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Il 21 ottobre 2020 il presidente della repubblica, Emmanuel Macron, rende omaggio alla Sorbona a Samuel Paty, ucciso da un islamista.

Il racconto dell’intera classe mediatica (e politica) secondo cui Samuel Paty non stava facendo che il proprio lavoro, il proprio dovere repubblicano, e insegnava agli studenti la tolleranza e la libertà di opinione, nonché la laicità, mi manda su tutte le furie.

Mi ribello con tutto me stesso: è una narrazione totalmente falsa, assolutamente distorta, completamente fuori dalla realtà e del buon senso, ma soprattutto pericolosa!

In tutti i media la caricatura incriminata è descritta come un disegno che mostra il «profeta accovacciato con una stella disegnata sul sedere». Una descrizione non totalmente falsa, che però si connota perlomeno di eufemismo; in verità si può parlare addirittura di abissale malafede. Del resto, la maggior parte dei media sono stati molto attenti a non mostrare il disegno ([a volte accessibile cliccando su questo link>https://www.voltairenet.org/IMG/jpg...]). Perché allora tanta precauzione se l’immagine è davvero così anodina, così inoffensiva?

La risposta è evidente a chi veda il disegno, perché bisogna vedere le cose per analizzarle:

Il profeta non è semplicemente «accovacciato»: a parte il turbante, è nudo, a quattro zampe, il culo alzato e proteso, di schiena per tre quarti, in modo che si vedano i coglioni con i peli, il batacchio con una goccia di piscio… e la stella non è «disegnata sul sedere»: è esattamente al posto del buco del culo (come fosse l’ano).

Dico quel che penso in quanto ateo (meglio: agnostico), ossia né mussulmano né cattolico né credente e ancor meno fondamentalista: pur essendomi spremuto a lungo le meningi, confesso di non capire cosa ci sia d’intelligente, di significativo, di pertinente, di spirituale, o anche di semplicemente divertente in quest’immagine.

Esattamente il contrario: vedo uno scarabocchio brutto, ma soprattutto straordinariamente offensivo per la comunità mussulmana, non soltanto di Francia, ma di tutto il mondo. Non è una semplice blasfemia, è una vera ingiuria a oltre un miliardo di esseri umani che, sarebbe bene ricordarsene, condividono il pianeta insieme a noi, gli Occidentali. È legittimo constatare, sull’esempio di Delfeil de Ton (uno dei fondatori dello Charlie Hebdo storico, che non ha nulla in comune – a parte il titolo – con il giornale omonimo, aperto nel 1992 da Philippe Val) che all’indomani degli attentati di gennaio 2015 scriveva: «Non bisognava farlo, ma Charb (Charlie) l’ha fatto di nuovo». Tutto era già stato scritto nel suo intervento, che v’invito a rileggere qui.

Quest’immagine degradante non può avere posto nemmeno in una rivista satirica: non è per nulla emblematica del sedicente “diritto alla blasfemia” e ancor meno della “libertà di pensiero” o (colmo del ridicolo) del “rispetto della laicità”. Non mi metto a fare l’esegeta dell’autrice (non ne sarei capace); immagino che Corinne Rey (che si firma Coco) voleva soltanto prendersela con gl’invasati di Allah (tipo jihadisti di Daesh) che distorcono la religione mussulmana e l’insozzano; voglio credere, concedendole il beneficio del dubbio, che la signora non intendeva insultare l’insieme dei mussulmani, siano o no compatrioti. E tuttavia è un fatto, a dire il vero non difficile da capire, che i mussulmani di Francia, e ancor più quelli che vivono al di là dei nostri confini, si sentono profondamente umiliati, insultati e degradati da questo disegno. E non soltanto loro: anche molti credenti di altre religioni, e persino gli atei che come me rispettano le fedi religiose dei fratelli in umanità.

Coco può scarabocchiare un disegno come questo: è assolutamente suo diritto. Tre anni dopo pagò un alto tributo con gli attentati del 2015; compatisco il suo calvario [presa in ostaggio dai terroristi, fu costretta a immettere il codice numerico per aprire la porta dell’edificio sede del giornale, ndt]. In compenso, la decisione di Charlie nel 2012 di pubblicare la vignetta è fortemente discutibile. Ne spiego la ragione. Naturalmente bisogna collocare i fatti nel loro contesto. Le prime “caricature di Maometto” furono pubblicate in Francia a febbraio 2006, da France-Soir, poi da Charlie Hebdo (all’epoca ancora diretto e di proprietà di Philippe Val), che vi aggiunse le proprie, nonché da altri giornali europei e persino del mondo arabo. Apro una parentesi: si noti che nel Regno Unito nessun giornale le pubblicò, nemmeno un tabloid, e che negli USA – Paese esente dal sospetto d’intralciare la libertà di espressione – soltanto Harper’s lo fece, all’interno però di un articolo quasi universitario. Queste caricature erano state pubblicate a settembre 2005 – ossia meno di tre mesi dopo gli attentati sanguinari di Londra – da un quotidiano conservatore danese (il Jyllands-Posten), il cui responsabile delle pagine culturali dell’epoca, Flemming Rose, era vicino al neoconservatore Daniel Pipes [1]. Il primo ministro danese era allora Anders Fogh Rasmussen, che nel 2009 diventerà segretario generale della NATO.

