Rete Voltaire

11 Settembre 2001: Inside job o Mossad job?

Il ruolo d’Israele negli eventi dell’11 settembre 2001, che hanno determinato il XXI.mo secolo, è oggetto di aspre polemiche, o piuttosto di un vero tabù, anche nel “movimento per la verità sull’11 settembre” (9/11 Truth Movement), ignorando l’autore che ne ha suscitato lo scandalo: Thierry Meyssan. La maggior parte dei gruppi militanti, mobilitatisi sotto lo slogan “l’11/9 è stato un lavoro interno” resta scettica di fronte alle prove che accusano i servizi segreti dello Stato ebraico. Laurent Guyenot fa il punto su dati incontestabili ma sconosciuti, e analizza il meccanismo della negazione.

+
JPEG - 29.8 Kb

Mentre il ruolo d’Israele nella destabilizzazione mondaile dopo l’11 settembre diventa sempre più evidente, l’idea che una fazione di Likudnik, aiutata dai suoi alleati infiltrati nell’apparato statale statunitense, sia responsabile dell’operazione false flag dell’11 settembre è sempre più difficile da respingere, e alcuni personaggi hanno avuto il coraggio di dichiararlo pubblicamente. Francesco Cossiga, presidente dell’Italia tra il 1985 e il 1992, dichiarò il 30 novembre 2007 al Corriere della Sera: “Ci fanno credere che bin Ladin abbia confessato l’attacco dell’11 settembre 2001 alle due torri di New York, in realtà gli Stati Uniti e i servizi segreti europei sanno bene che questo disastroso attentato fu pianificato e realizzato dalla CIA e dal Mossad, al fine d’incolpare i Paesi arabi del terrorismo e quindi poter attaccare l’Iraq e l’Afghanistan.” Alan Sabrosky, ex professore dell’US Army War College e dell’US Military Academy, non ha esitato a proclamare la propria convinzione che l’11 settembre sia un’”operazione tipicamente orchestrata dal Mossad” eseguita con complicità nel governo degli Stati Uniti. Le sue idee vengono riprese con forza da alcuni siti dei veterani dell’US Army, disgustati dalle guerre ignobili che gli hanno fatto combattere in nome dell’11 settembre o in nome delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Gli argomenti a favore dell’ipotesi Mossad non si basano solo sulla reputazione del servizio segreto più potente del mondo. Un rapporto dell’US Army School for Advanced Military Studies (citato dal Washington Times, alla vigilia dell’11 settembre), lo descrive “Sornione, spietato e scaltro. In grado di effettuare un attentato contro le forze americane e di camuffarlo da attentato commesso dai palestinesi/arabi.” Il coinvolgimento del Mossad, associato ad altre unità d’elite israeliane, è reso evidente da un certo numero di fatti poco noti.

Gli israeliani danzanti

Si sa, per esempio, che le sole persone arrestate quello stesso giorno, in relazione agli attentati terroristici dell’11 settembre, sono israeliane? L’informazione fu diffusa il giorno dopo dal giornalista Paulo Lima su The Record, quotidiano della contea di Bergen del New Jersey, seguendo fonti della polizia. Subito dopo il primo impatto sulla torre Nord, tre individui furono visti da diversi testimoni sul tetto di un furgone parcheggiato al Liberty State Park di Jersey City, “esultando”, “saltando di gioia” e fotografandosi con le torri gemelle sullo sfondo. In seguito si spostarono con il loro furgone in un altro parcheggio di Jersey City, dove altri testimoni li videro dedicarsi alle medesime ostentate esultazioni. La polizia emise immediatamente un’allerta BOLO (be-on-the-look-out): “Veicolo possibilmente correlato all’attentato terroristico a New York. Un furgone Chevrolet 2000 bianco con targa del New Jersey e la scritta ‘Urban Moving Systems’ sul retro, è stato visto al Liberty State Park, Jersey City, NJ, al momento del primo impatto dell’aereo di linea sul WTC. Tre individui nel furgone sono stati visti esultare dopo il primo impatto e la conseguente esplosione“. Il furgone venne fermato dalla polizia poche ore dopo, con a bordo cinque giovani israeliani: Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. Costretti con la forza ad uscire dal veicolo e stesi a terra, l’autista Sivan Kurzberg disse questa strana frase: “Siamo israeliani. Non siamo noi il vostro problema. I vostri problemi sono i nostri problemi. I palestinesi sono il problema.” Le fonti della polizia che informarono Paulo Lima, erano convinte del coinvolgimento degli israeliani negli attentati di quella mattina: “C’erano mappe della città nel furgone, con certi punti evidenziati. Si potrebbe dire che fossero al corrente [...] sapessero cosa sarebbe successo quando erano al Liberty State Park.” Gli abbiamo anche trovato passaporti di varie nazionalità, quasi 6000 dollari in contanti e biglietti aerei in bianco per l’estero. I fratelli Kurzberg furono formalmente identificati quali agenti del Mossad. I cinque israeliani lavoravano ufficialmente per una società di traslochi denominata Urban Moving Systems, i cui dipendenti erano soprattutto israeliani. “Piangevo, questi tizi ridevano e ciò mi turbava”, rivelò al Record uno dei pochi impiegati non israeliani. Il 14 settembre, dopo aver ricevuto la visita della polizia, l’imprenditore Dominik Otto Suter (il proprietario dell”Urban Moving System‘) lasciò il Paese per Tel Aviv.

Le informazioni divulgate dal Record, confermate dal rapporto della polizia, furono riprese da siti d’indagine come Wayne Madsen Report (14 settembre 2005) e Counterpunch (7 febbraio 2007). Inoltre furono anche riprese da alcuni grandi media, ma in modo da minimizzarne la portata: il New York Times (21 novembre 2001) omise di menzionare la nazionalità degli individui, proprio come Fox News e l’Associated Press. The Washington Post (23 novembre 2001), disse che erano israeliani, ma passò sotto silenzio la loro apparente preveggenza degli eventi di quel giorno. Tuttavia, The Forward (15 marzo 2002), la rivista della comunità ebraica di New York, rivelò, da una fonte anonima dell’intelligence statunitense, che l’Urban Moving Systems era un’emanazione coperta del Mossad (cosa che non gli impedì di ricevere un prestito federale di 498.750 dollari, come risulta dagli archivi del fisco). L’FBI effettuò un’indagine al riguardo, consegnata in un rapporto di 579 pagine parzialmente declassificato nel 2005 (sarà completamente declassificato solo nel 2035). Il giornalista indipendente Hisham Hamza ha analizzato in dettaglio il rapporto nel suo libro “Israël et le 11-Septembre: le Grand Tabou”. Ne trae diversi elementi decisivi. In primo luogo, le foto scattate da questi giovani israeliani, li mostrano effettivamente in atteggiamenti esultanti davanti alla torre Nord in fiamme: “Sorridono, si abbracciano e si stringono la mano a vicenda.” Per spiegare tale comportamento, le parti interessate hanno dichiarato di essere semplicemente felici “che gli Stati Uniti avrebbero da ora adottato misure per fermare il terrorismo nel mondo” (anche se, a quel punto, la maggioranza delle persone pensava ad un incidente piuttosto che a un atto terroristico). Peggio, un testimone li ha notati presenti almeno alle 8:00, prima che il velivolo colpisse la prima torre, mentre altri certificano che stessero già fotografando cinque minuti dopo, e tutto ciò viene confermato dalle loro foto. Un ex dipendente confermò all’FBI l’atmosfera fanaticamente pro-israeliana e anti-americana che regnava nell’azienda, attribuendo anche allo stesso direttore Dominik Otto Suter queste parole: “Dateci venti anni, e noi ci impadroniremo dei vostri media e distruggeremo il vostro Paese”. I cinque israeliani arrestati erano in contatto con un’altra azienda di traslochi chiamata Classic International Movers. Quattro dipendenti furono interrogati separatamente per i loro legami con i 19 presunti dirottatori. Uno di loro aveva telefonato a “un tizio che in Sud America aveva veri contatti con militanti islamici mediorientali.” Infine “un cane anti-esplosivi indicò la presenza di tracce di esplosivo nel veicolo.”

Come nota Hamza, le conclusioni del rapporto insospettiscono, l’FBI informò la polizia locale che trattiene i sospetti, che “l’FBI non ha più alcun interesse ad indagare sui detenuti e che dovrebbero essere avviate adeguate procedure sull’immigrazione.” Una lettera del Servizio federale immigrazione e naturalizzazione prova, infatti, che la direzione dell’FBI aveva raccomandato la chiusura dell’indagine il 24 settembre 2001. Tuttavia, i cinque israeliani trascorsero 71 giorni in carcere a Brooklyn, durante cui si rifiutarono, e poi non superarono per diverse volte, i test della macchina della verità. Quindi furono rimpatriati con la semplice accusa di violazione del permesso del visto.

Omer Marmari, Oded Ellner e Yaron Shmuel tre dei cinque “israeliani danzanti” furono invitati in una trasmissione israeliana, quando rientrarono nel novembre 2001. Tutti negarono di essere membri del Mossad, ma uno di loro candidamente disse: “Il nostro obiettivo era registrare l’attentato“.

Dobbiamo, infine, menzionare un dettaglio essenziale di questo caso, che può fornire forse una spiegazione aggiuntiva al comportamento esuberante di quei giovani israeliani: certi testimoni precisavano, nelle loro telefonate alla polizia, che gli individui visti esultare di gioia sul tetto del loro furgone sembravano “arabi” o “palestinesi”. In particolare, poco dopo il crollo delle torri, una telefonata anonima alla polizia di Jersey City, riferita quello stesso giorno dalla NBC News, parlava di “un furgone bianco con due o tre persone dentro, che sembravano palestinesi, che girava intorno ad un edificio“; uno di loro “rovistava cose, e aveva questa tenuta da ‘sceicco’. [...] Era vestito come un arabo.” Tutto porta a credere che questi individui fossero proprio i cinque israeliani arrestati più tardi. Due ipotesi vengono in mente: o questi falsi traslocatori erano effettivamente impegnati in una messa in scena per sembrare arabi/palestinesi, o il testimone o i testimoni che li descrissero tali, erano dei complici. In un caso come nell’altro, è chiaro che il loro obiettivo era avviare la voce mediatica che fossero stati avvistati dei musulmani non solo gioire per gli attentati, ma che ne fossero a conoscenza già prima. La notizia fu effettivamente trasmessa su alcune radio a mezzogiorno, e dalla NBC News nel pomeriggio. Propendo per la seconda ipotesi (informatori complici invece che un travestimento da arabi), perché il rapporto della polizia non parla di abbigliamento esotico trovato nel furgone, ma soprattutto perché l’informatore citato, che insisteva sul particolare dell’abbigliamento, sembrava aver voluto ingannare la polizia sulla posizione esatta del furgone; quest’ultimo venne fermato perché la polizia, invece che di accontentarsi della localizzazione, sbarrò tutti i ponti e le gallerie tra New Jersey e New York. Ma l’importante è questo: se gli israeliani non fossero stati fermati nel tardo pomeriggio, la storia probabilmente sarebbe finita sui giornali, con il titolo ‘Gli Arabi Danzanti’. Invece, fu totalmente ignorata e circolò confidenzialmente come gli ‘Israeliani danzanti’ o i ‘cinque danzatori’.

