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Il generale Mattis prossimo presidente degli Stati Uniti?

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Lo scorso 25 aprile, Ted Cruz e John Kasich hanno annunciato che alle prossime primarie repubblicane non si faranno concorrenza, ma si divideranno gli Stati ancora da conquistare.

Ted Cruz lascia al governatore dell’Ohio i due Stati in cui, secondo i sondaggi, Kasich ha maggiori possibilità di battere Donald Trump: l’Oregon (17 maggio) e il Nuovo Messico (7 giugno). In cambio, John Kasich non si presenta in Indiana (3 maggio).

L’obiettivo è impedire a Donald Trump di radunare i 1.237 delegati necessari per la nomination, in modo che la Convention del partito possa designare un nuovo candidato, il generale James Mattis; una strategia che noi abbiamo ravvisato già quindici giorni fa [1] e di cui la stampa statunitense parla da una settimana.

Malgrado l’accordo Cruz-Kasich, la raccolta di fondi a suo favore, la squadra di consiglieri elettorali a disposizione nonché il sostegno dichiarato dei neo-conservatori, il generale James Mattis insiste ad affermare che non è sua intenzione candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.

Il generale, che la scorsa settimana era a Washington, ha spiegato ai numerosi interlocutori le proprie idee in politica estera e alla Difesa, focalizzando l’attenzione sul pericolo che, secondo lui, la Rivoluzione iraniana rappresenta. Ha diffusamente denunciato il ruolo del generale Suleimani in Bahrein e ha accusato di antisemitismo l’ayatollah Ali Khamenei.

In una conferenza al CSIS (Center for Strategic & International Studies, ndt) non ha condannato l’accordo 5 + 1 sul nucleare (firmato il 14 luglio 2015 da Iran e il gruppo 5 + 1, cioè Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina, ndt), sostenendo che esso ha soltanto ottenuto uno stop temporaneo al programma di armamento iraniano: una pausa, appunto, non l’interruzione. Ma ha deplorato la miopia della Casa Bianca che ne è seguita.

Ha pronosticato un «orribile avvenire» per il «Medio Oriente allargato». «Sappiamo che il vuoto lasciato in Medio Oriente sarà occupato da terroristi o dall’Iran, o da chi per essi, o fors’anche dalla Russia… Per ripristinare la dissuasione, dobbiamo dimostrare la nostra capacità e la nostra determinazione», ha proseguito.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

[1] « Un nouvel Eisenhower contre Trump ? », Réseau Voltaire, 11 aprile 2016.

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