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Nato in Libia nel 1951, Ali Tarhouni ha studiato in Libia e ha incontrato sua moglie nel 1970, negli Stati Uniti. Condannato nel suo paese per la sua attività politica, dopo la guerra dello Yom Kippur e la rottura egiziano-libica (1973), fuggì dalla Libia, e non vi ritornò che 38 anni più tardi, durante la rivolta di Bengasi, per diventare ministro del petrolio del Consiglio nazionale di transizione (CNT).

Con orgoglio il ministro degli esteri Frattini ha copresieduto ieri ad Abu Dhabi la terza riunione del Gruppo di contatto sulla Libia, insieme al governo emiratino. L’Italia dunque, come dice il presidente Napolitano, fa «la sua parte perché avanzi nel mondo la causa della pace, dei diritti umani, della democrazia». Gli Emirati arabi uniti - monarchia assoluta in cui non esiste rappresentanza democratica - hanno appena inviato truppe in Bahrain per schiacciare nel sangue la richiesta popolare di democrazia e stanno preparando, con la compagnia militare privata Xe Services (già Blackwater), un esercito segreto di mercenari da impiegare anche in altri paesi del Medio Oriente e Nordafrica. Su questa solida base democratica si sta preparando la «fase post-conflitto» in Libia.

Mentre la Nato demolisce sistematicamente le basi materiali dello stato libico, scaricando migliaia di bombe su Tripoli e altre località, il Gruppo di contatto puntella con milioni di dollari ed euro il Cnt di Bengasi. Che, rappresentando una parte minoritaria della popolazione, ancora non riesce a guadagnare terreno anche se la Nato addestra e arma gli insorti e gli spiana la strada con i raid. Ad Abu Dhabi si è deciso di adottare il «modello italiano» nel fornire «aiuti» al Cnt. L’Italia, che ha fatto da «apripista», fornirà al Cnt fondi per 300-400 milioni di euro in cash e in linea di credito e altri 150 milioni in carburante. I fondi saranno «garantiti dai beni congelati in Italia e dal petrolio estratto e lavorato in futuro dal nuovo governo libico». In tal modo i principali paesi del Gruppo di contatto (Usa, Francia, Gran Bretagna, Italia, monarchie del Golfo) pongono una pesante ipoteca sul futuro della Libia. Messo al potere un governo ossequiente, avrebbero nelle mani l’economia del paese, gestendo i fondi sovrani libici scongelati e controllando produzione ed esportazione di petrolio.

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Intanto, come garanzia per il futuro, Washington ha messo la gestione delle finanze e del petrolio del Cnt nelle mani di un suo uomo di fiducia, Ali A. Tarhouni, docente all’università di Washington. I risultati si sono visti subito: il primo contratto per l’esportazione di petrolio libico, 1,2 milioni di barili, il Cnt lo ha concluso con una compagnia Usa, la Tesoro. E, mentre Tarhouni annuncia che il Cnt produrrà presto 100mila barili di petrolio al giorno, arriva dal Dipartimento di stato «il sostegno americano per ulteriori vendite di petrolio da parte del Cnt». Il governo italiano, che ha fatto da apripista, non vuole però restare indietro. Sostiene quindi il Cnt anche con «assistenza umanitaria e cooperazione allo sviluppo» per l’ammontare di milioni di euro. Uno dei progetti più significativi, gestito dall’Istituto agronomico dell’oltremare, prevede il «miglioramento della palma da dattero dell’oasi di al Jufra». L’Italia può essere fiera: mentre sgancia sulla Libia bombe da una tonnellata a uranio impoverito, rende più dolci i datteri libici.

Fonte
Il Manifesto (Italia)