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Per il presidente Trump è arrivato il momento della verità…

Da tre anni il presidente Donald Trump e il direttore della CIA, poi segretario di Stato, Mike Pompeo, stanno cercando di recedere dall’imperialismo USA per sostituirvi una strategia economica. Washington però potrà continuare a essere il leader mondiale a condizione di possedere un esercito potente e autonomia energetica.

Trump ha autorizzato lo sfruttamento di zone protette, rilanciato la costruzione di gasdotti, nonché perseverato nell’avventura del petrolio da scisto, sebbene effimera per natura. L’evoluzione politica dell’Arabia Saudita, risultato della megalomania del principe ereditario, è stata dapprima gestita dagli Stati Uniti, approfittando di ogni follia di Mohamed bin Salman (MBS) per estorcergli quanto più denaro possibile. Alla fine MBS ha dato inizio a una guerra del petrolio, non contro la Russia, bensì contro l’industria statunitense del petrolio di scisto. Ha deliberatamente provocato il crollo della quotazione del petrolio da 70 a meno di 30 dollari il barile. In modo del tutto inaspettato, questa prova di forza ha coinciso con l’epidemia di COVID-19 e la conseguente vertiginosa caduta del consumo mondiale di energia. L’epidemia non risparmia gli Stati Uniti, dove una parte degli ufficiali superiori vorrebbe venisse proclamata una legge marziale mitigata, così da porre fine all’esperienza Trump.

Queste tre strategie (quella economica di Trump, la ribellione saudita e l’epidemia di coronavirus) urtano tra loro. Per analizzarle, arbitrariamente le scindiamo, benché consapevoli che ognuna di esse potrebbe essere improvvisamente perturbata dalle altre.

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La nave-spia portoghese RCGS Resolute: ha affondato una nave guardacoste venezuelana con la propria prua rompighiaccio. Un fatto perlomeno inconsueto nel mar dei Caraibi.

La strategia economica

Il presidente Trump ha ritenuto che, per far fronte al crollo del prezzo del petrolio, non c’era altra scelta che prendere in mano le più importanti riserve mondiali, cioè quelle del Venezuela. In preparazione del piano Rumsfeld/Cebrowski, che prevede la distruzione delle strutture statali del Bacino dei Caraibi, da diversi anni CIA e SouthCom stanno destabilizzando questo Paese. Che è arrivato a un punto tale che l’eliminazione del presidente Nicolás Maduro non provocherebbe nel Paese più reazioni di quante ne provocò nel 1989 quella del capo delle forze armate di Panama, Manuel Noriega.

Gli Stati Uniti hanno così convinto l’Unione Europea ad associarsi a un’operazione del genere “giusta causa”: il sequestro del presidente Maduro e dell’uomo forte del Paese, Diosdado Cabello. Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo e Olanda – ossia le ex potenze coloniali dell’America Latina – si sono fatte avanti come volontarie.

– Il 26 marzo il dipartimento della Giustizia USA ha emesso un ordine di cattura, che prevede una ricompensa, nei confronti del presidente Maduro e della sua squadra, accusati di traffico di droga. – Il 31 marzo il dipartimento di Stato ha pubblicato uno scenario di transizione democratica in Venezuela, che non contempla né il presidente Maduro né l’autoproclamato presidente Guaidó [1]. – Agli inizi di aprile una nave-spia portoghese, RCGS Resolute, è riuscita ad affondare la nave guardacoste venezuelana, che stava fermandola per un’ispezione; è poi fuggita e si è messa sotto protezione olandese a Curaçao. Francia e Regno Unito hanno inviato in zona due navi da combattimento, il porta-elicotteri anfibio Dixmunde e il portacontainer RFA Argus, per trasportare armi e munizioni sotto copertura di materiale anti-COVID-19 [2]. Un cacciatorpediniere e diverse navi della marina statunitense sono state poste sotto il comando della Drug Enforcement Agency.

L’US Navy ha però interrotto l’operazione a causa dell’epidemia.

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Re Salman, già malato di Alzheimer, è stato messo in isolamento in un palazzo a Gedda. Il suo decesso scatenerebbe una spaventosa guerra di successione.

La ribellione saudita

La famiglia dei Saud mantiene tuttora radici nella cultura del deserto. Funziona in un modo che stride con il mondo moderno, come dimostrano la decapitazione del capo dell’opposizione politica, sceicco Nimr Baqr al-Nimr (2016), l’arresto di quasi tutti i prìncipi della famiglia reale e la confisca dei loro patrimoni (2017), nonché lo smembramento con la sega di un concittadino in un consolato estero (2018). Questa cultura ammette che si sia pronti al suicidio purché la vendetta sia compiuta. Dopo essere stato manipolato e disprezzato da Jared Kushner e Trump, il principe ereditario ha deciso di vendicarsi annientando l’industria americana del petrolio di scisto, che ha costi di estrazione elevati e non sopravvive quando il prezzo del petrolio scende al di sotto dei 35 dollari il barile.

Prendendo atto dell’impossibilità di riportare alla ragione l’Arabia Saudita, Trump ha scelto, invece che sabotarne i pozzi petroliferi, d’infliggere una strepitosa sconfitta al principe ereditario nello Yemen. Un attacco simultaneo delle tribù sostenute dall’Iran e delle tribù sostenute dagli Emirati ha schiacciato quelle sostenute dall’Arabia Saudita. Per inciso, i britannici hanno occupato l’isola di Socotra all’ingresso del Mar Rosso. Riad non aveva a disposizione altro che l’aeronautica militare [3].

Anche in questo caso l’operazione è stata interrotta dall’epidemia, o meglio, questa ha offerto una via d’uscita ai sauditi. Rispondendo con due settimane di ritardo alle esortazioni del segretario generale dell’ONU, Riad ha annunciato un cessate-il-fuoco unilaterale per permettere ai servizi sanitari di soccorrere i malati di COVID-19. In realtà, mai in precedenza i sauditi avevano mostrato benevolenza verso i nemici: non si sono fatti scrupolo di affamare deliberatamente la popolazione civile. Ma, soprattutto, avevano perso le basi in Yemen e avevano regalmente disdegnato una proposta di pace degli huti.

Nel caso in cui fosse conclusa un’intesa preliminare tra Washington, Abu Dhabi e Teheran contro Riad, si assisterebbe a un nuovo posizionamento delle alleanze e all’abbandono dell’opposizione forzata tra sunniti e sciiti. Comunque sia, i grandi vincenti della nuova situazione sono gli Emirati. Stanno attualmente adoperandosi, di concerto con il Bahrein, per reintrodurre la Siria sulla scena internazionale.

Washington ha ripreso in mano la situazione, avvalendosi ora del bastone ora della carota. La carota è il ribasso volontario della produzione del petrolio; il bastone la minaccia d’impossessarsi di Aramco, unica fonte d’entrata dei sauditi. Per negoziare, il consigliere per la Sicurezza Nazionale degli USA, Robert O’Brien, ha, pur senza troppa convinzione, fatto di Riad la residenza della propria assistente, Victoria Coates.

Per loro sfortuna, i Saud sono in una situazione di particolare vulnerabilità: l’epidemia ha colpito oltre 150 prìncipi della famiglia reale, fra cui anche il governatore di Riad, in respirazione assistita. Il sistema gerontocratico vacilla.

Il 9 aprile si è apparentemente giunti a un compromesso, espresso nell’annuncio dell’OPEC di una riduzione della produzione mondiale di petrolio di 10 milioni di barili al giorno a maggio e giugno, di otto milioni al giorno nel secondo semestre 2020 nonché di sei milioni al giorno per i successivi 16 mesi [4]. Una decisione però che, per quanto drastica, compensa solo per un terzo il crollo del consumo mondiale provocato dall’epidemia.

La validità dell’accordo è peraltro sottoposta al suo rispetto da parte di tutti i membri e partner. Ebbene, il Messico è d’accordo per una riduzione di 100 mila barili al giorno, invece dei 400 mila stabiliti. Il presidente Trump ha proposto la riduzione della produzione USA di ulteriori 250 mila barili a compensazione di quelli mancanti del Messico, ma non si raggiunge comunque il calo concordato.

