Il parlamento macedone ha adottato a maggioranza qualificata una modifica costituzionale che autorizza il cambiamento del nome della Repubblica e l’adesione alla NATO e all’Unione Europea.

Il 14 luglio 2018 il governo di Zoran Zaev aveva indetto una giornata di festa nazionale per celebrare l’apertura dei negoziati di adesione alla NATO. I 14 concerti gratuiti organizzati nel Paese non hanno però avuto luogo perché i cittadini macedoni li hanno boicottati.

Nel referendum del 30 settembre 2018 due terzi dei macedoni hanno respinto la proposta di cambiamento del nome della repubblica, negoziato dal primo ministro Zoran Zaev e dall’omologo greco, Alexis Tsipras.

Gli ambasciatori statunitensi a Skopje, Jess L. Baily (che sovrintese all’ingresso della Turchia nelle guerre contro la Libia e la Siria), e ad Atene, Geoffrey T. Pyatt (che organizzò il colpo di Stato in Ucraina del 2014 e la scissione della Chiesa ortodossa ucraina del 2018), hanno pilotato un’operazione mirata a corrompere i deputati. Il dipartimento di Stato USA ha inviato sul posto il direttore per i Balcani, Matthew Palmer.

Le azioni giudiziarie contro otto deputati dell’opposizione sono state improvvisamente archiviate e chi di loro era in prigione è stato liberato. L’“agente Tesla” ha consegnato loro 250.000 dollari in contanti a testa, in cambio di un voto conforme alla volontà di Washington. Così hanno fatto. Considerati traditori della patria, sono stati espulsi dal partito cui appartenevano.

L’ambasciatore Baily e il vice-assistente del segretario di Stato USA erano in parlamento durante il dibattito e il voto.

Al termine della votazione il ministro dell’Interno ha annunciato che sarebbe stata assegnata una scorta ai parlamentari che avevano votato a favore del cambio di nome e dell’adesione alla NATO e alla UE.

Mentre la Macedonia fa il suo ingresso nel «campo della democrazia» (sic!), il ministro greco degli Esteri, Nikos Kotzia, ha presentato le dimissioni.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo