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Il primo ministro Narendra Modi e il ministro in capo dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath.

Il mondo intero vive sotto la minaccia del coronavirus. Piani d’isolamento, coprifuoco, distanziamento sociale, scuole e aziende chiuse, ospedali sopraffatti, viaggi internazionali sospesi. Il modo di vita di miliardi di persone è sconvolto.

I governi del mondo intero subiscono le critiche delle rispettive opinioni pubbliche per le rigide misure adottate. Nelle democrazie occidentali ci s’interroga sulle libertà fondamentali e sui diritti dell’uomo. Nonostante l’eccezionalità del momento, le misure cautelative, necessarie a contenere l’epidemia, non sfuggono alla polemica.

Strade e centri commerciali deserti del mondo intero somigliano stranamente alla situazione che prevale in una regione del pianeta. Otto milioni di abitanti dell’Jammu e Kashmir, occupato dall’India, subiscono l’ignominia di restrizioni analoghe, imposte a causa non già di un genoma biologico, bensì del virus dell’odio, del pregiudizio e dell’intolleranza, sistematicamente fabbricato nel laboratorio dell’RSS, matrice ideologica del partito indiano al potere, il BJP (Bharatiya Janata Party, Partito del Popolo Indiano).

Lo Jammu e Kashmir, occupato dall’India, è isolato e sotto coprifuoco da oltre dieci mesi. Un coprifuoco fatto brutalmente rispettare da circa 900 mila soldati indiani, che fanno del Kashmir la regione più militarizzata al mondo. La gente è di fatto rinchiusa in casa propria, con un soldato davanti a ogni porta. La regione è una gigantesca prigione a cielo aperto. I bambini non possono andare a scuola, i malati non possono andare all’ospedale, i morti non hanno diritto a una sepoltura dignitosa. Restrizioni draconiane che non mirano a contenere una pandemia virale, ma a reprimere l’aspirazione legittima degli abitanti a veder rispettati i diritti fondamentali, nonché le promesse dei dirigenti indiani per l’autodeterminazione, la salvaguardia della propria terra e della propria identità.

Questo virus dell’odio – che si propaga in India attraverso un piano accuratamente preparato per colpire le minoranze, in particolare i 200 milioni di mussulmani indiani – ha lentamente ma inesorabilmente comportato la morte del principio stesso di umanità, in un Paese che un tempo era fiero della propria diversità e delle tradizioni secolari.

Oggi non è più così.

La deriva del Paese verso l’intolleranza religiosa e la violenza comunitaria è iniziata subito dopo l’arrivo al potere del BJP, nel 2014. Il linciaggio di cittadini mussulmani da parte di milizie di sostenitori dell’RSS è diventato norma, fomentato dalle prediche di odio e violenza distillate dagli stessi dirigenti del BJP. Yogi Adityanath, il controverso monaco indù, ministro in capo dell’Uttar Pradesh, lo Stato indiano più esteso, ha fatto a più riprese dichiarazioni che prendevano di mira i mussulmani. Riferendosi a un assembramento pacifico di donne che protestavano contro l’emendamento alla legge sulla cittadinanza (CAA), Yogi Adityanath ha dichiarato che queste donne andrebbero nutrite con «pallottole invece che con il biryani». In un pubblico raduno, un sostenitore del BJP è arrivato persino a esortare a disseppellire e violentare i corpi delle donne mussulmane.

Il programma di Hindutva (induità) del BJP e dell’RSS non è più un segreto. Questo piano di odio ed esclusione s’ispira al nazismo di Hitler e al fascismo di Mussolini. Per i suoi sostenitori, l’India appartiene agli indù; gli altri – indiani mussulmani, cristiani e altre minoranze – sono cittadini di secondo rango, che devono abbracciare i valori indù per ottenere il diritto a vivere in India. Secondo la celebre scrittrice indiana Arundhati Roy, l’RSS, giudicando i mussulmani dell’India indegni di un posto nell’India indù, li equipara agli ebrei della Germania. La scrittrice rileva che nei loro discorsi i dirigenti del BJP qualificano ripetutamente i mussulmani «traditori stranieri tenaci», che possono stare solo «o al cimitero o in Pakistan». Il ricercatore francese Christophe Jaffrelot nota che «i nazionalisti indù si considerano i veri figli di quella terra e ritengono mussulmani e cristiani prodotti d’invasioni straniere cruente».