JPEG - 25.2 Kb
Ehud Barak, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana (Sayeret Matkal) fu Primo ministro dal luglio 1999 al marzo 2001. Sostituito da Ariel Sharon, si trasferì negli Stati Uniti come consulente dell’Electronic Data Systems e della SCP Partners, una società schermo del Mossad specializzata in problemi di sicurezza che, con i suoi partner Metallurg Holdings e Advanced Metallurgical, poteva produrre nano-termite. SCP Partners aveva un ufficio a dieci chilometri dall’Urban Moving Systems. Un’ora dopo la disintegrazione delle torri, Ehud Barak era negli studi della BBC World a indicare bin Ladin quale principale sospettato (Bollyn, Solving 9-11, pag. 278-280).

200 spie esperte in esplosivi

Pochi, anche tra i ricercatori della verità sull’11 Settembre, conoscono la storia degli “israeliani danzanti” (siamo ancora in attesa, per esempio, che l’associazione Reopen 9/11 ne parli sul suo sito francofono, pur essendo molto puntuale su tutti gli altri aspetti del caso). Pochi sanno, inoltre, che al momento degli attentati, le polizie federali degli Stati Uniti erano impegnate a smantellare la più grande rete spionistica israeliana mai identificata sul territorio statunitense. Nel marzo 2001, il National CounterIntelligence Center (NCIC) pubblicò questo messaggio sul suo sito web: “Durante le ultime sei settimane, i dipendenti degli uffici federali negli Stati Uniti hanno riferito attività sospette relative a individui che si spacciano per studenti stranieri che vendono o consegnano opere d’arte.” Il NCIC precisava che questi individui erano cittadini israeliani. “Si sono presentati nelle abitazioni private di funzionari federali con il pretesto di vendere oggetti artistici.”

Nell’estate seguente, la Drug Enforcement Agency (DEA) compilò un rapporto che venne svelato al pubblico dal Washington Post il 23 Novembre 2001, e poi da Le Monde il 14 marzo 2002, prima di essere reso completamente accessibile dalla rivista francese Intelligence Online. Questo rapporto elencava 140 israeliani arrestati dal marzo 2001. Di età compresa tra i 20 e i 30 anni e organizzati in squadre di 4-8 membri, avevano visitato almeno “36 siti sensibili del dipartimento della Difesa”. Molti di loro furono identificati come membri del Mossad e di Aman (l’intelligence militare israeliana), e sei erano in possesso di telefoni comprati da un ex-viceconsole israeliano. Sessanta furono arrestati dopo l’11 settembre, portando a 200 il numero di spie israeliane catturate. Furono tutte poi rilasciate.

JPEG - 29.3 Kb
Michael Chertoff, cittadino israeliano, figlio di un rabbino ortodosso e di una pioniere del Mossad, dirigeva la divisione criminale del dipartimento della Giustizia nel 2001, e come tale fu il responsabile della conservazione e della distruzione di tutti i dati che riguardano l’11 settembre, dalle videocamere del Pentagono alle travi del World Trade Center. E’ a lui che gli “israeliani danzanti” devono il loro discreto rimpatrio. Nel 2003 fu nominato a capo del nuovo dipartimento per la Sicurezza interna, incaricato dell’antiterrorismo nel territorio statunitense, permettendogli di controllare il dissenso, pur continuando a limitare l’accesso ai dossier dell’11 settembre grazie alla legge Sensitive Security Information.

Il rapporto della DEA conclude che “la natura del comportamento di questi individui [...] ci porta a credere che gli incidenti costituissero forse un’attività di raccolta delle informazioni.” Ma la natura delle informazioni raccolte è ignota. Può darsi che lo spionaggio fosse una copertura secondaria, un paravento, di questi studenti d’arte israeliani, considerando l’addestramento militare ricevuto da alcuni di loro, ad esempio su demolizioni, esplosivi, preparazione di ordigni, disinnescare bombe, intercettare segnali elettronici secondo il rapporto della DEA. Uno degli agenti arrestati, Peer Segalovitz, “riconobbe di saper far esplodere edifici, ponti, automobili, tutto quello che voleva.” Perché questi agenti israeliani avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dalla loro vera missione con un’operazione di spionaggio così ostentata quanto inutile, curiosamente concentrata sulla Drug Enforcement Agency? La risposta a questa domanda è suggerita dal legame inquietante, di natura geografica, tra questa rete di persone e gli attentati dell’11 settembre.