Le 12 caricature erano persino anodine, a confronto di quelle che seguirono. La più “scandalosa” rappresentava un mussulmano barbuto con un turbante a forma di bomba, su cui campeggiava la professione di fede mussulmana («Dio è grande e Maometto è il suo profeta»).

Nonostante l’innocuità delle vignette, gli altri quotidiani danesi prendono le distanze e bollano l’iniziativa come bravata pubblicitaria. Uno dei caricaturisti confessa persino che «il Jyllands-Posten inizialmente voleva solo provocare».

Comunque, tra numerose personalità, anche il presidente Jacques Chirac, l’ex presidente Bill Clinton, nonché il segretario generale dell’ONU condannano l’indebito uso della libertà di parola ed esortano a maggiore «responsabilità e rispetto verso i sentimenti religiosi». Sono evidentemente consapevoli del contesto geopolitico esplosivo. Ai lettori più giovani, come pure a quelli che non hanno buona memoria, ricordiamo che nel 2006 in Afghanistan e in Iraq imperversano le guerre illegali, che causano devastazioni inaudite fra la popolazione civile… mussulmana. Chirac, Clinton e Kofi Annan non si sbagliano: vengono lanciati boicottaggi dei prodotti danesi, proferite minacce di morte, nei Paesi mussulmani scoppiano molte rivolte e manifestazioni violente, tanto più che i Fratelli Mussulmani continuano a gettare benzina sul fuoco, come del resto fanno sin dall’inizio.

A novembre 2011, l’anno delle cosiddette “primavere arabe”, dopo la pubblicazione del numero speciale Charia Hebdo i locali di Charlie sono incendiati. Il disegnatore Wolinski confida: «Credo che siamo degli incoscienti e degli imbecilli che hanno corso un rischio inutile. Questo è tutto. Ci si crede invulnerabili. Per anni, persino per decine d’anni, si provoca, poi la provocazione si ritorce contro. Non bisognava farlo.» La spirale della provocazione però non s’arresta. Come scrive Delfeil de Ton nel suo intervento: «Un anno dopo, a settembre 2012, in seguito a una nuova provocazione che ha fatto mettere le nostre ambasciate nei Paesi mussulmani in stato d’assedio, dispiegare tutte le polizie nelle nostre città, fui indotto a scrivere – sempre sull’Obs [Nouvel Observateur, ndt] – rivolgendomi a Charb: «Collocarsi all’estrema sinistra e sentirsi dire da NPA [Nuovo Partito Anticapitalista, ndt] che si è «partecipi dell’imbecillità reazionaria dello choc delle civiltà»; definirsi ecologisti ed essere trattati da «scemi» da Daniel Cohn-Bendit, dovrebbe indurvi a riflettere. Soprattutto quando si ricevono gli applausi della famiglia Le Pen, di Rioufol di Le Figaro e del primo ministro di Sarkozy”».

Arriviamo all’attentato del 7 gennaio 2015. Ancora la penna di un Delfeil de Ton estremamente lucido: «Quest’attentato rientra nel quadro di una guerra dichiarata alla Francia, ma anche in quello delle guerre che fa la Francia, immischiandosi militarmente in conflitti in cui non era richiesta la sua partecipazione, dove carneficine peggiori di quella di Charlie Hebdo avvengono ogni giorno, anzi molte volte al giorno, e dove i nostri bombardamenti aggiungono morti a morti per salvare potentati – non più raccomandabili dei loro avversari – che si sentono minacciati, il cui potere si è consolidato sul versamento di molto sangue; che decapitano al pari degli avversari, che come gli avversari torturano, tagliano mani e piedi in nome d’Allah; ma allora perché, buon dio, la nostra Repubblica, così fiera della propria laicità, decide tra fanatici che allo stesso modo brandiscono con una mano la scimitarra e l’altra il Corano? Se Barack Obama non lo avesse trattenuto, il nostro François Hollande sarebbe andato in Siria alla caccia di Bashar al-Assad, come il predecessore Sarkozy andò in Libia alla caccia di Muammar Gheddafi, che eliminò con l’esito che conosciamo. Quanti siriani la Francia avrebbe ammazzato e probabilmente ammazzerebbe ancora? Lasciare che i popoli decidano da sé non è un principio sacrosanto? Se sono in guerra intestina che diritto abbiamo d’immischiarci? Non capiamo nulla delle loro zuffe, non facciamo altro che prolungarne la durata, possiamo poi meravigliarci che le trasferiscano sul nostro suolo?»

