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Nelle manifestazioni dei Gilet Gialli non è mai mancata la bandiera francese, simbolo invece assente negli eventi organizzati dagli ecologisti.

La prima ondata

A ottobre 2018 in Francia, dalle piccole città e dalle campagne, montava una sorda protesta. I dirigenti del Paese e i media scoprirono stupefatti l’esistenza di una classe sociale che non conoscevano, mai incontrata in precedenza: una piccola borghesia, esclusa dalle grandi città e relegata nel “deserto francese”, uno spazio con servizi pubblici razionati e trasporti pubblici inesistenti.

La protesta, che in talune località si trasformò in sollevazione, fu scatenata dall’aumento di una tassa sul carburante, finalizzata a ridurre i consumi per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. Questi cittadini, che vivono lontano da tutto e non hanno altra scelta che il trasporto privato, erano i più colpiti dall’aumento.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’economia mondiale si è riorganizzata. Centinaia di milioni di posti di lavoro sono stati delocalizzati dall’Occidente alla Cina. La maggior parte di chi ha perso il lavoro ha dovuto accettarne altri, peggio pagati. Sono stati obbligati a lasciare le grandi città, ora per loro troppo care, e a sistemarsi nelle periferie [1].

I Gilet Gialli rammentavano al resto della società la loro esistenza e che non potevano dare una mano a combattere contro la “fine del mondo” se prima non venivano aiutati per arrivare alla “fine del mese”. Denunciavano l’incoscienza della dirigenza politica che, dai propri uffici nella capitale, non si accorgeva della loro indigenza [2].

I primi dibattiti fra politici e alcune delle figure di spicco del movimento furono ancora più sbalorditivi: i politici proponevano misure settoriali per rendere più abbordabile il prezzo della benzina, i contestatari rispondevano pacatamente, ricordando i disastri causati dalla globalizzazione finanziaria. I primi apparivano disorientati e sopraffatti, i secondi sembravano essere i soli ad avere una visione d’insieme. La competenza si era trasferita dalla classe dirigente politica agli elettori.

Per fortuna della classe dirigente, i media smisero di occuparsi di questi guastafeste e li sostituirono con altri manifestanti, che pure esprimevano con forza la loro collera, ma non con altrettanta intelligenza. L’inasprimento dello scontro, che aveva il sostegno della maggioranza della popolazione, fece temere una possibile rivoluzione. Preso dal panico, il presidente Emmanuel Macron si rifugiò per dieci giorni nel bunker sotto l’Eliseo, annullando tutti gli appuntamenti. Prese in considerazione la possibilità di dimettersi e convocò il presidente del senato, che avrebbe dovuto sostituirlo ad interim. Dopo essere stato strapazzato da quest’ultimo, Macron ritornò in sé e riapparve in televisione per annunciare l’adozione di diverse misure sociali. Nessuna delle quali però a vantaggio dei Gilet Gialli, perché lo Stato continuava a ignorare chi fossero.

Tutti i sondaggi d’opinione tendono a dimostrare che la contestazione dei Gilet Gialli non è rifiuto della politica, è al contrario una volontà politica di restaurazione dell’Interesse Generale, ossia della Repubblica (Res publica).

I cittadini sono abbastanza soddisfatti della Costituzione, ma non dell’uso che ne viene fatto. Il loro rifiuto riguarda innanzitutto il comportamento dell’insieme del personale politico, non le Istituzioni.

Per riprendere le redini della situazione, il presidente Macron decise di organizzare in ogni comune un “Grande dibattito nazionale”, un po’ sul modello degli Stati Generali del 1789. Ogni cittadino avrebbe potuto esprimersi e le proposte sarebbero state sintetizzate e tenute in conto.

Sin dai primi giorni il presidente si diede da fare per controllare il pronunciamento popolare. Non bisognava consentire alla plebaglia di esprimersi a piacimento. L’“immigrazione”, l’“aborto”, la “pena di morte” e il “matrimonio per tutti” erano temi da estromettere dai dibattiti: il presidente, che si proclamava “democratico”, diffidava del popolo.

Ovviamente qualunque aggregato può lasciarsi trasportare dalle passioni. Durante la Rivoluzione Francese, nelle assemblee, i sanculotti poterono disturbare i dibattiti lanciando dalle tribune invettive contro i deputati. Nulla però poteva far temere che i sindaci avrebbero perso il controllo degli amministrati.

L’organizzazione del “Grande dibattito nazionale” spettava alla Commissione Nazionale per il Dibattito Pubblico. Ebbene, quest’ultima voleva garantire la libera espressione dei cittadini, il presidente invece voleva limitarla a quattro temi: transizione ecologica, fiscalità, democrazia e cittadinanza, organizzazione dello Stato e dei servizi pubblici.

Dopo essere stata ringraziata, la Commissione fu sostituita con due ministri. La disoccupazione, le relazioni sociali, la dipendenza degli anziani, l’immigrazione e la sicurezza furono temi messi nel dimenticatoio.

Dopodiché entrò in scena il presidente. Traboccante competenza, partecipò a parecchi incontri televisivi, rispondendo a ogni domanda: si era passati dal progetto di ascoltare le preoccupazioni dei cittadini all’idea che bastava rispondergli che erano ben governati.

Dopo tre mesi, diecimila riunioni e due milioni di contributi fu steso un rapporto, archiviato poi in un armadio. Diversamente da quanto afferma questa sintesi, gli interventi dei partecipanti al “Grande dibattito nazionale” riguardavano i privilegi degli eletti, la fiscalità, il potere d’acquisto, il limite di velocità sulle strade, l’abbandono delle zone rurali e l’immigrazione. Non soltanto quest’esercizio di stile non aveva fatto progredire le cose, ma aveva dato ai Gilet Gialli la prova che il presidente voleva parlare, non già ascoltare.

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In Francia i Gilet Gialli hanno organizzato ovunque petizioni per l’istituzione di un Referendum d’Iniziativa Cittadina (RIC).

Giacché vi assicuriamo di essere democratici

Durante le manifestazioni, ma non durante gli incontri del “Grande dibattito nazionale”, molti Gilet Gialli fecero riferimento a Étienne Chouard [3]. Un personaggio che da dieci anni percorre la Francia per sostenere che una Costituzione è legittima soltanto se redatta dai cittadini. Auspica la formazione di un’assemblea costituente, con estrazione a sorte dei membri, il cui risultato sarà sottoposto a referendum.

La risposta del presidente Macron fu la formazione, per estrazione a sorte, di un’assemblea, la Convenzione Cittadina. In continuità con il “Grande dibattito nazionale”, distorse immediatamente l’idea che diceva di voler mettere in atto: non si trattava della redazione di una nuova Costituzione, ma di proseguire il dibattito sui quattro temi da lui già imposti.

Macron non ha tuttavia considerato il sorteggio come mezzo per superare i privilegi di alcune classi sociali o per aggirare quelli dei partiti politici. L’ha trattato come strumento per conoscere meglio la volontà popolare. Ha perciò fatto suddividere la popolazione in categorie socio-professionali e per regione. I partecipanti alla convenzione sono stati poi estratti a sorte da questi differenti gruppi, come si trattasse di formare il campione di un sondaggio. Non è noto come siano stati definiti questi gruppi. Inoltre, il presidente ha affidato l’organizzazione dei dibattiti a uno studio specializzato nell’animazione di tavole rotonde, sicché il risultato è stato quello di un sondaggio: quest’assemblea non ha formulato proposte originali, si è limitata a individuare le priorità fra le proposte presentatele.

Un processo che è molto più formale di un sondaggio, ma che non ha niente di democratico perché i partecipanti alla Convenzione non hanno potuto prendere la benché minima iniziativa. Le proposte che hanno ricevuto più consensi saranno trasmesse al parlamento o sottoposte a un referendum. L’ultimo referendum in Francia risale a 15 anni fa ed è un bruttissimo ricordo: il popolo ha censurato la politica governativa, che però ha continuato a essere perseguita per altre strade, con disprezzo dei cittadini.

Il carattere totalmente illusorio di quest’assemblea di cittadini balza agli occhi in una proposta che i suoi membri hanno dichiarato di non voler sottomettere a referendum perché verrebbe sicuramente respinta dal Popolo di cui avrebbero dovuto essere i rappresentanti. Hanno perciò ammesso di aver accolto una proposta accettando le argomentazioni di altri, benché sapessero che il popolo avrebbe ragionato in modo diverso.

Non sono io a volerlo, sono gli scienziati

Al sopraggiungere del COVID-19, il presidente Macron fu convinto della gravità del pericolo dallo statistico britannico Neil Ferguson [4]. Decise di proteggere la popolazione imponendo il confinamento obbligatorio generalizzato, raccomandato dalla vecchia équipe di Donald Rumsfeld [5]. Si premunì dalle critiche formando un Consiglio Scientifico di cui affidò la presidenza a una personalità morale ritenuta incontestabile [6].

Un’unica voce titolata si alzò contro il Consiglio: uno dei più eminenti infettivologhi a livello mondiale, il professor Didier Raoult [7]. Al termine dell’emergenza, il professore ha reso testimonianza davanti alla commissione parlamentare. Secondo Raoult, Neil Ferguson è un impostore; il Consiglio Scientifico, dal quale si dimise, è manipolato da conflitti d’interesse con Gilead Science (ex società di Donald Rumsfeld); i risultati dei medici dipendono da come concepiscono la propria professione: i malati ricoverati negli ospedali di Parigi correvano un rischio di morire tre volte quello dei ricoverati negli ospedali di Marsiglia.

I media non hanno analizzato le affermazioni di Didier Raoult, mentre si sono dedicati alla reazione indignata della nomenklatura amministrativa e sanitaria. Eppure, la questione della competenza del presidente della repubblica, del governo e delle élite della medicina era stata posta da un membro incontestato della medesima élite.

La seconda ondata

Il primo turno delle elezioni amministrative si è tenuto il 15 marzo 2020, agli inizi della crisi sanitaria. Le città periferiche e le campagne, territori dei Gilet Gialli, spesso si sono svincolate da problemi di alleanze per eleggere immediatamente il sindaco. Come sempre, le cose nelle grandi città sono state più complesse. Il secondo turno è stato organizzato per il 28 giugno, al termine della crisi. Con l’occasione è stato compiuto un ulteriore passo.

Sei elettori su dieci, scottati dal Grande Dibattito Nazionale e indifferenti alla Convenzione Cittadina, hanno scioperato dalle urne.

Ignorando la protesta silenziosa, i media hanno interpretato il voto della minoranza come un «trionfo degli ecologisti». Sarebbe stato più esatto dire che i partigiani della lotta contro la “fine del mondo” hanno definitivamente divorziato da quelli della lotta per arrivare alla “fine del mese”.

Gli studi d’opinione ci assicurano che il voto ecologista è soprattutto dei funzionari. È una costante in tutti i processi pre-rivoluzionari: persone intelligenti, quando si sentono legate al Potere, sono acciecate e non capiscono quel che accade sotto i propri occhi.

Nella Costituzione non è stata prevista una frattura del Popolo di tale portata, non è stato quindi fissato un quorum, sicché il voto in tutte le grandi città è valido, benché non democratico. Nessun sindaco, sebbene eletto da un quinto degli amministrati e persino da meno, ha chiesto l’annullamento del voto.

Nessun regime può sopravvivere senza il sostegno della popolazione. Se lo sciopero delle urne si ripeterà con l’elezione del presidente della repubblica a maggio 2022, il sistema crollerà. Nessun dirigente politico sembra preoccuparsene.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

[1] “Così l’Occidente divora i propri figli”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 dicembre 2018.

[2] « Une colère très politique », par Alain Benajam, Réseau Voltaire, 21 novembre 2018.

[3] Blog di Étienne Chouard.

[4] “COVID-19: Neil Ferguson, il Lyssenko liberale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 aprile 2020.

[5] “Il COVID-19 e l’Alba Rossa”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 28 aprile 2020.

[6] “Basta con il consenso!”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 giugno 2020.

[7] Sito ufficiale di Didier Raoult e della sua équipe: Méditerranée infection.