Secondo il rapporto della DEA, “la località di Hollywood in Florida sembra essere il punto focale di questi individui.” In realtà, più di trenta falsi studenti spia israeliani, arrestati poco prima dell’11 settembre, vivevano vicino Hollywood in Florida, dove si erano appositamente riuniti 15 dei 19 presunti dirottatori islamici (9 a Hollywood altri 6 dei dintorni). Uno di loro, Hanan Serfaty, da cui passarono almeno un centinaio di migliaia di dollari in tre mesi, aveva preso in affitto altri due appartamenti ad Hollywood, vicino all’appartamento e alla cassetta postale di Mohamed Atta, che ci presenteranno quale capo della banda dei dirottatori. Quali furono i rapporti tra le “spie israeliane” e i “terroristi islamici”? Secondo le spiegazioni imbarazzate dei media allineati, i primi sorvegliavano i secondi. Ascoltiamo ad esempio David Pujadas presentare l’articolo di ‘Intelligence Online‘ al telegiornale del 5 marzo 2002 di France 2: “Sempre a proposito d’Israele, ma riguardante l’Afghanistan ora, questo caso di spionaggio, che suscita preoccupazioni; una rete israeliana è stata smantellata negli Stati Uniti, in particolare in Florida: una delle sue missioni sarebbe stata monitorare degli uomini di al-Qaida (questo prima dell’11 settembre). Certe fonti vanno anche oltre: indicano che il Mossad non avrebbe fornito tutte le informazioni in suo possesso.” Questa spiegazione eufemistica è un esempio di limitazione dei danni. Israele ne esce appena scalfito, poiché non si può accusare un servizio segreto di non condividere le proprie informazioni. Tuttalpiù si può accusare Israele di “aver lasciato correre”, garantendosi l’impunità. Questo spiega, a mio parere, la sotto-copertura di spie dei falsi studenti israeliani, in effetti esperti di attentati false flag. In realtà, la loro volontariamente grossolana copertura da studenti era volta ad attirare l’attenzione sulla copertura secondaria, quella di spie, che serviva da alibi per la loro vicinanza ai presunti terroristi.

La verità è probabilmente che non spiavano i terroristi, ma li manipolavano, li finanziavano e probabilmente li hanno eliminati poco prima dell’11 settembre. Un articolo del New York Times del 18 febbraio 2009, riferisce che la Ali al-Jarrah, cugino del sospetto terrorista sul Volo 93 Ziad al-Jarrah, fu per 25 anni una spia del Mossad infiltrata nella resistenza palestinese e in Hezbollah dal 1983. E’ attualmente in carcere in Libano. Ricordiamo inoltre che il Mohamed Atta della Florida era finto. Il vero Mohamed Atta, che ha chiamò suo padre dopo gli attentati (come questi confermò alla rivista tedesca Bild am Sonntag, alla fine del 2002), era descritto dalla famiglia come devoto, riservato, puritano e spaventato dall’idea di volare. Gli avevano rubato il passaporto nel 1999, mentre studiava architettura ad Amburgo. Il falso Mohamed Atta della Florida viveva con una spogliarellista, mangiava carne di maiale, amava le auto veloci, i casinò e la cocaina. Come riportato dal South Florida Sun-Sentinel del 16 settembre (con il titolo “Il comportamento dei sospettati non si giustifica”), seguito da molti quotidiani nazionali, questo Atta veniva descritto come un ubriacone e drogato che pagava diverse prostitute nelle settimane e nei giorni precedenti gli attentati dell’11 settembre, e altri quattro terroristi suicidi ebbero un comportamento simile, poco compatibile per degli islamisti che si preparano a morire.

La rete di New York

Secondo l’agente rinnegato Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il Mossad deve la sua efficienza alla rete internazionale di Sayanim (“collaboratori”), termine ebraico che descrive gli ebrei che vivono fuori da Israele e pronti ad eseguire su richiesta azioni illegali, senza necessariamente conoscerne lo scopo. Si contano a migliaia negli Stati Uniti, in particolare a New York, dove si concentra la comunità ebraica degli Stati Uniti. Larry Silverstein, l’affittuario delle Torri Gemelle nell’aprile 2001, appare come l’archetipo del sayanim dell’11 settembre. È membro di spicco della United Jewish Appeal Federation of Jewish Philanthropies of New York, il più grande collettore di fondi per Israele degli Stati Uniti (dopo il governo degli Stati Uniti, che versa ogni anno tre miliardi di aiuti a Israele). Silverstein era anche, al momento degli attentati, intimo amico di Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu con cui intratteneva conversazioni ogni domenica, secondo il quotidiano israeliano Haaretz. Il socio di Silverstein nel contratto di locazione del WTC per un centro commerciale al piano seminterrato, Frank Lowy, era un altro “filantropo” sionista vicino ad Ehud Barak ed Ehud Olmert, e un ex-membro dell’Haganah. Il capo della New York Port Authority, che privatizzò il WTC concedendolo in affitto a Silverstein e Lowy era Lewis Eisenberg, membro dell’United Jewish Appeal Federation ed ex-vicepresidente dell’AIPAC. Silverstein, Lowy ed Eisenberg erano indubbiamente tre uomini chiave nella pianificazione degli attentati contro le Torri Gemelle.

