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In questo dipinto del XIX secolo della battaglia di Poitiers (VIII secolo), di Charles de Steuben, i mussulmani sono raffigurati come violenti e lascivi.

Da molte mail scambiate con i miei lettori è emerso che molte cose che dò per scontate non lo sono per tutti. Per questo motivo vorrei riprendere alcune idee, che in parte vi sembreranno considerazioni generali, ma in parte vi sorprenderanno.

Siamo tutti umani, però diversi

È possibile andare in un Paese lontano e frequentare soltanto hotel e spiagge assolate. Va bene per l’abbronzatura, ma dal punto di vista umano è un’occasione persa: questo Paese è abitato da gente come noi, forse di aspetto diverso, forse no, con cui avremmo potuto comunicare. Certamente, con alcuni di loro avremmo potuto stringere amicizia.

Per poter affrontare qualunque imprevisto, il viaggiatore cerca generalmente di avere mezzi superiori a quelli degli abitanti del Paese che sta visitando. Da questa posizione di privilegio forse avvicinerà qualche persona. Ma chi mai parlerà liberamente delle proprie gioie e delle proprie angosce con uno straniero ricco?

Accade la stessa cosa nelle relazioni internazionali: è sempre molto difficile sapere e capire quel che succede veramente all’estero.

Le relazioni internazionali coinvolgono molti protagonisti a noi estranei. Ossia uomini che hanno subito traumi e nutrono ambizioni che non conosciamo, ma che dobbiamo condividere per poterli comprendere. Quel che è importante per loro non necessariamente lo è per noi. Dobbiamo capirne le ragioni se vogliamo progredire insieme con loro.

Ognuno di noi considera i propri valori qualitativamente superiori a quelli degli altri, almeno fino a quando non capisce perché la pensino diversamente. I greci chiamavano “barbari” gli stranieri. Tutti i popoli, per quanto civilizzati, ragionano allo stesso modo. Non per razzismo, bensì per ignoranza.

Questo non significa che le culture e le civiltà siano tutte uguali e che si potrebbe vivere ovunque. In alcuni luoghi le persone hanno lo sguardo spento, in altri pieno di vita.

L’evoluzione del trasporto ha reso possibile raggiungere qualunque luogo in poche ore. Veniamo proiettati da un momento all’altro in un altro mondo, ma continuiamo a pensare e ad agire come se fossimo a casa nostra. Al più, prima di andare a casa loro, abbiamo letto qualcosa su questi stranieri. Ma, prima d’incontrarli non sappiamo quale autore li abbia compresi e quale invece li abbia soltanto sfiorati.

Per la verità, non è necessario andare in un Paese per comprenderne gli abitanti. Anche gli stranieri viaggiano. Bisogna però stare attenti e distinguere: chi afferma di essere fuggito dalla propria famiglia e ne parla male è molto spesso un mentitore più che un eroe. Non necessariamente sono cattive persone, possono anche parlare per compiacerci e cambiare idea quando ci conoscono meglio. Bisogna però sospettare dei rifugiati politici: a Londra, non bisogna confondere Ahmed Chalabi e Charles De Gaulle. Il primo fuggì dall’Iraq per una truffa e mentì su tutto; il secondo aveva in Francia un sostegno autenticamente popolare. Il primo aprì la porta del proprio Paese agli invasori, il secondo lo liberò.

Le persone cambiano con l’età. I popoli anche, ma molto più lentamente. Quanto li caratterizza è frutto di un lavorio secolare. Bisogna studiarne a lungo la storia per capirli, anche se non conoscono loro stessi la propria storia, come accade per i mussulmani che, a torto, considerano oscuro il tempo antecedente la rivelazione. In ogni caso è impossibile capire un popolo se non se ne conosce la storia, non quella dell’ultimo decennio, ma quella millenaria. Bisogna proprio avere una grande opinione di se stessi per pretendere di capire una guerra recandosi sul posto senza aver studiato a lungo la storia e le motivazioni dei protagonisti.

Quel che permette di conoscere le persone, consente anche di dominarle. Per questa ragione i britannici hanno formato le loro più celebri spie e i diplomatici al British Museum.

I “cattivi”

Quel che non capiamo spesso ci fa paura.

Quando in un gruppo umano, una élite, o anche una sola persona, domina gli altri suoi pari, può farlo solo con il consenso di questi ultimi. È quanto accade nelle sette. Se si vogliono aiutare questi oppressi, la soluzione non è sanzionare il gruppo o eliminarne il capo, ma far loro respirare aria nuova, aiutarli a prendere consapevolezza che possono vivere in altro modo.

I gruppi settari sono un pericolo soltanto relativo per il resto del mondo, con il quale rifiutano di comunicare. Sono un pericolo soprattutto per loro stessi, un pericolo che può condurli all’autodistruzione.

Non vi può essere dittatura contro la volontà della maggioranza. È semplicemente impossibile. Questo è del resto il cardine del sistema democratico: l’approvazione dei dirigenti da parte dei più impedisce ogni forma di dittatura. L’unico regime che opprimeva la maggioranza della popolazione, e che ho sperimentato direttamente, è l’Unione Sovietica di Gorbaciov. Quest’ultimo non aveva nulla a che vedere con l’URSS, che del resto ha dissolto.

Questo stesso principio è stato utilizzato dagli Stati Uniti per organizzare le “rivoluzioni colorate”: nessun regime può sopravvivere se la gente si rifiuta di obbedirgli. Crolla immediatamente. Basta manipolare per breve tempo le folle e si cambia qualsiasi regime. Invece non si può prevedere quanto può accadere dopo che le folle hanno riacquistato la ragione. Queste cosiddette rivoluzioni durano soltanto pochi giorni. Non hanno niente a che vedere con il cambiamento della società, che richiede anni, se non una generazione.

In ogni caso, è facile descrivere un Paese lontano come un’abominevole dittatura e giustificare che si corra in soccorso della popolazione oppressa.

Tutti gli uomini sono dotati di ragione. Eppure possono scivolare nella follia se tralasciano la Ragione per un’Ideologia o per una Religione. Questo non ha alcun rapporto né col progetto di questa ideologia né con la fede di questa religione. I nazisti speravano di costruire un mondo migliore di quello nato dal Trattato di Versailles, ma non avevano consapevolezza dei propri crimini. Sono spariti e ci si è dimenticati di quanto hanno realizzato (con l’eccezione della Volkswagen e della conquista dello spazio da parte di Wernher von Braun). Gli islamisti (intendo il movimento politico, non la religione mussulmana) ritengono di servire la volontà divina, non hanno però coscienza dei propri crimini. Spariranno senza aver realizzato nulla. Nazisti e islamisti hanno in comune la cecità. Sono stati facilmente manipolati, i primi contro i sovietici, i secondi dal Regno Unito.

Nessuna religione è al riparo, qualunque sia il suo messaggio. In India, Yogi Adityanath, molto vicino al primo ministro Narendra Modi, nel 1992 ha incitato la folla a distruggere la moschea di Adyodhya; dieci anni dopo i suoi seguaci hanno massacrato i mussulmani del Gujarat, che accusavano ingiustamente di aver voluto vendicarsi. In Myanmar il monaco buddista Ashin Wirathu (che non c’entra nulla con le forze armate birmane, e ancor meno con Aung San Suu Kyi) predica l’uccisione dei mussulmani.

Non c’è limite alla violenza umana se si rinuncia alla Ragione. Coloro che praticano la violenza sono artisti: hanno un proprio stile e inventano modalità spettacolari. La crudeltà di gruppo non è un piacere sadico solitario, ma un rituale collettivo. Paralizza di terrore e costringe alla sottomissione.
Daesh ha messo in scena i propri crimini e li ha filmati, senza esitare a ricorrere a effetti speciali per incutere ancor più paura.
I nazisti, che commettevano i loro crimini in segreto, facendo sparire le vittime «nella notte e nella nebbia», probabilmente non avevano intenzione di uccidere milioni di prigionieri, volevano invece sfruttarne la forza lavoro senza preoccuparsi delle loro vite,
Nella guerra contro l’Armata Bianca, i bolscevichi invece decisero di far sparire le classi sociali favorevoli allo zarismo. S’accontentarono perciò di fucilarli.

(segue…)

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo