Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
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LA “LINEA ROSSA”

Nel maggio 2013, stilando un rapporto, la NATO comunica ai suoi membri che il 70% della popolazione sostiene il presidente al-Assad, il 20% appoggia i ribelli e il 10% non si esprime [1]. Parigi e Ankara si rendono perfettamente conto dell’impossibilità di una vittoria se non tornando al piano originario, quindi decidono di bombardare la Siria: è necessario prendere l’iniziativa e far pressione su Washington.

Il 21 agosto un attacco chimico colpisce i civili dei sobborghi di Damasco, nella Ghuta, in una zona controllata dai jihadisti. Nelle ore successive si mette in moto una gigantesca macchina propagandistica per accusare la Siria di esserne responsabile, visto che l’attacco avrebbe segnato il superamento della “linea rossa” fissata dal presidente Obama. Gli occidentali decidono quindi di prepararsi a “punire il regime” bombardandone la capitale.

Il governo siriano nega ogni coinvolgimento e ricorda che il 23 maggio la polizia turca ha arrestato ad Adana 11 jihadisti in possesso di un grande deposito di sarin. Se il capo del gruppo, Haytam Qasap, è di nazionalità siriana, gli altri invece sono turchi [2]. C’è da dire che anche l’Esercito siriano libero ha diffuso alcuni video che ritraggono un piccolo laboratorio di produzione di armi chimiche, minacciando di gasare gli alawiti [3].

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In un video anteriore alla vicenda della Ghuta, l’ESL aveva mostrato il proprio laboratorio di armi chimiche, minacciando di gasare gli alawiti come topi.

Gli eventi della Ghuta sono discutibili: i servizi segreti statunitensi dicono di aver osservato – senza intervenire, per i quattro giorni precedenti – l’Esercito arabo siriano preparare il gas. L’opposizione diffonde alcuni video, ma uno su YouTube – orario della California – risale a prima dell’alba a Damasco, mentre è stato girato con la luce del giorno [4]. Le vittime sono sia bambini – tutti della stessa età – sia uomini, con soltanto due donne sulle 1.429 vittime calcolate dagli Stati Uniti. I bambini morti si scoprono essere in realtà alawiti rapiti dai jihadisti poche settimane prima. Benché ufficialmente assenti dall’area, Francia e Regno Unito assicurano di aver prelevato campioni in loco e di averli subito esaminati, dimostrando l’uso di sarin. Il problema è che l’unico test conosciuto richiede almeno dieci giorni.

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Tutti i bambini uccisi nella Ghuta hanno la medesima età.

Secondo i servizi segreti francesi e inglesi [5], l’uso di armi chimiche da parte dell’Esercito arabo siriano è confermato da alcune intercettazioni telefoniche degli ufficiali, ma poi si scopre che tali intercettazioni sono state condotte dagli israeliani [6]. Ben presto l’intelligence militare francese diviene più cauta: non è infatti l’autrice della nota di sintesi diffusa dal Ministero della Difesa francese, opera di Sacha Mandel, un consulente franco-israeliano del ministro.

Nel merito, non è chiaro il motivo per cui l’uso di armi chimiche sia considerato una “linea rossa”. Sotto quali aspetti è peggiore rispetto alle altre “armi di distruzione di massa”? Perché gli Stati Uniti, firmatari della Convenzione sulle armi chimiche, ne criticano l’uso alla Siria che non l’aveva firmata, quando loro in primis hanno violato la sottoscrizione nel 2003 nel palmeto di Baghdad? [7]

Le armi chimiche comparvero per la prima volta durante la prima guerra mondiale e furono micidiali, anche a causa dell’effetto sorpresa. Tuttavia, gli Stati hanno trovato in fretta un modo per farvi fronte, così nessuno le ha utilizzate – in modo incisivo – sul campo di battaglia della seconda guerra mondiale. In Medio Oriente, Israele ha rifiutato di firmare la Convenzione, trascinandosi dietro Egitto e Siria. Dal 1985 al 1994 Israele ha sovvenzionato la ricerca in Sudafrica per creare armi selettive in funzione delle caratteristiche razziali: era necessario scoprire agenti tossici in grado di uccidere solamente neri e arabi, ma non il popolo ebraico. Le ricerche sono state condotte sotto la direzione del cardiologo del presidente Peter Botha, il colonnello Wouter Basson. Non è chiaro se abbiano avuto successo, cosa che appare improbabile a livello scientifico, ma migliaia di cavie umane sono morte durante gli esperimenti [8].