Altri membri della rete di New York poterono essere identificati. Secondo il rapporto del NIST, il Boeing che si schiantò sulla torre Nord “fece uno squarcio ampio più della metà della larghezza del palazzo, dal 93° al 99° piano. Tutti questi piani erano occupati dalla Marsh & McLennan, una compagnia di assicurazione internazionale che occupava anche il 100° piano.” L’amministratore delegato di Marsh & McLennan era Jeffrey Greenberg, membro di una ricca famiglia ebraica che aveva contribuito notevolmente alla campagna di George W. Bush. I Greenberg erano anche tra gli assicuratori delle Torri Gemelle, e il 24 luglio 2001 presero la precauzione di rinegoziare i contratti presso i concorrenti che dovevano indennizzare Silverstein e Lowy. Essendo il mondo dei neocon piccolo, proprio nel novembre 2000 il Consiglio di Amministrazione di Marsh & McLennan accolse Paul Bremer, presidente della Commissione nazionale sul terrorismo al momento degli attentati, poi nominato nel 2003 a capo della Coalition Provisional Authority (CPA).

Complicità dovranno essere ricercate anche negli aeroporti e nelle compagnie aeree coinvolte negli attentati. Gli aeroporti da cui partirono i voli AA11, UA175 e UA93 (aeroporto Logan di Boston e aeroporto di Newark nei pressi di New York) avevano subappaltato le loro sicurezza alla società ‘International Consultants on Targeted Security (ICTS)’, una società con capitale israeliano guidata da Menachem Atzmon, un tesoriere del Likud. Un’approfondita indagine permetterebbe certamente di trovare altre complicità. Per esempio dovrebbe interessare la Zim Israel Navigational, un gigante del trasporto marittimo controllato per il 48% dallo Stato ebraico (noto per servire da copertura del servizio segreto israeliano), la cui antenna statunitense lasciò i suoi uffici nel WTC, con relativi 200 dipendenti, il 4 Settembre 2001, una settimana prima degli attentati; “come per atto divino“, disse l’amministratore delegato Shaul Cohen-Mintz.

E’ il petrolio, stupido!

Tutti questi fatti danno un nuovo senso ai propositi del membro della Commissione sull’11 settembre Bob Graham, che citava nell’intervista alla PBS nel dicembre del 2002, “Abbiamo la prova che governi stranieri supportarono almeno le attività di certi terroristi negli Stati Uniti.” Graham, ovviamente, si riferiva all’Arabia Saudita. Perché la famiglia Saud avrebbe finanziato Usama bin Ladin, nonostante gli avesse revocato la cittadinanza saudita e messogli una taglia dopo gli attentati realizzati sul proprio territorio? La risposta di Graham, formulata nel luglio 2011, fu “le minacce di Usama di fomentare tumulti sociali contro la monarchia, guidati da al-Qaida.” I Saud avrebbero supportato bin Ladin temendo le sue minacce di fomentare rivolte. Questa ridicola teoria (Graham, a corto di argomenti, ne fece un romanzo) non ha che uno scopo: distogliere i sospetti dal solo ‘governo straniero’ i cui legami con i presunti terroristi vengono dimostrati, Israele, piuttosto che la sua nemica Arabia Saudita. Vien da ridere, leggendo la presentazione del libro La Guerre d’après (2003) dell’anti-saudita Laurent Murawiec, secondo cui “Il potere regale (saudita) è riuscito negli anni ad infiltrare agenti d’influenza ai vertici del governo degli Stati Uniti organizzando un’efficace lobby intellettuale che controlla diverse delle università più prestigiose del Paese.” Afferma inoltre che la pista saudita è stata insabbiata per via dell’amicizia tra i Bush e i Saud. Graham e i suoi amici neocon usano George W. Bush come fusibile o parafulmine. Una strategia che paga, in quanto il movimento 9/11 Truth, nel suo complesso, s’accanisce contro di lui e vieta di pronunciare il nome d’Israele. Si riconosce l’arte di Machiavelli: fare svolgere il lavoro sporco a terzi, e poi esporli al verdetto popolare.

Il giorno in cui, sotto la pressione dell’opinione pubblica, i grandi media saranno costretti ad abbandonare la tesi ufficiale, il movimento dissidente sarà stato ampiamente infiltrato e gli slogan sull’11 settembre, come Inside Job, avranno già preparato le menti a scatenarsi contro Bush, Cheney ed altri, mentre i neocon rimarranno fuori dalla portata della giustizia. E se il giorno delle grandi rivelazioni, i media sionisti non riuscissero a tenere Israele fuori dall’attenzione, lo Stato ebraico potrà sempre giocare la carta chomskiana: America made me do it. Noam Chomsky, rimasto nell’estrema sinistra dopo che il trotskista Irving Kristol è passato all’estrema destra formando il movimento neocon, continua a rilanciare inesorabilmente l’argomento trito che Israele non fa altro che eseguire la volontà degli Stati Uniti, di cui non sarebbe che il 51° Stato e il gendarme in Medio Oriente. Secondo Chomsky e le figure mediatizzate della sinistra radicale statunitense come Michael Moore, la destabilizzazione del Medio Oriente sarebbe volontà di Washington piuttosto che di Tel Aviv. La guerra in Iraq? Per il petrolio: “Certo che era per le risorse energetiche dell’Iraq. La questione non si pone.” Segno dei tempi che cambiano, ecco che Chomsky riprende il ritornello di Alan Greenspan, direttore della Federal Reserve, che nel suo libro ‘L’età della turbolenza’ (2007) fa finta di rivelare “ciò che tutti sanno: una dei principali motivi della guerra all’Iraq, è il petrolio della regione.”

