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Lampedusa

Di cosa l’Italia deve proprio vergognarsi

| Roma (Italia)
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«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.

Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d’attuazione. L’accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.

Si passa quindi a una pagina ancora più vergognosa: quella della guerra contro la Libia. Per smantellare uno stato nazionale che, nonostante le ampie garanzie e aperture all’Occidente, non può essere totalmente controllato dagli Stati uniti e dalle potenze europee, mantiene il controllo delle proprie riserve energetiche concedendo alle compagnie straniere ristretti margini di profitto, investe all’estero fondi sovrani per oltre 150 miliardi di dollari, finanzia l’Unione africana perché crei suoi organismi economici indipendenti: la Banca africana di investimento, la Banca centrale africana, il Fondo monetario africano. Grazie a un attivo commerciale di 27 miliardi di dollari annui e a un reddito procapite di 13mila dollari, la Libia è prima della guerra il paese africano dove il livello di vita è più alto, nonostante le disparità, e viene lodata dalla stessa Banca mondiale per «l’uso ottimale della spesa pubblica, anche a favore degli strati sociali poveri». In questa Libia trovano lavoro circa un milione e mezzo di immigrati africani.

Quando nel marzo 2011 inizia la guerra Usa/Nato contro la Libia (con 10mila missioni di attacco aereo e forze infiltrate), il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra» ed Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara che «guerrafondaio è chi è contro l’intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace». «Pace» di cui le prime vittime sono gli immigrati africani in Libia che, perseguitati, sono costretti a fuggire [1].

Solo in Niger ne rientrano nei primi mesi 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra voluta dai capi dell’Occidente. Gli stessi governanti che alimentano ora la guerra in Siria, che ha già provocato oltre 2 milioni di profughi. Molti dei quali già tentano la traversata del Mediterraneo. Se anche il loro barcone affonda, c’è sempre un Letta pronto a proclamare il lutto nazionale.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

[1] “Il fallimento della NATO in Libia”, traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 29 gennaio 2013.

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