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Il futuro premio Nobel per la Pace Yitzhak Rabin (all’epoca primo ministro israeliano) aveva affidato al Sud Africa ricerche su armi chimiche e biologiche. Il dottor Wouter Basson propose la ricerca di una malattia che colpisse solo neri e arabi, che portò avanti fino alla fine del regime dell’apartheid.

Ben presto i servizi inglesi convalidano le suddette osservazioni e mettono in guardia il primo ministro David Cameron in merito a un’operazione false flag. La televisione siriana trasmette il video di un autista jihadista che testimonia di essere andato in Turchia, di aver ricevuto proiettili chimici in una caserma turca e di averli poi trasportati segretamente a Damasco.

A una domanda della stampa russa, il presidente siriano Bashar al-Assad risponde: “Le dichiarazioni dei politici statunitensi, occidentali e di altri paesi sono un insulto al buonsenso e un’esternazione di disprezzo nei confronti dell’opinione pubblica dei loro popoli. È assurdo: prima accusano e poi cercano le prove […] Questo tipo di accusa è unicamente politico e corrisponde alla serie di vittorie riportate dalle forze governative sui terroristi”.

Hollande, nel frattempo, dichiara a gran voce che la coscienza gli impone di “colpire” Damasco. In tal modo può portare avanti l’opera del partito della colonizzazione che, durante il governo provvisorio di Charles de Gaulle e quello di Georges Bidault – dal maggio 1945 al novembre 1946 –, bombardò di propria iniziativa Sétif, Guelma e Kherrata (Algeria), poi Damasco (Siria) e infine Haiphong (Indocina/Vietnam). Al momento di ritirare le truppe – appena dopo l’indipendenza – l’esercito del generale Fernand Olive attaccò Damasco solo per esternare la sua rabbia. Distrusse una parte del suq millenario – come oggi ad Aleppo – e l’Assemblea nazionale, simbolo della nuova Repubblica che rifiutava.

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Nel 1945 le forze francesi si ritirano dalla Siria. Il “partito coloniale”, furioso, dà istruzioni al generale Olive di bombardare Damasco, che già è indipendente. A Parigi, il governo provvisorio si trova di fronte al fatto compiuto.

La Germania è la prima a osservare che – anche se la Siria avesse impiegato armi chimiche – il suo bombardamento è comunque illegale in base al diritto internazionale, a meno di una decisione da parte del Consiglio di sicurezza. Gli inglesi e gli statunitensi, alla fine, sono convinti del fatto che si sia trattato di un caso montato dalla Turchia con l’appoggio di Francia e Israele.

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Intervista di François Hollande a “Le Monde” del 30 agosto 2013: «Il massacro chimico di Damasco non può, né deve, restare impunito. Correremmo altrimenti il rischio di un’escalation che porterebbe a un uso diffuso di queste armi e minaccerebbe altri Paesi. Non sono favorevole a un intervento internazionale per “liberare” la Siria o rovesciare il dittatore, ritengo però che un regime che commette irreparabili danni alla propria popolazione debba essere fermato».

A Londra la Camera dei Comuni vieta al premier di attaccare Damasco prima che sia accertata la responsabilità del governo di Bashar al-Assad. I deputati – molti dei quali a conoscenza del grado di coinvolgimento del loro paese contro la Siria – ripensano ai danni subìti dal Regno a seguito della guerra condotta contro l’Iraq nel 2003, sulla base delle false accuse di George Bush e Tony Blair. A Washington Obama si affida al Congresso, che sa essere contrario a qualsiasi nuova impresa militare. Naturalmente è una manovra dilatoria, perché il Syria Accountability Act del 2003 gli conferisce tutte le facoltà per distruggere il paese.

François Hollande, che parla troppo e troppo in fretta, resta da solo. Impotente, si rintana all’Eliseo mentre le versioni proposte dalla Francia vengono screditate a livello globale. Nessuno chiede conto alla Turchia, e soprattutto non Anne Lauvergeon, Alexandre Adler, Joachim Bitterlich, Hélène Conway-Mouret, Jean-François Cope, Henri de Castries, Augustin de Romanet, Laurence Dumont, Claude Fischer, Stéphane Fouks, Bernard Guetta, Élisabeth Guigou, Hubert Haenel, Jean-Pierre Jouyet, Alain Juppé, Pierre Lellouche, Thierry Mariani, Gérard Mestrallet, Thierry de Montbrial, Pierre Moscovici, Philippe Petitcolin, Alain Richard, Michel Rocard, Daniel Rondeau, Bernard Soulage, Catherine Tasca, Denis Verret e Wilfried Verstraete, che hanno tutti ricevuto “regalini” dagli imprenditori turchi per conto di Recep Tayyip Erdoğan.

La Russia aiuta gli Stati Uniti a uscire dalla crisi a testa alta, invitando la Siria a firmare la Convenzione sulle armi chimiche, cosa che si impegna a fare subito. Il presidente Bashar al-Assad negozia con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) un modo per distruggere le scorte esistenti, ma a spese di Washington.

Successivamente, il giornalista statunitense Seymour Hersh mette in evidenza le esitazioni del proprio paese sulla questione [9]. In seguito Richard Lloyd e Theodore Postol – professori del Massachusetts Institute of Technology – dimostrano che i proiettili chimici sono stati sparati dalla zona “ribelle” [10], ma la Francia insiste nell’accusare la Repubblica araba siriana.

Comunque sia, l’Occidente riaffermerà regolarmente le proprie accuse contro la Siria sull’impiego di armi chimiche, benché tutte le riserve siano state distrutte da Russia e Stati Uniti. Il giochetto non finirà neanche dopo che Damasco avrà scoperto armi simili all’interno di bunker jihadisti: si tratta di armi consegnate dalla CIA, fabbricate da Chemring Defense (Regno Unito), Federal Laboratories e Non-Lethal Technologies (USA) [11].

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Su TF1, a proposito della marcia indietro sul bombardamento di Damasco, il 13 settembre 2013 François Hollande afferma: «La Francia non è sola, non è mai stata sola. Mi si dice: lei è dalla parte degli Stati Uniti di Obama. Che crimine commetto a essere d’accordo con il presidente Obama sulla questione dei diritti fondamentali dell’uomo e della nostra sicurezza?»

LE ESITAZIONI DELLA FRANCIA

Dopo aver chiuso l’ambasciata e fatto rientrare tutto il personale presente nel 2012, dopo aver ritirato la maggior parte delle forze speciali all’indomani del coinvolgimento in Mali – inizio del 2013 – e dopo essere stata ripudiata da Washington, Parigi non ha più risorse né piani d’azione.

Non sapendo come muoversi, François Hollande si rivolge al suo alleato di sempre, Tel Aviv, che in precedenza gli ha fornito una falsa prova a dimostrazione della responsabilità siriana nell’attacco false flag della Ghuta. A questo punto è necessario un ripasso in merito alla sua attività a favore della colonizzazione della Palestina durante il suo mandato da primo segretario del partito socialista:

– Nel 2000, durante l’occupazione del sud del Libano, insieme al futuro sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, organizza il viaggio in Palestina del primo ministro Lionel Jospin. Nel suo discorso trova spazio anche la condanna della resistenza all’occupazione, che paragona al terrorismo.

– Nel 2001 richiede le dimissioni dal partito socialista del geopolitico Pascal Boniface, colpevole di aver criticato, in una nota interna, il cieco sostegno a Israele da parte del partito.

– Nel 2004 scrive al Consiglio superiore dell’audiovisivo per contestare l’autorizzazione alle trasmissioni concessa ad Al-Manar, il canale TV di Hezbollah. Non smetterà di fare pressioni fin quando la rete della resistenza non sarà censurata.