La riunione dei ministri dell’Energia del G20 non ha potuto che prendere atto dell’impossibilità di attuare l’accordo negoziato.

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Il capitano Crozier lascia l’USS Theodor Roosevelt, mentre l’equipaggio spontaneamente gli rende onore.

L’epidemia di coronavirus

Numerosi Stati hanno scelto di diluire nel tempo la propagazione della malattia invece che combatterla, a costo di sacrificare la propria economia. Ne deriva, fin da ora, un’inflazione smisurata dell’indebitamento, nonché una recessione a livello mondiale.

Negli Stati Uniti una parte degli ufficiali superiori, che già avevano tentato di rovesciare il presidente Trump con il Russiagate e l’Ukraintegate, hanno preso in considerazione l’ipotesi d’instaurare una legge marziale per poter combattere l’epidemia a livello federale, sottraendo il compito agli Stati federati [5]. Si sono così rifiutati d’impegnare truppe in Venezuela: un’insubordinazione senza precedenti negli Stati Uniti.

La richiesta del comandante della USS Theodore Roosevelt di sbarcare i propri uomini per l’impossibilità di isolare a bordo i contagiati [6] è stata dapprima considerata dal potere politico alla stregua di abbandono della nave. Ma l’unanime omaggio dei marinai al loro comandante, al momento dello sbarco, ha indotto il presidente Trump a sacrificare il segretario alla Navy, improvvisamente definito rigido e senza cuore. Altre tre portaerei si trovano nella stessa situazione.

La prova di forza tra civili degli Stati federati e dello Stato federale da un lato e militari dall’altro prosegue. Se fosse proclamata la legge marziale, gli ufficiali superiori potrebbero proclamarsi al di sopra delle divisioni politiche e dichiarare di aver unicamente a cuore la salute degli americani.

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Da mezzo secolo gli Stati Uniti, che pretendono di essere economicamente liberali, controllano il mercato mondiale del petrolio attraverso il cartello dell’OPEC. Lo shock petrolifero del 1974 non colpì infatti gli Stati Uniti, ma soltanto l’Europa.

Verso un cambiamento della politica energetica USA

Dopo aver incontrato il ministro saudita del petrolio, 11 senatori repubblicani degli Stati petroliferi hanno depositato due progetti di legge che prevedono il ritiro delle truppe USA dall’Arabia Saudita. In tal modo hanno aperto la via a cambiamenti radicali.

Il presidente Trump ora sta pensando di modificare la politica energetica statunitense su due punti: – Rottura rispetto alla politica del presidente Richard Nixon (consigliato dall’esperto elettorale Kevin Philipps), che privilegiava i consumatori rispetto ai posti di lavoro. Trump potrebbe perciò decretare diritti di dogana elevati sulle importazioni di petrolio a buon mercato, in modo da salvare l’industria del petrolio di scisto. – Rottura anche rispetto alla politica del presidente Gerald Ford (consigliato dal segretario di Stato Henry Kissinger), che, pur affermando di sostenere il libero-mercato, autorizzò l’OPEC a formare un cartello a danno dei soli Paesi europei. Il Congresso dovrebbe quindi adottare una proposta di legge risalente al 2007, che condanna gli Stati membri dell’OPEC per pratiche che non rispettano la concorrenza (No Oil Producing and Exporting Caartels Act, NOPEC).

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

[1] “Democratic Transition Framework for Venezuela” , Voltaire Network , 1 April 2020.

[2] “La Nato in armi per «combattere il coronavirus»” , di Manlio Dinucci , Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire , 8 aprile 2020.

[3] “La prima guerra della NATO-MO rovescia l’ordine regionale” , di Thierry Meyssan , Traduzione Rachele Marmetti , Rete Voltaire , 24 marzo 2020.

[4] “Conclusions of the Extraordinary OPEC and non-OPEC Ministerial Meeting” , Voltaire Network , 9 April 2020.

[5] “Golpisti all’ombra del coronavirus” , di Thierry Meyssan , Traduzione Rachele Marmetti , Rete Voltaire , 31 marzo 2020.

[6] “Request of assistance in response to pandemic on USS Theodore Roosevelt” , by Captain Brett E. Crozier , Voltaire Network , 30 March 2020.