Il senatore repubblicano Roger Wicker era vicino al presidente democratico Barack Obama. Svolse un ruolo centrale nella certificazione dei risultati elettorali che sancirono la disfatta del jacksoniano Donald Trump. Milita contro ogni forma di spiritualità al di fuori delle Chiese. Oggi è fidato alleato del presidente democratico Joe Biden.

Roger Wicker, membro della Commissione per i servizi armati del Senato degli Stati uniti, ha dichiarato in una intervista a Fox News (8 dicembre) di non escludere un intervento militare diretto Usa contro la Russia per «difendere l’Ucraina» e, senza che l’intervistatore glielo avesse chiesto, ha aggiunto: «Sapete che non escludiamo l’azione nucleare di primo uso», ossia di usare per primi le armi nucleari. È un messaggio trasversale a Mosca sulla determinazione degli Stati uniti a sostenere un eventuale attacco di Kiev contro i russi del Donbass. Esso sarebbe certamente presentato come risposta a un attacco effettuato dai russi del Donbass. Nella mente di chi dal 2014 ha attuato la strategia della tensione contro la Russia, questa sarebbe comunque una mossa vincente.

Mosca avrebbe due alternative: non intervenire militarmente a difesa dei russi del Donbass, lasciando che vengano travolti dall’attacco ucraino sostenuto di fatto dalla Nato e costretti ad abbandonare la regione rifugiandosi in Russia, decisione questa che sarebbe traumatica per Mosca soprattutto sul piano interno; oppure intervenire militarmente per arrestare l’attacco ucraino, esponendosi alla condanna internazionale per aggressione e invasione di uno Stato sovrano.

I generali ucraini hanno avvertito che non sarebbero in grado di «respingere le truppe russe senza una massiccia infusione di aiuto militare da Occidente».

L’infusione è già iniziata: gli Stati uniti, che hanno già dato a Kiev un aiuto militare di 2,5 miliardi di dollari, gli hanno fornito in novembre altre 88 tonnellate di munizioni nel quadro di un «pacchetto» da 60 milioni di dollari, comprendente anche missili Javelin già schierati contro i russi del Donbass.

Allo stesso tempo gli Usa hanno inviato in Ucraina oltre 150 consiglieri militari che, affiancati da quelli di una dozzina di alleati Nato, dirigono di fatto le operazioni. La situazione è ancora più esplosiva perché l’Ucraina – oggi partner ma, di fatto, già membro della Nato – potrebbe essere ufficialmente ammessa quale 31° membro della Alleanza, con la conseguenza che, in base all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, gli altri 30 membri della Nato dovrebbero intervenire militarmente sul fronte del Donbass a sostegno dell’Ucraina contro la Russia.

Il Ministero degli Esteri russo ha chiesto alla Nato di non ammettere l’Ucraina, per non accrescere ulteriormente la tensione militare e politica in Europa, ricordando che dalla fine della guerra fredda la Russia ha ricevuto ripetute assicurazioni che la giurisdizione e le forze militari della Nato non sarebbero avanzate di un pollice verso Est, ma che tali promesse non sono state mantenute.

Il Ministero degli Esteri russo ha quindi proposto alla Nato di aprire trattative per accordi di lungo termine che impediscano l’ulteriore espansione della Nato ad Est e lo spiegamento di sistemi d’arma nelle immediate vicinanze del territorio russo. La proposta è stata seccamente respinta il 10 dicembre dalla Nato, per bocca del segretario generale Stoltenberg: «Il rapporto della Nato con l’Ucraina sarà deciso dai 30 membri della Alleanza e dall’Ucraina, e da nessun altro».

Subito dopo, ieri 13 dicembre, i ministri degli Esteri del G7 (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone) e l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, incontratisi a Liverpool, hanno dichiarato di essere «uniti nella condanna del rafforzamento militare della Russia e della sua retorica aggressiva verso l’Ucraina» e che «la Russia non dovrebbe avere dubbi sul fatto che un’ulteriore aggressione militare contro l’Ucraina avrebbe come risposta massicce conseguenze e gravi costi».

Intanto la Finlandia, membro della Ue e attivo partner Nato contro la Russia, annuncia l’acquisto di 64 caccia F-35A della Lockheed Martin al prezzo di 8,4 miliardi di euro che, comprese le infrastrutture, salgono a 10 miliardi, a cui il governo aggiungerà altri 10 miliardi di euro per il loro mantenimento e ammodernamento. I 64 F-35A da attacco nucleare saranno schierati ai confini con la Russia, ad appena 200 km da San Pietroburgo, di fatto sotto comando degli Usa che, come ricorda il senatore Wicker, non escludono di usare per primi le armi nucleari.

Fonte
Il Manifesto (Italia)