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«L’arte della guerra»

Metamorfosi della «dottrina Obama»

| Roma (Italia)
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Samantha Power sposato Cass Sunstein

Nel corso del primo mandato, il presidente Obama prende formalmente le distanze dalla politica estera e militare del suo predecessore, il presidente Bush, dando l’impressione che gli Stati uniti non vogliano più essere «il poliziotto del mondo» e intendano attuare un disimpegno militare, in Afghanistan e altrove, per concentrarsi sui problemi interni. Nasce così quella che viene definita «dottrina Obama». La guerra non scompare però dall’agenda dell’amministrazione Obama: lo dimostra quella contro la Libia, condotta nel 2011 dalla Nato sotto comando Usa, con un massiccio attacco aeronavale e con forze sostenute e infiltrate dall’esterno.

All’inizio del secondo mandato, il presidente Obama annun-cia che «gli Stati uniti stanno voltando pagina». Ma anche la successiva è una pagina di guerra. La nuova strategia prevede l’uso di forze armate più flessibili e pronte ad essere dispie-gate rapidamente, dotate di sistemi d’arma a sempre più alta tecnologia. Prevede allo stesso tempo un uso sempre maggio-re dei servizi segreti e delle forze speciali. Nel nuovo modo di fare la guerra, l’attacco aperto viene preparato e accompa-gnato con l’azione coperta per minare il paese all’interno. Come si è fatto con la Libia e ora si sta facendo con la Siria, armando e addestrando i «ribelli», per la maggior parte non-siriani, molti appartenenti a gruppi islamici ufficialmente considerati terroristi. Allo stesso tempo il presidente Obama enuncia la nuova «strategia controterrorismo»: da «illimitata guerra al terrore» essa si trasforma in una serie di «azioni le-tali mirate» con l’obiettivo di «smantellare specifiche reti di estremisti violenti che minacciano l’America». In tali azioni vengono sempre più impiegati i droni armati, il cui uso è con-siderato «legale»,dato gli Stati uniti conducono una «guerra giusta e di autodifesa».

Il democratico Obama, presentatosi come «colomba» (e insi-gnito del Premio Nobel per la pace), prosegue quindi sostan-zialmente la strategia del repubblicano Bush, il «falco» aperto sostenitore dell’intervento armato.

Come giustificare tale metamorfosi?

È qui che entra in scena Samantha Power, già docente a Har-vard, vincitrice del Premio Pulitzer con un libro in cui teoriz-za «la responsabilità di proteggere» che spetta agli Stati uniti nell’«epoca del genocidio». La Power entra nel Consiglio per la sicurezza nazionale (l’organo di cui fanno parte i vertici delle forze armate e dei servizi segreti, con il compito di con-sigliare il presidente sulla politica estera e militare). Obama la mette quindi a capo del nuovo «Comitato per la prevenzio-ne delle atrocità» e la nomina infine rappresentante statuni-tense alle Nazioni Unite. È la Power la principale artefice del-la campagna che prepara la guerra contro la Libia, presentan-dola come necessaria per porre fine alla violazione dei diritti umani. È sempre lei che, con la stessa motivazione, preme perché gli Stati uniti attacchino la Siria. E c’è sicuramente la mano sapiente di Samantha Power nel recente discorso del presidente Obama alle Nazioni Unite. Soprattutto quando af-ferma che, di fronte ai conflitti in Medio Oriente e Nord Afri-ca, «il pericolo per il mondo non è quello di un’America troppo impaziente di immischiarsi negli affari di altri paesi», ma che «gli Stati uniti possano disimpegnarsi, creando un vuoto di leadership che nessun altro paese è pronto a colma-re».

Gli Stati uniti rivendicano quindi il diritto di intervenire mili-tarmente ovunque. Non per i propri interessi, ma perché hanno la sacrosanta «responsabilità di proteggere».

Fonte
Il Manifesto (Italia)

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