Un semplice articolo non consente di affrontare il vasto argomento, ben documentato, della strumentalizzazione geopolitica dell’Islam: ho pubblicato libri basilari come Sous nos yeux di Meyssan (Sotto i nostri occhi, edizioni La Vela); Le Charme discret du Djihad di F.W. Engdahl; Les Guerres illégales de l’Otan di Ganser; La Guerre contre la verité di Nafeez Ahmed (Guerra alla verità, Fazi editore).

Torniamo al disegno «Maometto: è nata una stella». Se non fosse un disegno ma una fotografia sarebbe giudicato pornografico. Rappresentare il fondatore di una religione, non soltanto nudo, ma nella nudità più cruda (cazzo e palle pelose pendenti) e più crassa (goccia che cola dal pene), benché si conosca l’importanza del pudore nel mondo mussulmano, è molto al di là della mancanza di rispetto. Distorcere la posizione fisica di un mussulmano in preghiera (l’atteggiamento umile di sottomissione davanti al Creatore) mostrandolo alla pecorina, ossia facendone un soggetto lascivo (persino lussurioso) è il colmo dell’ingiuria. Direi però che l’aspetto peggiore del disegno è ridurre il profeta (simbolizzato da barba e turbante) al proprio ano («è nata una stella»), la cui funzione fisiologica è evacuare le feci.

Naturalmente la potenza devastatrice della caricatura risiede nel fatto di non dire le cose, ma di suggerirle, di farle sentire e percepire. La caricatura ci fa reagire emotivamente, non ci fa pensare. Tuttavia, senza filtri, il disegno significa letteralmente: «i mussulmani venerano un falso profeta lubrico, che altro non è che un buco del culo; la loro religione è letteralmente merda; che vadano a farsi inculare questi paraculi invasati». Non è scritto a chiare lettere, in tal caso sarebbero incorsi nel reato d’incitazione all’odio, ma che Coco, Charlie, o Paty lo vogliano o no, è così che il messaggio viene percepito, più o meno consciamente, da un’intera comunità di credenti, dei quali oltre il 99,99% non sono integralisti islamici o jihadisti. Il meno che si possa dire è che è una caricatura violenta.

Ma è anche un illecito. L’ingiuria non ha niente a che vedere con la libertà d’espressione, strettamente inquadrata proprio per impedirne la deriva. L’articolo 29 della legge del 1881 sulla libertà di stampa stabilisce infatti chiaramente che ingiuria e diffamazione sono passibili di ammenda e prigione. «Ogni espressione oltraggiosa, termine dispregiativo o invettiva che non contenga l’imputazione di un fatto costituisce ingiuria» e «ogni affermazione o attribuzione di fatto che attenti all’onore o alla considerazione della persona o del corpo cui il fatto è imputato, costituisce diffamazione». Prese le opportune informazioni, non sembra che il profeta abbia sporto denuncia contro la diffusione del disegno, non più della LICRA (Lega Internazionale contro il Razzismo e l’Antisemitismo, ndt), non più delle organizzazioni che rappresentano i mussulmani, scottate, questo è vero, dagli articoli che in occasione del primo processo contro le caricature del 2007 le rappresentarono, a torto, come intenzionate a far introdurre in Francia il reato di blasfemia, persino il reato di rappresentazione del profeta. Anche i caricaturisti sottostanno alla legge sulla stampa e la libertà d’espressione; non possono sottrarvisi affermando che l’arte (sebbene nel caso specifico sia difficile parlare d’arte) è al di sopra della legge: non è questo il caso. Del resto basterebbe la giurisprudenza sulla minaccia di turbativa dell’ordine pubblico a giustificare il divieto di pubblicare simile disegno.

Infine, e soprattutto, dal punto di vista penale, il fatto di mostrare immagini pornografiche ad adolescenti di meno di 15 anni, meglio ancora se da parte di un insegnante all’interno di una scuola (circostanza aggravante perché nell’esercizio della funzione egli è persona che esercita di fatto la potestà sui minori) potrebbe ricadere sotto l’articolo 227, comma 24, del codice penale (messa in pericolo di minori), che prevede la punizione a tre anni di prigione e 75 mila euro di ammenda per «Il fatto (…) di diffondere con qualsiasi mezzo e qualsiasi supporto un messaggio a carattere violento o pornografico o di natura tale da ledere gravemente la dignità umana (…) quando il messaggio può essere visto o percepito da un minore.»