– Nel 2005 viene ricevuto in privato dal Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia (CRIF). Secondo il verbale della riunione, avrebbe sostenuto Ariel Sharon criticando fortemente la politica araba gollista. Queste, infatti, le sue dichiarazioni: “Esiste una tendenza che viene da lontano, la cosiddetta politica araba della Francia. È inammissibile che un’amministrazione sia vittima di un’ideologia”. In tal modo, capovolge la realtà perché la “politica araba della Francia” non è certamente una politica a favore degli arabi contro gli israeliani, ma una politica nel mondo arabo [12].

– Nel 2006 si schiera contro il presidente Ahmadinejad, che ha invitato a Teheran rabbini e storici, compresi alcuni negazionisti. Finge di non conoscere il senso del congresso, che ha lo scopo di dimostrare che gli europei hanno sostituito la loro cultura cristiana con la religione della Shoah. Insensatamente, spiega che il presidente iraniano intende negare a Israele il diritto d’esistere, e che si prepara a portare avanti la Shoah.

– Si mobilita per il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas, sostenendo che abbia la doppia nazionalità francese e israeliana. Poco importa che il giovane sia stato arrestato mentre prestava servizio in un esercito di occupazione nella guerra contro l’Autorità palestinese, anch’essa alleata della Francia.

– Nel 2010, insieme a Bertrand Delanoë e Bernard-Henri Lévy, pubblica un intervento su Le Monde per opporsi al boicottaggio dei prodotti israeliani. A parer suo, tale iniziativa rappresenterebbe una punizione collettiva inflitta anche agli israeliani che lavorano per la pace con i palestinesi. Un’argomentazione che non ha mai mosso durante una simile campagna contro l’apartheid in Sudafrica.

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Il 17 novembre 2013, all’aeroporto di Tel Aviv, François Hollande alla ricerca di nuovi alleati: «Tamid écha-èr ravèr chèl Israël».

Al suo arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, dichiara in ebraico: “Tamid écha-èr ravèr chèl Israël” (“Sono vostro amico e sempre lo sarò”).

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu osserva che gli Stati Uniti e il Regno Unito si sono ritirati dal teatro delle operazioni, senza che ciò abbia impedito a CIA e MI6 di portare avanti la guerra in segreto. Propone quindi di attuare un coordinamento delle stesse forze che desiderano muovere guerra aperta per rovesciare la Repubblica araba siriana: Arabia Saudita, Francia, Israele, Qatar e Turchia. Il Libano e la Giordania continuano a garantire il loro sostegno logistico, ma non interverranno nella gestione delle operazioni. Considerando che Washington non vuole più esporsi, le operazioni saranno guidate da Jeffrey Feltman dell’ONU, a New York. Ma è necessario agire in fretta, perché a Washington c’è aria di tempesta e i sostenitori dell’attacco alla Siria stanno per essere messi da parte. L’8 novembre il generale David Petraeus è costretto a dimettersi dalla sua carica di direttore della CIA, mentre Hillary Clinton rimane vittima di un “incidente” e scompare per un mese intero.

Jeffrey D. Feltman, l’uomo che orchestra le “Primavere arabe”, è anche grande amico di Netanyahu. Sottosegretario agli affari politici delle Nazioni Unite da più di un anno, fa redigere da Volker Perthes – direttore della Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP), il più potente think tank europeo – un piano per la resa, totale e incondizionata, della Siria. Rileva, tra l’altro, la direzione per Nord Africa e Medio Oriente del Servizio europeo per l’azione esterna dell’Unione Europea. L’Alto rappresentante dell’Unione, Catherine Ashton, diventa il suo pappagallo. Feltman affida all’Arabia Saudita, per la seconda volta, l’addestramento di un esercito di 50 mila uomini in Giordania e, parallelamente, avvia la riorganizzazione dei gruppi jihadisti. Infine, su istruzione della Casa Bianca, organizza i negoziati di “Ginevra 2”.

Benjamin Netanyahu immagina un’alleanza a tre, con la Francia a difesa degli interessi di Israele e Arabia Saudita a livello internazionale in cambio di contratti, investimenti e tangenti enormi. C’è in gioco il sabotaggio delle trattative tra Stati Uniti e Iran per poter conservare il monopolio del direttorio regionale di Tel Aviv/Riad.

Un importante agente del re saudita, Majid al-Majid, viene arrestato dall’esercito libanese e lo stesso sovrano si impegna a fornire 3 miliardi di dollari in armi francesi se i libanesi non ne registrano la confessione [13]. Il capo dei terroristi muore al momento giusto, mentre il re distribuisce “regalini” a libanesi e francesi (per esempio 100 milioni di dollari al “presidente” incostituzionale Michel Suleiman). Ma se i beneficiari dei “doni” reali saranno accontentati, non verranno invece mai formalizzati gli ordini degli armamenti. Il solo leader francese a non ricevere personalmente un “dono” è il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian, che negozia per conto della propria regione il salvataggio del gruppo avicolo Doux, indebitato per 400 milioni di euro, in parte riscattato e salvato dalla saudita Al Munajem.

Dopo le dimissioni di Kofi Annan, il segretario generale delle Nazioni Unite incarica l’algerino Lakhdar Brahimi di occuparsi del dossier siriano. A differenza di Annan, Brahimi non è un “mediatore”, dato che Ban Ki-moon tiene ormai conto del fatto che “Bashar deve andarsene!”. Ha quindi il compito di portare la Siria a “una transizione politica, in conformità con le legittime aspirazioni del popolo siriano”. È Brahimi a creare il “Servizio di supporto alle decisioni” [14], il servizio segreto personale del segretario generale, perché adesso l’ONU non è più un simposio per la pace ma un vero servizio segreto per attuare la politica di Washington. La diplomazia francese lo sa bene, considerato il suo ruolo dopo la fine della guerra civile in Libano, nel colpo di Stato militare in Algeria e nell’aggressione anglosassone in Afghanistan.

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La Conferenza di Ginevra 2 è un grande show, trasmesso in diretta dalle televisioni internazionali. I discorsi degli oratori non sono rivolti agli altri partecipanti, ma sono giustificazioni rivolte alle opinioni pubbliche dei rispettivi Paesi.

Ginevra 2 è una trappola. A differenza della Conferenza di Ginevra 1 – che riuniva Stati Uniti e Russia davanti ai loro partner più vicini, escludendo però tutti i siriani –, questa volta a essere invitati non sono solo la Siria e i “rappresentanti dell’opposizione”, bensì tutti gli Stati coinvolti. Tutti tranne l’Iran il cui invito, dopo essere stato consegnato, viene annullato, presumibilmente su richiesta dei sauditi. Ma chi può credere che l’Arabia Saudita possa esercitare una simile influenza sull’ONU? In realtà, Jeffrey Feltman organizza anche i colloqui 5+1 con l’Iran e non intende anticipare la revoca delle sanzioni statunitensi ed europee nei suoi confronti. I rappresentanti dell’opposizione saranno solo ed esclusivamente quelli riconosciuti dai sauditi, ossia la nuova Coalizione nazionale delle forze dell’opposizione e della rivoluzione guidata da Ahmad Jarba, un piccolo trafficante di droga che si gode il suo momento di gloria perché proviene dalla tribù saudita-siriana degli Shamar, la stessa del re.

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Il Qatar organizza un’operazione di stampa internazionale per il lancio del “Rapporto Cesare”, presentato dallo studio Carter-Ruck.

Due giorni prima dell’apertura della conferenza, il Qatar fa diffondere dallo studio legale londinese Carter-Ruck la notizia di un rapporto da parte di tre ex pubblici ministeri internazionali sulla testimonianza di “Cesare” e le relative prove fornite [15]. “Cesare” dice di essere un ufficiale della polizia militare siriana, in genere incaricato di fotografare le scene del crimine. Assicura di aver fotografato, durante il conflitto, negli obitori militari, le vittime del “regime”. Ha appena disertato e consegnato oltre 55 mila fotografie di 11 mila cadaveri, che afferma di aver scattato personalmente. A rendere il tutto più agghiacciante, ciascuna pagina del comunicato che annuncia il rapporto è contrassegnata due volte con il termine “Confidenziale”. Gli ex procuratori giungono alla conclusione che presumibilmente il “regime” ha privato di cibo e torturato sistematicamente le “persone [che avrebbe] detenuto”. In realtà, le fotografie scattate in Siria mostrano i corpi di mercenari di varie nazionalità ammassati dall’Esercito arabo siriano sul campo di battaglia e di civili e militari morti sotto le torture dei jihadisti, in quanto sostenitori della Repubblica araba siriana.

Il nuovo segretario di Stato, John Kerry, che ben conosce al-Assad, evidentemente è ben consapevole che si tratta di mera propaganda, ma la dichiarazione della Carter-Ruck gli fornisce un’ulteriore argomentazione per il discorso da tenere a Ginevra 2 il 22 gennaio 2014. Dato che nessuno si rende perfettamente conto di cosa stia succedendo dopo la cacciata di Hillary Clinton e dei suoi sostenitori, iniziano a presenziare tutte le televisioni del mondo. Quando prende la parola il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Mouallem – che i francesi hanno cercato di assassinare –, non coglie l’occasione e si rivolge all’opinione pubblica siriana lasciandosi sfuggire l’unica opportunità a disposizione per svelare in diretta – davanti al mondo intero – il complotto degli occidentali. È un diplomatico di fedeltà rara: durante una riunione della Lega araba ha rifiutato una tangente di cento milioni di dollari offertagli dal suo omologo del Qatar per voltare le spalle al suo paese. Il suo discorso solleva comunque la questione del sostegno al terrorismo fornito dalla “delegazione dell’opposizione” e dai suoi mandanti in sala.

In ultima analisi, Ginevra 2 non darà frutti perché, tra l’annuncio e lo svolgimento della conferenza, Washington ha già adottato una nuova strategia. Gli Stati Uniti non sono costretti a rinunciare al sogno di un mondo unipolare e a venire a patti con la Russia. Hanno ancora una carta da giocare: precisamente, il terrorismo.

Durante le discussioni dei diplomatici a Ginevra 2, il presidente Obama riceve il re di Giordania per stabilire le condizioni per la partecipazione del suo paese. Nel frattempo, il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice accoglie i capi dei servizi segreti della Coalizione.

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Dopo essersi rifiutati di bombardare Damasco, nonostante il preteso superamento della “linea rossa”, gli Stati Uniti fanno approvare dal Congresso, in una seduta a porte chiuse, il finanziamento del Fronte al-Nusra e di Daesh. Lungi dal voler rovesciare il presidente al-Assad, organizzano una fasulla “guerra civile”.

Come ogni anno, il Congresso tiene una seduta a porte chiuse in cui si approvano i “bilanci neri” del Pentagono. L’esistenza di questo incontro è dimostrata da una notizia dell’agenzia di stampa britannica Reuters [16], ma non sarà mai citata dai media statunitensi né comparirà sui documenti ufficiali. I parlamentari acconsentono a proseguire il finanziamento e l’armamento dei gruppi armati in Siria, violando le risoluzioni 1267 e 1373 del Consiglio di sicurezza. Senza saperlo, hanno appena aperto le porte dell’inferno.

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I servizi segreti esterni francesi (DSGE) militano per «la messa al bando diplomatico del regime siriano» e per «un sostanziale aiuto sul piano militare alle brigate dell’Esercito Libero». Per convincere l’opinione pubblica fanno scendere in campo Bassma Kodmani, amante dell’ex direttore dei servizi Jean-Claude Cousseran, diventata portavoce dell’opposizione siriana in Francia. La sorella, Hala Kodmani, diffonde la propaganda della DGSE sul quotidiano di sinistra “Libération”.

LA PAROLA AL POPOLO SIRIANO

Quando Bassma Kodmani, portavoce dell’“opposizione siriana” e compagna dell’ex direttore dei servizi segreti francesi Jean-Claude Cousseran, ha dichiarato che “il regime non è in grado di organizzare elezioni presidenziali [e] questa è la prova che si tratta di una dittatura”, è stato adottato un nuovo codice elettorale, conforme agli standard occidentali, quindi si sono indette le elezioni.