A ciò bisogna rispondere con James Petras (Zionism, Militarism and the Decline of US Power), Stephen Sniegoski (The Transparent Cabal) e Jonathan Cook (Israel and the Clash of Civilizations): “Big Oil non solo non ha incoraggiato l’invasione, ma non è riuscito nemmeno a controllare un singolo pozzo di petrolio, nonostante la presenza di 160.000 soldati statunitensi, di 127.000 mercenari pagati dal Pentagono e dal dipartimento di Stato e di un governo di fantocci corrotti.” No, il petrolio non spiega la guerra in Iraq, né spiega la guerra in Afghanistan, né spiega l’assalto alla Siria per mezzo dei mercenari, e neanche spiega la prevista guerra contro l’Iran. E non è certamente la lobby del petrolio che ha il potere d’imporre il “grande tabù” a tutta la sfera mediatica (da Marianne a Echoes, nel caso della Francia).

La cultura israeliana del terrorismo false flag

Un breve promemoria è necessario per collocare meglio l’11 settembre nella Storia. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di produzione di falsi pretesti di guerra. Potremmo risalire al 1845 con la guerra espansionistica contro il Messico, scatenata dalle provocazioni statunitensi sulla contesa zona al confine con il Texas (il fiume Nueces per i messicani, il Rio Grande per i texani) finché gli scontri diedero al presidente James Polk (un texano), la possibilità di dichiarare che i messicani avevano “versato sangue di americani sul suolo americano‘”. Dopo la guerra, un deputato di nome Abraham Lincoln fece riconoscere al Congresso la menzogna di questo casus belli. Da allora in poi, tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti lo furono per falsi pretesti: l’esplosione dell’USS Maine per la guerra contro la Spagna a Cuba, l’affondamento del Lusitania per l’ingresso nella Prima guerra mondiale, Pearl Harbor per la Seconda e il Golfo del Tonchino per la guerra al Vietnam del Nord. Tuttavia, solo per l’esplosione dell’USS Maine, che causò qualche morto, c’è ancora la possibilità di non parlare propriamente dello stratagemma della false flag.

Tuttavia, è un dato di fatto che Israele abbia un passato gravido ed esperienza di attentati false flag. La storia mondiale di tali stratagemmi, indubbiamente dovrebbe consacrare la metà delle sue pagine ad Israele, pur essendo la più giovane delle nazioni moderne. Tale piega fu presa anche prima della creazione d’Israele, con l’attentato al King David Hotel, il quartier generale delle autorità inglesi a Gerusalemme. La mattina del 22 luglio 1946, sei terroristi dell’Irgun (la banda terroristica comandata da Menachem Begin, futuro Primo ministro), travestiti da arabi furono visti entrare nell’edificio e depositare presso il pilastro centrale dell’edificio 225kg di tritolo nascosto in bidoni del latte, mentre altri terroristi dell’Irgun piazzavano esplosivo nelle strade di accesso all’edificio, per impedire l’arrivo dei soccorsi. Quando un ufficiale inglese s’insospettì, esplose uno scontro a fuoco nell’hotel e i membri del commando fuggirono accendendo gli esplosivi. L’esplosione uccise 91 persone, in maggioranza inglesi, ma anche 15 ebrei.

Lo schema venne ripetuto in Egitto nell’estate del 1954, con l’operazione Susannah, il cui scopo era compromettere il ritiro degli inglesi dal Canale di Suez, come richiesto dal colonnello Gamal Abdel Nasser con il supporto del presidente Eisenhower. Quest’operazione fu sventata ed è nota come “Affare Lavon”, dal nome del Primo ministro israeliano responsabile degli attentati. L’attacco sotto falsa bandiera israeliano più famoso e più catastrofico riguardò la nave statunitense della NSA USS Liberty, l’8 giugno 1967 al largo delle coste dell’Egitto, due giorni prima della fine della guerra dei Sei giorni; già si assisteva alla profonda collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti, quando l’amministrazione Johnson coprì e forse perfino incitò questo crimine contro i propri tecnici e soldati. Ho citato questi due casi in un precedente articolo e non ne parlerò più.

Nel 1986, il Mossad tentò di far credere che una serie di ordini terroristici fossero stati trasmessi dalla Libia alle varie ambasciate libiche nel mondo. Secondo l’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il servizio segreto israeliano utilizzò un sistema di comunicazioni speciale chiamato “Cavallo di Troia”, installato da un commando nel territorio nemico. Il sistema fungeva da stazione di trasmissioni di falsi comunicati inviati da una nave israeliana, e immediatamente inserite sulle frequenze utilizzate dallo Stato libico. Come aveva sperato il Mossad, la NSA captò e decifrò le trasmissioni che furono interpretate come prova che i libici sostenessero il terrorismo; cosa che i rapporti del Mossad opportunamente confermarono. Israele sfruttava la promessa di Reagan di attuare ritorsioni contro qualsiasi Paese colto a sostenere il terrorismo. Gli statunitensi caddero nella trappola e si trascinarono gli inglesi e i tedeschi. Il 14 aprile 1986, centosessanta aerei statunitensi sganciarono oltre sessanta tonnellate di bombe sulla Libia, mirando principalmente ad aeroporti e basi militari. Tra le vittime libiche vi fu la figlia adottiva di Gheddafi, di quattro anni. La missione fece saltare un accordo per il rilascio degli ostaggi statunitensi trattenuti in Libano.

JPEG - 22.1 Kb
Isser Harel, fondatore dei servizi segreti israeliani, avrebbe predetto al cristiano sionista Michael Evans, nel 1980, che il terrorismo islamico infine avrebbe colpito gli Stati Uniti. “Nella teologia islamica, il simbolo fallico è molto importante. Il vostro simbolo fallico più grande è l’edificio più alto di New York, e sarà quel simbolo fallico che colpiranno”. Nel riferire ciò in un intervista nel 2004 Evans, autore di “The American Prophecies, Terrorism and Mid-East Conflict Reveal a Nation’s Destiny“, sperava di far passare Harel per un profeta. Le menti razionali vedranno che l’11 settembre è maturato 30 anni prima, nel seno dello Stato profondo israeliano.

La capacità di manipolazione del Mossad, oggi possono essere ulteriormente illustrate da due fatti analizzati da Thomas Gordon. Il 17 aprile 1986 una giovane irlandese di nome Ann-Marie Murphy imbarcò, a sua insaputa, 1,5 chili di Semtex su un volo da Londra a Tel Aviv. Il suo fidanzato, un pakistano di nome Nezar Hindawi, fu arrestato mentre cercava di fuggire verso l’ambasciata siriana. Entrambi erano stati effettivamente ‘gestiti’ dal Mossad, che ottenne il risultato desiderato: il governo della Thatcher ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria. Ma l’inganno fu sventato dai vertici (come Jacques Chirac confessò al Washington Times). Nel gennaio 1987, il palestinese Ismail Sowan, una talpa del Mossad infiltrata nell’OLP a Londra, ricevette da uno sconosciuto che diceva di essere un inviato dei capi dell’OLP, due valigie piene di armi ed esplosivi. Ismail avvertì i suoi contatti del Mossad, che l’inviarono a Tel Aviv e che, al suo ritorno, denunciarono presso Scotland Yard come sospetto di un possibile attentato islamista a Londra. Ismail venne arrestato al suo ritorno a Heathrow e accusato sulla base delle armi trovate a casa sua. Risultato: il Mossad fece un favore al governo Thatcher.

Dopo l’attentato del 26 febbraio 1993 contro il World Trade Center, l’FBI arrestò il palestinese Ahmed Ajaj e lo identificò quale terrorista legato ad Hamas, ma il giornale israeliano Kol Ha’ir dimostrò che Ajaj non ebbe mai a che fare con Hamas o l’OLP. Secondo il giornalista Robert Friedman, autore di un articolo su The Village Voice del 3 agosto 1993, Ajaj era in realtà un piccolo truffatore arrestato nel 1988 per falsificazione di dollari, condannato a due anni e mezzo di carcere e rilasciato dopo un anno grazie al suo accordo con il Mossad, per conto del quale infiltrò alcuni gruppi palestinesi. Dopo il suo rilascio, Ajaj venne arrestato e imprigionato di nuovo per breve tempo, questa volta per aver cercato di contrabbandare armi per Fatah in Cisgiordania. Fu quindi con l’attentato al WTC nel 1993 che vennero attuate le stesse tattiche utilizzate dagli israeliani nel 2001: compiere attentati terroristici da attribuire ai Palestinesi.

JPEG - 49.7 Kb
L’attentato contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992, che causò 29 morti e 242 feriti, fu immediatamente attribuito a un kamikaze di Hezbollah che avrebbe usato un camion bomba. Ma il magistrato incaricato delle indagini svelò le pressioni dei delegati statunitensi ed israeliani, così come le manipolazioni delle prove e le false testimonianze volte a orientare le indagini verso l’ipotesi del camion-bomba, mentre i fatti indicavano che l’esplosione avvenne dall’interno dell’edificio. Quando la Corte Suprema argentina confermò questa tesi, il portavoce dell’ambasciata israeliana accusò i giudici di antisemitismo.

E’ interessante ricordare ciò che scrissero Philip Zelikow e John Deutch nel dicembre 1998, in un articolo per Foreign Affairs dal titolo “terrorismo catastrofico”, immaginando a proposito di quella del 1993, che la bomba fosse stata nucleare, evocando già una nuova Pearl Harbour. “Tale atto di ‘terrorismo catastrofico’, che ucciderebbe migliaia o decine di migliaia di persone, e influenzerebbe i bisogni vitali di centinaia di migliaia, forse milioni, di persone, sarebbe il punto di non ritorno nella storia degli Stati Uniti. Potrebbe causare perdite umane e materiali senza precedenti in tempo di pace, e avrebbe certamente pregiudicato il senso di sicurezza degli USA entro i propri confini, come accadde similmente con il test atomico sovietico nel 1949, o forse peggio. [...] Come Pearl Harbor, questo evento dividerebbe la nostra storia tra un prima e un dopo. Gli Stati Uniti, in un caso del genere, potrebbero rispondere con misure draconiane, riducendo le libertà individuali, consentendo un maggiore controllo sui cittadini, la detenzione dei sospetti e l’uso letale della forza.” Il 12 gennaio 2000, secondo il settimanale indiano The Week, ufficiali dell’intelligence indiana arrestarono all’aeroporto di Calcutta undici predicatori islamisti che stavano imbarcandosi su un volo diretto in Bangladesh. Erano sospettati di appartenere ad al-Qaida e di voler dirottare l’aereo. Si spacciarono da afghani soggiornanti in Iran prima di trascorrere due mesi in India a predicare l’Islam. Ma si scoprì che avevano tutti passaporti israeliani. L’ufficiale dei servizi segreti indiani disse a The Week che Tel Aviv “esercitò forti pressioni” su Delhi per assicurarsene il rilascio.

Il 12 ottobre 2000, nelle ultime settimane del mandato di Clinton, il cacciatorpediniere USS Cole, in rotta verso il Golfo Persico, ricevette l’ordine dalla sua base di partenza a Norfolk, di fare rifornimento nel porto di Aden nello Yemen, una procedura insolita dal momento che questi cacciatorpediniere vengono generalmente riforniti da una petroliera della Marina in mare aperto. Il comandante della nave espresse sorpresa e preoccupazione: l’USS Cole era stato già rifornito all’ingresso del Canale di Suez, e lo Yemen era una zona ostile. L’USS Cole stava attraccando quando fu avvicinato da un dinghy assegnato, apparentemente, alla rimozione dei rifiuti, che esplose contro lo scafo uccidendo 17 marinai e ferendone 50. I due “kamikaze” alla guida della barca morirono in questo “attentato suicida”. L’attentato fu subito attribuito ad al-Qaida, anche se bin Ladin non lo rivendicò e i taliban negarono che il loro ospite potesse esservi coinvolto. L’accusa diede agli Stati Uniti il pretesto per costringere il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh a cooperare nella lotta contro l’islamismo anti-imperialista, chiudendo, per cominciare, tredici campi paramilitari sul suo territorio. Inoltre, qualche settimana prima delle elezioni, l’attentato fu la ‘sorpresa d’ottobre’ che portò al potere Bush. John O’Neill era a capo delle indagini nello Yemen. Agente dell’FBI da 20 anni con esperienza specialistica nell’antiterrorismo, aveva indagato sull’attentato al WTC del 1993. La sua squadra arrivò a sospettare che Israele avesse lanciato un missile da un sottomarino: il buco indicava una carica perforante, non spiegabile dalla sola esplosione del dinghy. I sospetti furono condivisi anche dal presidente Saleh che evocò in un’intervista a Newsweek la possibilità che “l’attentato fosse opera d’Israele che cercava di danneggiare le relazioni USA-Yemen.” O’Neill e la sua squadra subirono l’ostilità dell’ambasciatrice degli Stati Uniti Barbara Bodine. Ebbero il divieto d’immergersi per ispezionare i danni. Infine, approfittando del loro rientro a New York per il Ringraziamento, Bodine ne impedì il ritorno nello Yemen. I membri dell’equipaggio del Cole ricevettero l’ordine di non parlare dell’attacco al Naval Criminal Investigative Service (NCIS). Nel luglio 2001, O’Neill si dimise dall’FBI e si vide subito offrire l’incarico di capo della sicurezza al WTC, che doveva occupare a partire dall’11 settembre 2001. Il suo corpo fu rinvenuto tra le macerie del WTC, disperso da due giorni. Invece Barbara Bodine entrò a far parte, nel 2003, nella corrotta squadra della Coalition Provisional Authority (CPA) di Baghdad.

JPEG - 41.8 Kb
Dove si ferma la lista dei falsi attentati islamici d’ideazione sionista? Il “New York Times” e altri giornali hanno riferito che il 19 settembre 2005, due agenti delle forze speciali britanniche (SAS) vennero arrestati dopo aver forzato un posto di blocco su un’auto carica di armi, munizioni, esplosivi e detonatori, che guidavano travestiti da arabi. Si sospetta che progettassero attentati mortali nel centro di Bassora, nel corso di un evento religioso, per fomentare il conflitto tra sciiti e sunniti. La sera stessa, unità SAS liberarono i due agenti distruggendo il carcere, con il supporto di una decina di carri armati e di elicotteri. Il capitano Masters, incaricato delle indagini su questa vicenda imbarazzante, morì a Bassora il 15 ottobre.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Laurent Guyénot

Laurent Guyénot Ingénieur (Ecole Nationale Supérieure de Techniques Avancées, 1982) et médiéviste (docteur en Études Médiévales à Paris IV-Sorbonne, 2009). Il a publié La mort féerique: Anthropologie médiévale du merveilleux (XIIe-XVe siècle) chez Gallimard et La Lance qui saigne - Métatextes et hypertextes du "Conte du Graal" de Chrétien de Troyes chez Champion. Il se consacre depuis trois ans à l’histoire profonde des États-Unis, où il a vécu cinq ans.

 
Rete Voltaire

Voltaire, edizione internazionale

L’articolo è su licenza Creative Commons

Potete riprodurre liberamente gli articoli del Réseau Voltaire a condizione di citare la fonte, di non modificarli e di non usarli a scopi di lucro (licenza CC BY-NC-ND).

Sostenere Rete Voltaire

Visitate il sito dove troverete analisi approfondite che vi aiuteranno a comprendere la realtà. Per continuare questo lavoro, abbiamo bisogno della vostra participazione.
Aiutateci con un contributo.

Come partecipare alla Rete Voltaire?

Gli animatori del Réseau sono tutti volontari.
- Autori: diplomatici, economisti, geografi, storici, giornalisti, militari, filosofi, sociologi... potete inviarci i vostri articoli.
- Traduttori professionali: potete partecipare alla traduzione degli articoli.