Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei Diritti dell’Uomo in Iran, Javaid Rehman, ha formalmente chiesto l’apertura di un’inchiesta sui massacri del 1988 in Iran e sul ruolo che vi avrebbe avuto il nuovo presidente Ebrahim Raïssi.

Al termine della guerra lanciata dall’Iraq – su richiesta delle potenze occidentali –contro l’Iran, l’ayatollah Ruhollah Khomeini emise una fatwa che condannava a morte gli iraniani che si erano messi volontariamente al servizio dell’aggressore iracheno.

Un tribunale speciale iraniano interpretò l’ordine di Khomeini come un via-libera per giustiziare tutti i membri del partito dei Mujaheddin del Popolo, nonché di tutti i partiti di sinistra.

L’ayatollah Hussein Ali Montazeri, successore designato della Guida Khomeini, tentò invano di opporsi al tribunale, sostenendo che stava estendendo arbitrariamente la fatwa.

In 15 giorni il tribunale speciale condannò a catena diverse migliaia di persone, immediatamente impiccate o comunque passate per le armi. Le stime del numero delle vittime variano da 2.500 a 30 mila.

Per definizione, i collaboratori iraniani che si erano uniti all’esercito di Saddam Hussein non potevano trovarsi in territorio iraniano. La fatwa dell’ayatollah Khomeini colpiva soltanto chi che era stato fatto prigioniero sul campo di battaglia.

Il neo-presidente iraniano Ibrahim Raïssi era giudice aggregato del tribunale speciale.

Alcuni mesi dopo l’ayatollah Montazeri fu destituito, l’ayatollah Khomeini morì e gli successe l’ayatollah Khamenei. Le basi del nuovo regime erano state gettate.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo