proseguire nel piano o aspettare di impoverire e di dividere ancora un po’di più i venezuelani, prima di attaccarli sul piano militare?

Inoltre, il fatto che, contrariamente alle abitudini diplomatiche, la Russia abbia reagito in anticipo alle dichiarazioni del Gruppo di Lima, sottolineando che potevano essere considerate ingerenza negli affari interni di un altro Paese [7], fa pensare che Mosca non si sia fatta imbrogliare. In caso d’intervento della NATO, la Russia si metterà ancora di mezzo?

È prematuro per il SouthCom prendere decisioni. Un periodo di valutazione potrebbe essere utile al Pentagono per “lavorarsi” la gioventù venezuelana, che in minima parte ha partecipato al voto, e anche per aumentare la pressione su altri Stati del “bacino dei Caraibi”, soprattutto sul Nicaragua.

Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista

[1] « Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke” », Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 février 2018. “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.

[2] “Declaration on Venezuela on the sidelines of the Summit of the Americas”, Voltaire Network, 14 April 2018.

[3] “Il Canada impedisce ai venezuelani che vivono sul suo territorio di eleggere il loro presidente”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 20 maggio 2018.

[4] “Executive Order Prohibiting Certain Additional Transactions with Respect to Venezuela”, by Donald Trump, Voltaire Network, 21 May 2018.

[5] Il G7 è composto da Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada.

[6] « Déclaration des dirigeants du G7 concernant le Venezuela », Réseau Voltaire, 23 mai 2018.

[7] “Comment by the Russian Foreign Ministry on developments in Venezuela”, Voltaire Network, 16 May 2018.

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