Rete Voltaire

L’Iran paralizzato

Il crescendo delle tensioni nel Golfo è un gioco pericoloso che in qualunque momento può sfuggire di mano. I sabotaggi non rivendicati delle petroliere possono essere opera di pressoché tutte le forze in campo, compresi gli Stati Uniti, avvezzi come sono alle operazioni sotto falsa bandiera. Un’analisi razionale però dimostra che Teheran oggi non è affatto nello spirito giusto per compiere atti di questo tipo.

| Damasco (Siria)
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Stati Uniti e Regno Unito accusano l’Iran del sabotaggio nel Golfo di sei petroliere, senza peraltro fornire altra prova se non un video USA illeggibile. Londra e Washington sostengono che nel filmato si vede un’imbarcazione con a bordo i Guardiani della Rivoluzione mentre recuperano dallo scafo di una delle petroliere una mina magnetica inesplosa; l’equipaggio della petroliera afferma invece che questa è stata colpita da un drone o da un missile.

La natura del duello Iran-Stati Uniti è mutata dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, a gennaio 2017. La reazione iraniana non può però essere capita se non la si collega alle vicende precedenti e al capovolgimento della situazione.

Il presidente George Bush fece tutto quanto era in suo potere per scatenare, dopo quella contro l’Iraq, una guerra contro l’Iran. Bush voleva andare avanti nella distruzione sistematica delle strutture statali del Medio Oriente Allargato, in conformità alla strategia Rumsfeld-Cebrowski. Tuttavia, glielo impedì una prima volta, nel 2006, la commissione Baker-Hamilton: la classe dirigente USA giudicava non sufficientemente rapido il rientro dall’investimento che una «guerra senza fine» avrebbe richiesto. La seconda volta, nel 2007-2008, vi si oppose il comandante del CentCom, ammiraglio William Fallon, che aveva avviato un dialogo con Mahmoud Ahmadinejad per la stabilizzazione dell’Iraq. Infine, il vicepresidente Dick Cheney diede istruzioni a Israele per il noleggio di aeroporti georgiani, così da poter bombardare direttamente l’Iran senza dover rifornire gli aerei in volo. Però la Russia bloccò a terra i bombardieri israeliani sin dalle prime ore della guerra dell’Ossezia del Sud del 2008.

Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Barack Obama perseguì la strategia di Bush, ma in modo meno brutale. Come Bush e Cheney, anche Obama era convinto occorresse agire presto per impadronirsi del petrolio iraniano, materia prima di cui l’economia mondiale avrebbe presto sofferto la penuria (teoria del «picco petrolifero»). Invece che lanciare una nuova guerra, di cui peraltro gli statunitensi non ne volevano sapere, amplificò le manifestazioni per rovesciare l’omologo iraniano (2009). Preso atto del fallimento della “rivoluzione colorata” contro Ahmadinejad, avviò in Oman colloqui con i consueti partner, cui Washington faceva riferimento sin dalla Rivoluzione dell’imam Ruhollah Khomeini, ossia il clan di Hashemi Rafsanjani (marzo 2013), in particolare con lo sceicco Hassan Rohani, che era stato il primo contatto iraniano nell’affare Iran-Contras. Dopo la sua elezione nel 2013, Rohani, sotto copertura della lotta contro la proliferazione nucleare, iniziò trattative tra Stato e Stato per la spartizione del Medio Oriente tra sauditi e iraniani. In Svizzera, alla presenza delle grandi potenze, fu negoziato un trattato, che però venne firmato solo nel 2015. All’Iran venne riconosciuto il diritto di esportare nuovamente petrolio per far ripartire l’economia.

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Il video USA

Le relazioni tra i due Paesi progressivamente si normalizzarono, fino a che nel 2017 intervenne l’insediamento di Donald Trump. Il neopresidente aveva un obiettivo completamente diverso: la Casa Bianca non riteneva più che ci sarebbe stata penuria di petrolio, era al contrario convinta che sul mercato ce ne fosse troppo. Quindi Trump abbandonò la politica imperialista dei predecessori e si preoccupò solo di fare soldi. Invece che dominare il Medio Oriente, gli USA ora avevano l’obiettivo di limitare l’approvvigionamento di petrolio del mercato mondiale, così da mantenere il prezzo del greggio a un livello che consentisse redditività al petrolio di scisto statunitense. Nel 2017-2018 gli USA incoraggiarono manifestazioni contro la classe politico-religiosa iraniana e, infine, nel 2018 abrogarono l’accordo sul nucleare.

Da quel momento l’Iran sembra in preda a paralisi. A differenza dei politici, i religiosi sono rigidi e non sanno fare autocritica. Sono i rappresentanti di Dio, e Dio non può smentirsi. Questa la ragione per cui, contrariamente a un luogo comune, la teocrazia iraniana eccelle nel commercio, ma è mediocre nella diplomazia.

L’Iran rifiuta ogni offerta di negoziazione con gli Stati Uniti e aspetta disperatamente il ritorno a Washington dei democratici; una scommessa pericolosa, giacché Trump potrebbe essere rieletto per altri quattro anni e l’economia iraniana è sull’orlo del precipizio.

Questo blocco non consente all’Iran di pianificare provocazioni come quella che Washington e Londra gli attribuiscono, tanto più che attacchi contro interessi occidentali comprometterebbero le future relazioni con i Democratici USA.

Contrariamente alle attese, in questo caso il metodo Trump non avrà successo. La cultura persiana è la cultura delle miniature e ha questa peculiarità: gli iraniani sono il popolo più capace di sopportare lunghissimi tormenti in vista del trionfo.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

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