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«L’arte della guerra»

Siria: la corsa all’oro nero

| Roma (Italia)
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William Hague (ministre des Affaires étrangères britannique) et Moaz al-Khatib (président de la Coalition nationale [syrienne] des forces de l’opposition et de la révolution). Al-Khatib est un lobbyiste de la société pétrolière anglo-hollandaise Royal Deutch Shell.

Le riserve petrolifere accertate della Siria, ammontanti a 2,5 mi-liardi di barili, sono maggiori di quelle di tutti i paesi vicini eccetto l’Iraq: lo stima la U.S. Energy Information Administration, che di petrolio (soprattutto quello degli altri) se ne intende. Ciò rende la Siria uno dei maggiori produttori ed esportatori di greggio in Medio Oriente. Il paese possiede anche grosse riserve di gas naturale, usato finora per il consumo interno, soprattutto per riconvertire a gas le centrali termoelettriche.

C’è però un problema, segnala l’agenzia statunitense: dal 1964 le licenze per l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti sono riservate agli enti statali siriani. Ciò procurava allo stato, fino al 2010, un’entrata annua di oltre 4 miliardi di dollari proveniente dall’esportazione di petrolio soprattutto in Europa.

Le cose però stanno cambiando con la guerra. L’«Esercito libero siriano» si è impadronito di importanti campi petroliferi nell’area di Deir Ezzor. Altri campi, nell’area di Rumeilan, sono controllati dai curdi del Partito di unione democratica, ostili però anche ai «ribelli» con i quali si sono più volte scontrati. La strategia Usa/Nato punta sui «ribelli», che sono stati aiutati a impadronirsi dei campi petroliferi con un duplice scopo: privare lo stato siriano degli introiti delle esportazioni, già fortemente calati per effetto dell’embargo Ue; far sì che i maggiori giacimenti passino in futuro, tramite i «ribelli», sotto il controllo delle grandi compagnie petrolifere occidentali.

Fondamentale, a tal fine, è il controllo della rete interna di oleodotti e gasdotti. Questa è stata sabotata dai «ribelli» in più punti, soprattutto nei pressi di Homs dove c’è una delle due raf-finerie del paese, per interrompere la fornitura di prodotti petro-liferi.

Ma c’è un’altra posta in gioco strategicamente ancora più impor-tante: il ruolo della Siria quale hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee. La «guerra degli oleodotti» è iniziata da tempo: nel 2003, invadendo l’Iraq, gli Stati uniti hanno subito distrutto l’oleodotto Kirkuk-Banias che trasportava in Siria il greggio iracheno.

E’ restato però in funzione quello tra Ain Zalah e Suweidiva. Successivamente, sfidando i divieti di Washington, Damasco e Baghdad hanno varato il progetto di due oleodotti e un gasdotto che, attraverso la Siria, collegheranno i giacimenti iracheni al Mediterraneo e quindi ai mercati esteri. Ancora più pericoloso per gli interessi occidentali l’accordo stipulato nel maggio 2011 tra Damasco, Baghdad e Teheran: esso prevede la realizzazione di un gasdotto che, attraverso l’Iraq, trasporterà il gas naturale iraniano in Siria e da qui ai mercati esteri. Questi e altri progetti, già finanziati, sono stati bloccati da quelle che l’agenzia statunitense definisce «le incerte condizioni di sicurezza in Siria».

Fonte
Il Manifesto (Italia)

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