Cosa può essere passato nella testa di Samuel Paty, insegnante di 47 anni, da indurlo a scegliere proprio quest’immagine per una lezione di EMC (enseignement moral et civique, insegnamento morale e civico) ad adolescenti di 13-14 anni? Non so spiegarmelo. Per parlare della libertà di espressione aveva a disposizione una pletora di possibilità, a cominciare dalla più emblematica: il processo in corso nel Regno Unito contro Julian Assange, ben più significativa e importante. Ebbene no, il professore di storia ha scelto il disegno più volgare, più osceno, più incendiario della serie di caricature di Maometto. Mi chiedo quale beneficio si supponga possano veramente trarne gli allievi… I mussulmani si sentiranno a ragione insultati, non solamente nella fede, ma nella loro stessa esistenza; i non-mussulmani penseranno che non è grave negare i valori spirituali dell’altro: è legale e peraltro viene insegnato in classe (quindi avallato in blocco da Stato, Repubblica e Sapere). Francamente, se volessi fare dell’umorismo “alla Charlie”, scriverei che Paty aveva perso la testa ancor prima che gliela facesse perdere il suo assassino!

Ma quel che è più grave in questo fatto di cronaca, che sotto molti aspetti è anche un rilevante fatto sociale, è che l’Istruzione nazionale accetti e avalli simili prassi, che non appartengono in alcun modo al vivere insieme, alla morale o al civismo, ma al contrario violano i principi stessi della Carta della laicità a scuola.

Ossia:
§6. Li protegge [gli allievi] da ogni proselitismo e pressione che impedirebbero loro di compiere le proprie scelte.
§7. La laicità garantisce agli allievi l’accesso a una cultura comune e condivisa.
§8. La laicità permette l’esercizio della libertà di espressione degli allievi nei limiti del buon funzionamento della Scuola, nonché del rispetto dei valori repubblicani e del pluralismo delle opinioni.
§9. La laicità implica il rifiuto di ogni violenza e di ogni discriminazione, garantisce l’uguaglianza tra ragazze e ragazzi e si basa su una cultura del rispetto e della comprensione dell’altro.
§10. È compito di tutto il personale trasmettere agli allievi il senso e il valore della laicità, nonché degli altri principi fondamentali della Repubblica.
§11. Il personale ha il dovere di una rigorosa neutralità: nell’esercizio delle proprie funzioni non deve manifestare le proprie convinzioni politiche o religiose.

Penso di aver già dimostrato che il disegno incriminato non ha niente a che vedere con «una cultura del rispetto e della comprensione dell’altro», che esso sottopone i mussulmani, i credenti di altre religioni, nonché gli atei a una forte pressione «che impedisce loro di compiere le proprie scelte» (che valore può avere la parola di un adolescente di 14 anni di fronte a quella di un insegnante di 47, rappresentante dell’istituzione scolastica?), che «non rifiuta la violenza», ma la promuove, e che distorce «il senso e il valore della laicità». Di conseguenza, Paty, manifestando le proprie «convinzioni politiche o [anti]religiose nell’esercizio delle proprie funzioni», ha infranto «il proprio dovere di rigorosa neutralità».

In un mondo normale Paty avrebbe dovuto essere, come minimo, richiamato all’ordine dalla gerarchia scolastica, biasimato, persino sanzionato.

È evidente che le gravi e numerose violazioni di Paty della Carta della laicità non avrebbero dovuto comportarne l’abominevole esecuzione capitale, compiuta da un adolescente mentalmente disturbato. Un fatto di cronaca ignobile e macabro, che ci stupisce venga presentato dalle autorità politiche e giudiziarie – per il momento senza successo – come un attentato terroristico di vaste ramificazioni.

Sono stupefatto di constatare che, sull’onda di una comprensibile emozione, si siano levate voci che chiedono l’ingresso di Paty al Pantheon; che il presidente della repubblica in persona gli abbia reso un omaggio nazionale; che l’insieme della classe politica, nonché della stampa, sia unanime nel celebrare un «eroe morto per la libertà».