Dopo la vittoria del BJP alle elezioni del 2014, l’“induizzazione” della storia e delle pratiche culturali indiane ha raddoppiato di vigore. In nome di questo progetto, i manuali di storia sono stati riscritti e messi al servizio del programma di supremazia indù: idolatria delle icone indù, cancellazione dei riferimenti ai contributi dei mussulmani e al loro lungo regno sull’India. Le strade che portavano il nome di re mongoli sono state ribattezzate e i dirigenti mussulmani demonizzati e accusati di avallare l’“olocausto” degli indù. Nemmeno l’emblematico Taj Mahal è stato risparmiato: il governo dell’Uttar Pradesh l’ha escluso dalla guida turistica del 2017. L’avversione del ministro in capo dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath, per questo monumento mongolo è tale da indurlo ad affermare che il Taj Mahal non appartiene alla cultura indiana e persino a sostenere che si tratta di un tempio indù.

Sebbene il primo mandato del BJP fosse ostensibilmente imperniato sull’economia e la ricerca di partenariati internazionali, nel contempo, sotto la stringente sorveglianza del primo ministro Modi e dei suoi collaboratori, sono state accuratamente preparate le basi per il programma «l’induismo innanzitutto» e per «trasformare l’India in uno Stato autoritario e nazionalista indù». Per riuscirvi, il BJP ha sistematicamente preso il controllo delle principali istituzioni governative.

Lo scorso anno Samanth Subramanian ha scritto sul Guardian che si trattava della più grave crisi di tutti i 72 anni di esistenza dell’India. Ha osservato che «i tribunali indiani, gran parte dei media, le agenzie d’intelligence, nonché la Commissione elettorale hanno subito pressioni per allinearsi alle politiche di Modi». In particolare, il legame tra media indiani ultranazionalisti e il BJP ha raggiunto livelli pericolosi. Numerosi membri dell’intellighenzia indiana e della società civile hanno definito i media nazionalisti «portavoce del governo Modi».

Si teme anche che, alla fine, l’ideologia dell’Hindutva conduca all’affossamento della Costituzione indiana. Nell’articolo pubblicato sul Guardian, Subramanian ha scritto che le «sottigliezze costituzionali» non sono compatibili con «il piano del BJP per un Paese dove le persone sono classificate e valutate secondo la propria fede». Pertanto non sorprende che i dirigenti del BJP abbiano a più riprese attaccato i principi laici della politica indiana. Pragya Thakur, esponente politica del BJP di Bhopal, ha persino definito «patriota» Nathuram Godse, l’assassino di Gandhi. È stata anche accusata di essere implicata nell’attentato al treno Samjhota Express, che nel 2007 fece 68 morti.

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Cercando di rinviare l’indipendenza del subcontinente indiano, che tuttavia sanno inevitabile, i britannici valorizzano il mahatma Gandhi ed eliminano i nazionalisti. Gandhi però milita per il mantenimento delle caste e si oppone a un’India laica, costringendo così i mussulmani alla secessione. La proclamazione del Pakistan è occasione di un immane massacro. Inorridito, il mahatma tenta di placare la situazione da lui stessa provocata, ma il segretario particolare di Savakr, Nathuram Godse, che gli rimprovera la divisione del Paese, lo uccide.

Così il progetto dell’RSS, vecchio di parecchi decenni, di creare una nazione indù si sta metodicamente realizzando, per mezzo della contaminazione degli animi con il virus dell’odio e della costante diffamazione delle comunità minoritarie. Come sostiene Subramanian, il successo dell’RSS e del BJP è dovuto all’«abile avvelenamento del discorso pubblico» e all’«addottrinamento dei media»; nel frattempo «nugoli di troll dei social media mentono, polarizzano e demonizzano per l’intera giornata». La maggioranza degli indiani indù è stata deliberatamente al gioco. Altri invece non hanno avuto scelta: tacere perché ogni voce dissidente è considerata un tradimento e una minaccia alla nazione.

Un comportamento psicotico che può apparire a taluni un’aberrazione in un Paese così vario come l’India; nella sua follia l’RSS ha però agito con metodo affinché quest’elemento patogeno detestabile s’infiltrasse nei corridoi del potere e nella vita pubblica. Quest’approccio di divisione ed esclusione potrebbe rivelarsi improduttivo in un’altra democrazia; nell’India induista ha invece contribuito a rafforzare l’elettorato del BJP, sostenendo a gran voce l’ideologia suprematista indù.

La schiacciante vittoria alle elezioni del 2019 ha dato nuovo impulso a Modi e ai suoi sostenitori. Il piano Hindutva è stato messo in atto premendo sull’acceleratore, grazie a un modo di procedere dove qualsiasi colpo è permesso.

La prima tappa è stata raggiunta il 5 agosto scorso, quando con un tratto di penna e in piena illegalità è stato cancellato lo status di Stato a maggioranza mussulmana dello Jammu e Kashmir. Per imporre la propria volontà, il governo indiano ha inviato nella vallata del Kashmir oltre 100 mila soldati supplementari; le linee telefoniche e internet sono stati tagliati; è stato imposto il coprifuoco; politici e protagonisti della società civile sono stati messi in prigione, persino adolescenti di meno di 18 anni. Questa chiusura senza precedenti che continua ancora oggi ha ricacciato gli innocenti e sfortunati abitanti del Kashmir nell’età delle tenebre.

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Nel XVI secolo il primo imperatore mongolo fa distruggere a Ayodhya il tempio giainico dedicato a Ram e al suo posto fa edificare una moschea. Negli anni Ottanta, il prete [induista, ndt] Mahat Avaidyanath invoca giustizia. Nel 1992 il suo discepolo, Yogi Adityanath, chiama a raccolta una folla, che a mani nude distrugge la moschea profanatrice.

La successiva tappa dell’agenda del BJP è stata la sentenza sulla sorte della moschea Babri a Ayodhya, questione vecchia di diversi decenni. Nel 1992 questa moschea, eretta nel XVI secolo, fu distrutta, su istigazione del BJP, con un atto di vandalismo da una folla indù. Il fatto scatenò rivolte religiose in tutta l’India, causando quasi duemila morti. A novembre scorso la Corte Suprema indiana ha pronunciato una sentenza “bizzarra”. Pur giudicando illegale la distruzione della moschea, la Corte affida il sito alle stesse forze responsabili del saccheggio affinché vi costruiscano un tempio. Beffardamente, la giustizia della teppaglia è stata santificata dalla più alta Corte del Paese, costringendo la più grande minoranza religiosa dell’India a vivere in un’“insicurezza perpetua”.

La terza tappa del piano Hindutva è stata la promulgazione dell’emendamento alla legge sulla cittadinanza (CAA), che ha consentito alle minoranze religiose di Afghanistan, Bangladesh e Pakistan di acquisire la cittadinanza indiana; un diritto però negato ai mussulmani. La natura anti-mussulmana della proposta di legge era più che evidente. Immediatamente percepita come anticostituzionale, la proposta è tuttavia diventata parte del programma del BJP per emarginare i mussulmani. L’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo ha depositato un’istanza alla Corte suprema indiana contro il carattere settario del progetto di legge.

Nonostante le manifestazioni a livello nazionale, cui hanno aderito settori progressisti della società, la direzione del BJP non si è mossa. Anzi, ha esternato a gran voce e ancor più apertamente i pregiudizi contro i mussulmani. In un’intervista ai media, Subramanian Swamy, deputato del BJP, ha apertamente descritto i mussulmani come fomentatori di disordini, affermando che non meritano di essere uguali nei diritti. Una dichiarazione sbalorditiva che non fa che aggravare il «velenoso discorso anti-minoranza».

Poi è arrivato l’ineluttabile: si doveva dare una lezione a questi «fomentatori di disordini». Nello scorso febbraio, per tre giorni, case, negozi e luoghi di culto mussulmani del nordest di Nuova Delhi sono stati bruciati e distrutti da folle indù furibonde. Decine di mussulmani sono stati uccisi sotto gli occhi dei poliziotti, che hanno lasciato fare, quando addirittura non hanno dato una mano agli assalitori. Il New York Times ha scritto a proposito della complicità della polizia di Delhi che era «il risultato inevitabile dell’estremismo indù, che prospera sotto il governo di Narendra Modi». La politicizzazione da parte del BJP dell’apparato per il mantenimento dell’ordine ha infatti «incoraggiato gli estremisti indù nelle strade».

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Nel 2002, 59 pellegrini indù di ritorno da Ayodhya muoiono nell’incendio di un treno. I seguaci di Yogi Adityanath attribuiscono, a torto, la responsabilità dell’incendio a mussulmani revanscisti. Protetti dal ministro in capo del Gujarat dell’epoca, Narendra Modi, linciano oltre un migliaio di mussulmani.