Fino a quel momento il presidente è stato nominato dal partito Baath e approvato con un referendum. Per la prima volta, dunque, sarà eletto a suffragio universale diretto. Ma è poco probabile che la Coalizione nazionale delle forze dell’opposizione e della rivoluzione abbia un candidato, non a causa della clausola che impone di risiedere in Siria per i dieci anni precedenti, ma perché i gruppi armati sono fortemente contrari alla democrazia. Secondo loro, come espresso dai Fratelli musulmani, “Il Corano è la nostra costituzione” e ogni voto è illegittimo. Non vi è quindi ombra di dubbio sul fatto che venga eletto il candidato del regime. Tuttavia, l’eventuale legittimità non dipende dalla percentuale di voti a favore, ma dal numero di consensi e dalla relativa rappresentatività rispetto alla popolazione generale.

La Francia è consapevole del fatto che, su circa 22 milioni di siriani, meno di 2 milioni vivono nelle “zone liberate” e, pertanto, non parteciperanno al voto. Altri 2 milioni sono rifugiati in Giordania, Libano, Turchia ed Europa. Per sabotare le elezioni è quindi necessario evitare che quei siriani vi possano partecipare. La Francia riesce a convincere i suoi partner europei a seguirla nel vietare i seggi nei consolati siriani, in violazione della Convenzione di Vienna del 24 aprile 1963 [17]. Invocato dai rifugiati in merito a tale abuso di potere, il Consiglio di Stato si dichiara incompetente, mentre gli “Amici della Siria” denunciano la “parodia della democrazia” per “continuare la dittatura”.

L’elezione vede opposti tre candidati: il comunista Maher Hajjar, il liberale Hassan al-Nouri e il baathista Bashar al-Assad. Lo Stato fornisce ai candidati i mezzi per condurre la campagna garantendone la sicurezza, mentre i media danno loro la parola. In sostanza, se gli elettori seguono con interesse le proposte di ognuno, al-Assad si trova in una situazione analoga a quella di De Gaulle nel 1945. La scelta non ammette alternative: sostenerlo per la sopravvivenza della Repubblica araba siriana o non votare e stare dalla parte dei jihadisti.

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Secondo la sicurezza generale libanese, malgrado le fatwa dell’opposizione e gli avvertimenti degli Occidentali, oltre 100 mila rifugiati siriani si ammassano davanti all’ambasciata siriana a Beirut per eleggere il presidente della repubblica.

Prima dell’apertura dei seggi in Siria, vengono chiamati a votare i rifugiati, ma senza molta speranza. La propaganda occidentale ha convinto i siriani del fatto che i rifugiati siano tutti “oppositori”. Eppure, quando si chiede loro il motivo, in larga parte assicurano di aver lasciato la patria per via dei combattimenti e non “a causa della dittatura”. Il 28 e 29 maggio 2014, per le elezioni in Libano – autorizzate nell’ambasciata – si muove una folla di almeno 100 mila persone – secondo la Sicurezza generale libanese – che blocca interamente la capitale. In Siria l’esercito interviene per disperdere la folla che proviene da tutto il paese, e l’ambasciata, così travolta, si vede costretta a prolungare gli orari e poi le date per il voto. È una bella sorpresa per i siriani e uno shock per le cancellerie occidentali [18].

Alla fine, nonostante la richiesta di boicottaggio, va alle urne il 73,42% dei siriani in età di voto. Sono presenti 360 media stranieri e tutte le ambasciate aperte a Damasco garantiscono il corretto svolgimento delle elezioni. Al-Assad riceve 10.319.723 preferenze, pari all’88,7% dei voti e al 65% della popolazione in età di voto; il candidato liberale Hassan al-Nouri 500.279 e il candidato comunista Maher Hajjar solo 372.301 voti.

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Trionfalmente eletto, il presidente Bashar al-Assad presta giuramento sul Corano.

Durante la campagna elettorale la Francia e i suoi alleati, spinti da Jeffrey Feltman, hanno tentato di far riconoscere dal Consiglio di sicurezza la giurisdizione della Corte penale internazionale nella guerra civile siriana. Chiaramente la proposta di risoluzione designava tutte le parti interessate siriane, sia la Repubblica, sia i jihadisti, ma si poteva prevedere che il procuratore Fatou Bensouda avrebbe agito come aveva fatto il suo predecessore Luis Moreno Ocampo in Libia: secondo gli ordini della NATO.

Il progetto di risoluzione fa seguito alle accuse del rapporto “Cesare” e di Carter-Ruck, così come a quelle di Le Monde che ha affermato che la “dittatura alawita” violenta sistematicamente le donne dell’opposizione sunnita. La giornalista di Le Monde, Annick Cojean, pubblica la testimonianza di una vittima che ha affermato: “Siamo state violentate ogni giorno al grido di ‘Noi alawiti vi schiacceremo’”. La Cojean, presidente del Premio Albert Londres, si è formata presso la Fondazione franco-americana. È lei che pubblica, un anno dopo la morte della Guida, Les Proies: dans le harem de Kadhafi [19], un libro fantasy in cui lo accusa di aver violentato molti bambini, giustificando così – a posteriori e senza uno straccio di prova – la distruzione della Libia.

Ma dopo l’elezione democratica e trionfale di Bashar al-Assad, chi può ancora credere alle crudeltà, alle dilaganti torture e alla “dittatura alawita”? Il progetto di risoluzione francese viene respinto dalla Russia e dalla Cina, che pongono così il loro quarto veto.

(segue …)

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo
Alice Zanzottera

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] “NATO data : Assad winning the war for Syrians’ hearts and minds”, World Tribune, May 31, 2013.

[2] “Turkish prosecutors indict Syrian rebels for seeking chemical weapons”, Russia Today, September 14, 2013. «Türkiye’den sarin gazının üretim maddelerini almaya çalışanlara dava açıldı», T24, 11 Eylül 2013.

[3] “L’ELS mostra il suo laboratorio di armi chimiche”, Rete Voltaire, 10 dicembre 2012.

[4] “Sui video della strage del 21 agosto”, Rete Voltaire, 7 settembre 2013.

[5] “Letter From the Chairman of the UK Joint Intelligence Committee on Syria”, Voltaire Network, 29 August 2013. « Synthèse du Renseignement français sur l’attaque chimique du 21 août 2013 », par Sacha Mandel, Réseau Voltaire, 2 septembre 2013.

[6] « Tsahal indique que [le] gouvernement syrien est responsable », Jewish News One, 27 août 2013.

[7] “US Government Assessment of the Syrian Government’s Use of Chemical Weapons on August 21, 2013”, Voltaire Network, 30 August 2013.

[8] “Il segreto dei gas israeliani”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 15 settembre 2013. «L’affaire Wouter Basson - Rapports officiels suisses» (2002).

[9] “Syria: Whose sarin?”, by Seymour M. Hersh, London Review of Books, vol. 35 no 24, 19 December 2013, p. 9–12. “Siria: quale Sarin?”, Rete Voltaire, 13 febbraio 2014.

[10] Possible Implications of Faulty US Technical Intelligence in the Damascus Nerve Agent Attack of August 21, 2013, Richard Lloyd & Theodore A. Postol, MIT, January 14, 2014, 46 pp.

[11] “Londra e Washington hanno fornito armi chimiche agli jihadisti”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2017.

[12] « France : le Parti socialiste s’engage à éliminer les diplomates pro-arabes », par Ossama Lotfy, Réseau Voltaire, 9 janvier 2006.

[13] “Silenzio e tradimento da 3 miliardi di dollari”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 17 gennaio 2014. « L’Arabie saoudite annule son don de 3 milliards au Liban », Réseau Voltaire, 20 février 2016.

[14] Rapport du groupe d’études sur les opérations de paix de l’Organisation des Nations Unies dit « Rapport Brahimi », 20 août 2000, 84 pages, Référence A/55/305- S/2000/809.

[15] A Report into the credibility of certain evidence with regard to Torture and Execution of Persons Incarcerated by the current Syrian regime, Carter-Ruck, January 20, 2014.

[16] “Congress secretly approves U.S. weapons flow to ’moderate’ Syrian rebels”, par Mark Hosenball, Reuters, January 27, 2014.

[17] « La France coupable d’interdire l’élection présidentielle syrienne », par Me Damien Viguier, Réseau Voltaire, 18 mai 2014.

[18] “Disordini elettorali a Beirut”, Rete Voltaire, 11 giugno 2014.

[19] Le prede. Nell’harem di Gheddafi, Annick Cojean, PIEMME (2013).