Israele è ora l’unico Paese al mondo a essere governato da due primi ministri: una situazione insostenibile.

La nomina di un governo di coalizione non chiude l’accanita battaglia, lunga sei anni, tra due visioni opposte e inconciliabili d’Israele [1], né la paralisi governativa di un anno e mezzo. Al contrario, segna l’inizio dell’agonia di uno dei due protagonisti e la trasformazione del Paese in uno Stato normale.

Non è un caso che il contrasto sia scoppiato sotto i colpi sferrati ai privilegi degli studenti delle yeshivah dall’ex sovietico Avigdor Liberman. L’ex ministro della Difesa, sostenendo che la religione non può essere pretesto per dispensare qualcuno dal servizio nazionale, ha contestato il cuore della menzogna su cui è stato fondato l’Israele di 72 anni fa.

La sollecitazione del generale Ehud Barack a disfarsi di Benjamin Netanyahu per via giudiziaria è fallita. I fautori del sogno coloniale sono ancora lì. Hanno gettato i loro concittadini in una sorta di terrore, convincendoli di essere minacciati dagli stranieri. Come ai tempi del ghetto, per “proteggerli” li hanno chiusi al di là di un Muro, che li separa persino dai connazionali arabi.

Non dimentichiamo che Israele non è frutto della cultura ebraica, ma del volere dei puritani inglesi [2].

Nel XVII secolo il Lord Protettore Cromwell s’impegnò a creare uno Stato ebraico in Palestina, obiettivo in seguito abbandonato con la restaurazione dinastica. Nel XVIII secolo anche i leader della guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti, epigoni di Cromwell, si espressero a favore della creazione del nuovo Stato. Regno Unito e Stati Uniti si possono perciò considerare padrini naturali di questa nuova entità. Nel XIX secolo il primo ministro della regina Vittoria, Benjamin Disraeli, teorizzò il sionismo quale strumento dell’imperialismo britannico e inscrisse la “Restaurazione d’Israele” nel programma del Congresso internazionale di Berlino del 1878. All’epoca, nessun ebreo appoggiava il bislacco progetto.

Teorico dell’Impero britannico, Cecil Rhodes fu primo ministro della Colonia del Capo (Sudafrica). Creò la compagnia diamantifera De Beers e diede il proprio nome alla Rodesia. Lo statuto dell’Agenzia Ebraica è copia di quello redatto da Rhodes per la colonizzazione dell’Africa australe.

Bisognò attendere che in Francia scoppiasse l’affare Dreyfus perché Theodor Herzl s’impegnasse a convertire la diaspora ebraica al sionismo anglo-americano. Herzl concepì un sistema coloniale sul modello di quello realizzato in Africa da Cecil Rhodes, riuscendo ad associarvi progressivamente molti ebrei atei.

Quando, durante la prima guerra mondiale, i governi britannico e statunitense furono occupati dai puritani (David Lloyd George e Woodrow Wilson), i due Paesi conclusero un accordo per la fondazione d’Israele. Il principio di una patria per le popolazioni ebraiche (foyer national juif) fu pubblicamente espresso in una lettera del ministro degli Esteri, Lord Balfour, a Lord Rothschild; successivamente, il presidente Wilson stabilì ufficialmente che la creazione d’Israele era uno dei 14 obiettivi di guerra degli Stati Uniti. Alla conferenza di pace [di Parigi del 1919], l’emiro Faysal [capo della delegazione araba] sottoscrisse il progetto sionista e s’impegnò a sostenerlo.

Con l’aiuto della borghesia locale, nonché a scapito del popolino, alcuni ebrei cominciarono a colonizzare la Palestina Mandataria e quindi ad affrancarsi da Londra. Nel 1948 un ebreo ateo, Ben Gourion, stavolta anticipando di cinque anni il modello di Rhodes, proclamò l’indipendenza d’Israele prima che le Nazioni Unite ne avessero definito i confini. Fu allora che i rabbini apportarono massicciamente il loro sostegno al progetto coloniale.

La Palestina subisce da 72 anni una guerra senza fine. A conclusione di successive ondate migratorie, lo Stato d’Israele s’inventò di sana pianta una “cultura”, appartenente a un immaginario popolo – composto da etnie che vanno dal Caucaso all’Etiopia –, costruita su una lingua artificiale (l’odierno ebraico non c’entra molto con l’antica parlata e si scrive in caratteri aramaici) e una storia fittizia (nonostante gli ammonimenti dell’UNESCO, si è confusa l’antica città-Stato di Gerusalemme con lo Stato d’Israele). L’assimilazione di questa creazione intellettuale al progetto coloniale puritano si è consolidata attorno a un’interpretazione sacralizzata di alcuni crimini nazisti, definiti “olocausto” dai puritani e “shoah” dagli ebrei.

Niente in questa costruzione artificiale resiste all’analisi. Tutto è finalizzato ad accreditare una continuità di un Popolo e di uno Stato che altro non sono che una colonia anglosassone.

Tutti gli Stati coloniali sono scomparsi, a eccezione d’Israele, dove però oggi, col passare del tempo, è nata la maggior parte degli israeliani.
Oggi vi coabitano due concezioni dello Stato:
– quella dei fautori del colonialismo anglosassone, che rivendicano la sovranità sulle terre dal Nilo all’Eufrate. Si pensano come un’isola dei pirati, che offre rifugio a criminali del mondo intero e rifiuta ogni accordo di estradizione. Si proclamano “popolo eletto”, superiore a ogni altro, e considerano Israele “Stato Ebraico”;
– quella delle persone che invece vogliono vivere in pace con i vicini, indipendentemente dalla loro religione o etnia, o dal loro ateismo. Non vogliono aver nulla a che fare con i sogni coloniali dei secoli scorsi, però non vogliono abbandonare niente di quanto ereditato dai padri, anche se frutto di ruberie. Vorrebbero che venissero risolti gl’incredibili problemi sociali della loro patria.

Sono due visioni inconciliabili, incarnate dai due primi ministri, Benjamin Netanyahu e il suo supplente, generale Benny Gantz.

Questo tandem non potrà risolvere in alcun caso i conflitti con i popoli arabi. Al più potrà prendere in esame le terribili ingiustizie del Paese. Per esempio, oggi in Israele circa 50 mila cittadini reduci dai campi della morte nazisti sopravvivono come possono, senza aiuti da parte dello Stato, che li ignora, pur avendo incassato, con il pretesto di salvarli, i loro indennizzi.

Tempo e Demografia pressano: dopo tre elezioni legislative inutili, la decolonizzazione d’Israele è iniziata.

Traduzione
Rachele Marmetti

[1The Geopolitical Approach: Two States for Two Peoples”, by Commanders for Israel’s Security, Voltaire Network, 30 October 2014. La soluzione a due Stati sancisce una disuguaglianza essenziale fra ebrei e arabi. È profondamente razzista, ma rappresenta una rottura rispetto al progetto di conquista coloniale, cui contrappone una forma di pace. L’assassinio nel 1995 del suo ideatore, primo ministro Yitzhak Rabin, dimostra che Israele non è ancora pronto a rinunciarvi.

[2Chi è il nemico?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 5 agosto 2014.