La natura della violenza a Nuova Delhi evoca molto il pogrom del Gujarat del 2002, quando oltre un migliaio di mussulmani furono massacrati da induisti estremisti. Anche allora la polizia di Stato fu accusata d’inazione. Non è una coincidenza che Modi fosse all’epoca il ministro in capo del Gujarat. Del resto, per anni gli è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito e negli Stati Uniti per il presunto ruolo nelle uccisioni del Gujarat.

In un articolo sul massacro di Delhi, Shahzaman Haque, direttore del dipartimento urdu dell’INALCO a Parigi (Institut National des Langues et Civilisations Orientales) ha scritto che «il pogrom orchestrato da Delhi contro la comunità mussulmana dà un’idea del potenziale genocidio che si nasconde nella nostra società». Essendo egli stesso un indiano mussulmano, leggendo l’articolo se ne percepisce il dolore personale di fronte a un destino che ha fatto passare i mussulmani «da cittadini di serie B a veri e propri paria».

Non sorprende che la Commissione americana sulla libertà religiosa internazionale raccomandi di mettere l’India sulla “lista nera”. Il rapporto annuale della commissione bipartisan ha notato la tendenza «drastica» al deterioramento delle condizioni di libertà religiosa sotto il governo nazionalista indù di Modi, che «ha permesso alla violenza contro le minoranze e i loro luoghi di culto di continuare impunemente, nonché avviato e tollerato discorsi d’odio e incitazione alla violenza».

Ora che il mondo affronta una crisi sanitaria senza precedenti, Modi e i suoi partigiani Hindutva si sono inventati un nuovo modo di diffamare i mussulmani, facendoli passare per i propagatori presunti del coronavirus. Troll dedicati diffondono false informazioni sui social media, mentre hashtag islamofobici, come “CoronaJihad”, “CoronaTerrorism” e “BioJihad”, sono altrettanti nuovi fertili terreni di propaganda anti-mussulmana. Arundhati Roy ci ha rammentato che il modo con cui il BJP utilizza il COVID-19 contro i mussulmani è simile a quello della Germania nazista, che usava il tifo contro gli ebrei per «stigmatizzarli e ghettizzarli».

Sfortunatamente, ma non sorprendentemente, il governo del BJP ha scelto di lottare contro la pandemia del coronavirus scatenando il virus che gli è proprio: l’odio. Come sottolinea un articolo del Washington Post, «non è passato molto tempo prima che la risposta dell’India al coronavirus fosse inficiata dal genere di discriminazione e islamofobia che ha caratterizzato l’amministrazione nazionalista del primo ministro Narendra Modi».

Le minoranze religiose in India soffrono senza requie. Il programma nazionalista del BJP, con il suo orientamento comunitario e il suo approccio selettivo, è in piena espansione. Oggi tutti parlano dell’indigenza sociale e del rallentamento economico, provocati dalle misure d’isolamento in vigore da qualche settimana contro il coronavirus; le immense sofferenze causate nello Jammu e Kashmir dall’isolamento, che dura ormai da mesi, sono invece sfortunatamente dimenticate. È urgente che gli osservatori internazionali e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani si rechino sul posto per rendersi conto della situazione.

Il detestabile agente patogeno propagato nell’ambito del piano Hindutva ha già infettato vaste regioni dell’India, senza che si riesca a intravvedere un vaccino. Sfortunatamente, la comunità internazionale, presa da altre preoccupazioni, è rimasta spettatore silente. Se la coscienza dell’umanità non si ridesta, le minoranze religiose indiane, in particolare i 200 milioni di mussulmani, dovranno continuare ad affrontare la minaccia esistenziale che incombe su di loro.

Recuperiamo un po’ di buonsenso, ristabiliamo un minimo di equilibrio, costruiamo un modo di vita tollerante. Le grandi potenze che difendono la democrazia, i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali devono svolgere il ruolo che compete loro e dimostrare responsabilità, denunciando gli eccessi contro le minoranze in India. Altrimenti, come ha fatto notare Riaz Muhammad Khan, ex segretario degli Esteri del Pakistan, nel recente articolo pubblicato nel giornale Dawn, «la politica d’eccezione e di esclusione, di odio e di scontro» potrebbe portare il mondo alla «rovina».

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo
Fonte
Dawn (Pakistan)