Il nostro Paese è inequivocabilmente impazzito: ha letteralmente perso la testa. Negli ultimi tre decenni, la legge del 1905 che codifica la laicità (la separazione fra Stato e Chiesa) è stata stravolta, fino a essere completamente fuorviata. Ricordiamo che l’articolo primo di questa legge stipula: «la Repubblica assicura la libertà di coscienza. Garantisce il libero esercizio dei culti.» Non promuove l’odio delle religioni e dei credenti, né l’insulto né la stigmatizzazione o l’ostracismo di una parte dei nostri concittadini, a causa delle loro convinzioni religiose.

A coloro che la mia analisi del disegno «Maometto: è nata una stella» non ha convinto, propongo un esercizio di pensiero: immaginino l’impatto che nel nostro bel Paese, laico e mondano, potrebbe avere l’equivalente cristiano della caricatura di Maometto: la Vergine Maria nuda, alla pecorina, di schiena per tre quarti, fondoschiena offerto, vagina aperta da cui sgorga sperma (dello Spirito Santo), con la didascalia: «Esclusivo: la PMA [Procreazione Medicalmente Assistita] ha duemila anni!» [2]

Due sono le vie possibili: continuare nella spirale della provocazione oppure ritornare allo spirito della legge del 1905. La prima, sfortunatamente quella che sembra profilarsi ogni giorno un po’ di più, è quella che sicuramente alla fine ci porterà alla profezia auto-realizzatrice delle guerre di civiltà: le stesse cause producono gli stessi effetti. Dobbiamo augurarcelo? Evidentemente no. L’integralismo islamico non può essere combattuto dalla guerra santa della laicità. Nel 2015 rifiutarsi di «essere Charlie» non significava giustificare o avallare i crimini degli integralisti islamici; rifiutare oggi di «essere insegnanti» non significa affatto rallegrarsi della sorte di Paty: in entrambi i casi significa semplicemente rifiutare la finta scelta che ci viene offerta: né Charlie né Kouachi (o né prof né assassino), perché non dobbiamo scegliere quale via ci condurrà alla guerra delle civiltà: dobbiamo imperativamente rifiutarla. Questo corrisponde fortunatamente al desiderio della stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Alcuni ribattono che rinunciare significa abdicare di fronte a integralismi e jihadismi. Innanzitutto bisognerebbe prendere coscienza che l’islamismo politico è da lunga data favorito da parecchie potenze occidentali per fini geopolitici, come accadde con la Grande Rivolta Araba contro l’impero Ottomano, pilotata durante la seconda guerra mondiale dagli inglesi. Oppure, per prendere un esempio più recente, ci si è facilmente dimenticati che c’è stato un tempo, negli anni Settanta, in cui delle donne afgane andavano in gonna all’università di Kabul (sicuramente un’infima minoranza appartenente all’élite); questo accadeva prima che il Paese fosse destabilizzato dagli Stati Uniti, ansiosi di regalare all’URSS un suo Vietnam. Chi può dire cosa questo l’Afghanistan sarebbe diventato cinquant’anni dopo, se non avesse conosciuto quarant’anni di guerra ininterrotta? All’epoca gli jihadisti circolavano in Occidente, venivano ricevuti alla Casa Bianca come combattenti per la libertà: una funesta strategia più volte ripresa, fino ai giorni nostri (dalla Bosnia e dal Kossovo, passando per la Cecenia, alla Libia o al fronte al-Nusra o a Daesh in Siria).

Integralismo e fanatismo non sono appannaggio esclusivo di una religione. Si può anche essere un integralista fondamentalista della laicità e fuorviarla come gl’invasati di Dio di qualsiasi fede possono sviare una religione. Credere che si possa combattere l’integralismo religioso adottando una posizione antagonista e violenta (sebbene nel fatto in questione si tratti di violenza simbolica, ma non per questo meno reale) non soltanto è un’illusione priva di fondamento: è un atteggiamento intellettualmente e umanamente inaccettabile, che si rivela pericoloso, mortifero e, come provano gli attentati a Charlie Hebdo o la decapitazione di Paty, letale e senza uscita.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

[1] “Daniel Pipes, esperto dell’odio”, Rete Voltaire, 5 maggio 2004.

[2] Attenzione, non sto incoraggiando i caricaturisti di Charlie né chiunque altro a realizzarla, ci sarebbe un forte rischio, non soltanto di urtare la sensibilità dei cristiani di tutto il mondo, ma di scatenare rivolte, manifestazioni violente e, molto probabilmente, morti (si rammentino le reazioni che suscitò l’uscita in Francia nel 1988 del film L’ultima tentazione di Cristo, dell’eppure rispettosissimo e cattolicissimo Martin Scorsese). In realtà la problematica può essere facilmente riassunta così: il diritto alla blasfemia implica di fatto la necessità o l’obbligo di bestemmiare nel modo più possibile ingiurioso?