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Rete Voltaire

La stampa rifiuta gli esiti di una storiografia da sempre condivisa

Questa seconda parte dell’intervista di Thierry Meyssan alle edizioni Demi-Lune riguarda il libro sulla guerra del 2006 d’Israele contro il Libano. Un lavoro di livello universitario che, per il momento, costituisce una referenza sia per l’accertamento dei fatti sia per le riflessioni contestuali. Ebbene, questo libro, che confuta il modo in cui i media occidentali hanno trattato questa guerra, è ignorato dalla stampa che, all’epoca, accettò di farsi condizionare.

| Damasco (Siria)
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La prima parte dell’intervista è stata pubblicata il 17 gennaio 2019, con il titolo «Cospirazionismo e analisi».

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Domanda/Edizioni Demi-Lune: Rieditare il suo libro sulla guerra israelo-libanese del 2006, L’Effroyable Imposture 2, è interessante per diversi aspetti. Innanzitutto, perché lei in questo saggio sviluppa un punto che nel suo primo libro fu solamente abbozzato: l’affascinante e troppo poco conosciuto tema della teopolitica, ossia il ruolo e l’importanza della religione (in questo caso evangelica) nella politica statunitense in Medio Oriente.

Thierry Meyssan: Se è del tutto legittimo trarre dalla fede la forza per la propria azione politica, è sempre distruttivo mascherare ambizioni politiche con un discorso religioso. Questo è vero per l’Iran, ma altrettanto per gli Stati Uniti.

Durante la Guerra Fredda, il Pentagono distribuì a tutti i GI’s un libretto in cui si proclamava che la NATO si ergeva a paladina del giudeo-cristianesimo di fronte al comunismo ateo. È l’argomentazione del Gott mit uns (Dio è con noi). Del resto, continuiamo a parlare di giudeo-cristianesimo benché non abbia senso: il cristianesimo si è affermato in opposizione al giudaismo.

Insomma, la teopolitica designa una potente corrente politica che in Israele tiene apertamente congressi. Riunisce leader politici, evangelisti cristiani ed equivalenti ebrei che credono che il regno della pace universale sopraggiungerà solo quando un governo mondiale sarà instaurato a Gerusalemme. È, per esempio, in Francia il discorso di Jacques Attali.

Domanda: L’Effroyable Imposture 2 tratta in maniera originale anche della creazione di Israele… A lei piace decisamente demistificare i miti!

Thierry Meyssan: Esiste una tradizione antisemita in Europa. Chi la propaga confonde ebrei e Stato ebraico. Ho voluto dimostrare che, storicamente, il progetto di Stato d’Israele è stato sostenuto dagli ebrei solo dopo Theodor Herzl, nel XIX secolo; fu invece promosso nel XVII secolo dai governi britannici che seguirono quello di Lord Cromwell. La «restaurazione di Israele» fu addirittura iscritta dal primo ministro inglese all’ordine del giorno del Congresso di Berlino del 1878.

È impossibile capire il ruolo attualmente svolto da Israele a livello mondiale se si insiste a pensare che si tratta di uno Stato immaginato dagli ebrei. È un progetto comune di Regno Unito e Stati Uniti, realizzato grazie alla «Dichiarazione Balfour» e ai «14 punti del presidente Wilson».

Domanda: il libro parla anche dell’assassinio del primo ministro libanese Rafic Hariri, di cui fu immediatamente imputato, senza la benché minima prova, il presidente siriano Bashar al-Assad. Un assaggio dell’incessante campagna di demonizzazione che lo prenderà di mira sei anni dopo, durante la primavera araba siriana. Alle menzogne e alle distorsioni mediatiche si aggiunsero manovre straordinarie politico-giuridiche…

Thierry Meyssan: È più facile capire gli eventi a posteriori che non a caldo. Già nel 2005 c’era la volontà di condannare Bashar al-Assad; il segretario generale dell’ONU (non l’ONU in quanto istituzione) ha creato per quest’unico scopo un sedicente Tribunale Speciale. Siccome le testimonianze della colpevolezza di Assad si sono rivelate tutte false, ora non si è più soliti menzionare la vicenda. Adesso si accusa Assad di tortura, accusa non certo più fondata.

Quando nel 2006 ho scritto il libro, ignoravo la ragione vera della vicenda. L’ho scoperta in seguito. Le prove attestano senza ombra di dubbio che Rafic Hariri non fu ucciso con un esplosivo classico, secondo la stupida tesi sostenuta dal Tribunale Speciale. Ho pubblicato gli esiti delle mie ricerche in un’importante rivista russa, Odnako. Il Jerusalem Post mi ha accusato di essere un agente al soldo di Vladimir Putin e il Tribunale Speciale ha sperperato invano decine di milioni di dollari per cercare di provare che mi sbagliavo. Gli elementi da me raccolti mostrano che l’arma è di concezione tedesca. Lo Hezbollah ha diffuso video che dimostrano l’implicazione israeliana. Non esistono per il momento prove che l’operazione sia stata organizzata dall’ambasciatore USA Jeffrey Feltman, ma lo sviluppo degli avvenimenti non lascia spazio a dubbi. Lei ha aggiunto il mio articolo alla riedizione del libro.

Domanda: Nel suo libro lei spiega benissimo la demonizzazione dello Hezbollah per mezzo della rete televisiva al-Manar, preludio della guerra del Libano del 2006 e strumento della sua preparazione. Lei spiega altrettanto bene le menzogne (fake news) su questa guerra del quotidiano Le Monde, veri paradigmi di propaganda. Un fatto che lascia stupefatti, se si pensa che questo giornale osa presentarsi come paladino della lotta contro le fake news, mentre da decenni non fa che diffonderle…

Thierry Meyssan: Considerato la campagna di Le Monde contro il mio lavoro, non ho potuto impedirmi di riprodurre in via preventiva alcune delle prime pagine più menzognere del quotidiano. Tra le altre, quella che annuncia la vittoria d’Israele a Bint Jbeil; si trattò invece della più dura disfatta in Libano. Improvvisamente, Le Monde si è astenuto dallo schernire il mio libro.

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Domanda: La “fake news del secolo”, cui Le Monde ha largamente contribuito, resta senza dubbio quella secondo cui l’Iran di Ahmadinejad voleva cancellare dalla carta geografica Israele… una frottola talmente ripetuta che ancora oggi Michel Onfray si sente in dovere di ripeterla a ogni occasione. Su questa vicenda lei ha spiegato la ragione per cui i governi occidentali, per il tramite delle cancellerie in Iran, non potevano essere stati abbindolati; detto questo, si può osservare che il presidente iraniano avrebbe potuto chiarire le proprie affermazioni, cosa che invece non ha mai fatto e che può apparire come un grave errore politico, persino un atteggiamento irresponsabile.

Thierry Meyssan: Non è andata affatto così. L’Iran ha risposto e ha preteso che l’agenzia di stampa, che aveva deliberatamente manipolato le affermazioni del presidente Ahmadinejad, pubblicasse una smentita. Nulla però accadde perché si trattava di un’operazione di propaganda della NATO, mirata al pubblico occidentale. Non serve aver ragione se non si ha accesso ai media e se questi media sono di parte.

Non c’è dibattito possibile, e ancor meno democrazia, quando tutti i principali media sono stati uno dopo l’altro comperati e ora si schierano tutti dalla stessa parte.

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Domanda: Forse vale la pena ricordare che prima del 2002 (prima de L’incredibile menzogna e Il Pentagate) lei era molto rispettato per il suo lavoro su Réseau Voltaire. Tutto è cambiato quando si è opposto alla «guerra contro il terrore» e allo «shock di civiltà»; lei è diventato il nemico pubblico numero 1 (e in via accessoria persona non grata negli Stati Uniti). A maggior ragione quando, qualche anno dopo il famoso discorso di De Villepin all’ONU (2003), la Francia è rientrata rapidamente nei ranghi, ritornando in seno alla NATO e diventando più imperialista dell’Impero stesso! È perché lei non riteneva di essere al sicuro in Francia che ha preferito lasciare il suo Paese.

Thierry Meyssan: Sfortunatamente, la Francia non ha potuto sostenere la posizione a lungo. Ciononostante, il presidente Chirac, benché fossimo avversari politici, nei miei spostamenti mi ha protetto da Stati Uniti e Israele.

La situazione è cambiata quando Nicolas Sarkozy è stato eletto presidente: ha negoziato con gli Stati Uniti e, tra le contropartite, ha assunto anche l’impegno di farmi eliminare. Ho avuto pochi giorni per lasciare il Paese. Chi mi stava vicino non voleva credere che la Francia potesse far eliminare un proprio cittadino. Io stesso faticavo a crederlo. Pensavo si trattasse di un malinteso e che le cose si sarebbero rapidamente aggiustate. Ho dovuto disilludermi.

Tuttavia, non sempre il male viene per nuocere. Non sapendo dove andare sono andato in Siria, dove ho immediatamente beneficiato della protezione dello Stato. Vi ho vissuto otto mesi, quindi ho conosciuto il Paese prima della guerra.

Quando sono andato in Libano ad avvisare l’ambasciatore francese, Denis Pietton, che dei dipendenti dell’ambasciata avevano organizzato un agguato per consegnarmi ai servizi USA, l’informazione l’ha lasciato sgomento.

Mi sbalordisce che negli ultimi dodici anni nessun responsabile amministrativo o politico francese abbia denunciato la condotta di un servizio di Stato nei confronti di un proprio cittadino all’estero. La democrazia è morta perché l’abbiamo lasciata morire.

Domanda: Lei ha lasciato la Francia e ha vissuto, in successione, in Siria, Libano, Libia e poi di nuovo in Siria; tre Paesi nel mirino degli Stati Uniti, dei quali due sono stati vittime non di rivoluzioni popolari spontanee, bensì di guerre destabilizzanti (guerre di quarta generazione) finalizzate a cambiamenti di regime in favore dell’Impero. Lei è diventato, di fatto, un testimone privilegiato di queste guerre. Soprattutto, lei è uno dei francesi che ha vissuto più a lungo nella Siria assediata…

Thierry Meyssan: In questo periodo ho anche viaggiato molto, in particolare in Venezuela e in Iran, dove sono rimato in totale sei mesi. Sono fiero di essere tornato in Siria a novembre 2011 e di risiedervi da allora.

Domanda: Qualcuno, qui e là, le rimprovera di non aver immediatamente capito, agli albori delle “Primavere arabe”, cosa stava accadendo nella regione; altri non le perdonano di aver accusato Gheddafi di essere in combutta con Israele, accusa che lo avrebbe indebolito sul piano internazionale in un momento critico, proprio quando aveva più bisogno di aiuto…

La stampa non ragiona con metodo scientifico: non mette mai in discussione le proprie ipotesi

Thierry Meyssan: Nei primi tre mesi della primavera araba mi sono lasciato condizionare dalla propaganda che allora imperversava. Qualcuno manteneva la fiducia in un particolare governo, ma non capiva, più di quanto capissi io, quel che stava accadendo nella regione. Quando sono stato invitato in Libia, ho immediatamente constatato che le informazioni delle agenzie di stampa internazionali erano totalmente false: le televisioni del mondo intero parlavano del bombardamento di un quartiere di Tripoli dove si trovava il mio albergo. Non era però successo nulla, non c’era traccia di guerra civile.

In seguito, ho cercato di analizzare questo scostamento tra la realtà e il racconto che ne viene fatto. Ho ricostruito come i britannici abbiano concepito quest’operazione sul modello di quanto fatto nel 1915 con Lawrence d’Arabia. Ancora adesso, benché siano disponibili tutti gli elementi per ricostruire i fatti correttamente, la stampa insiste a esporre gli avvenimenti come li interpretò quando accaddero, ossia come rivoluzioni. È stupefacente: la stampa non ragiona in maniera scientifica, accetta le ipotesi iniziali come realtà e poi non le rimette più in discussione.

Riguardo alle relazioni di Gheddafi con Israele, le mie dichiarazioni hanno scioccato solo gli imbecilli e gli antisemiti. È manifestazione di responsabilità da parte delle autorità libiche intrattenere relazioni – all’occorrenza segrete – con ciascuno dei Paesi vicini. Questa constatazione non influisce su quel che si può pensare della politica israeliana e libica, ma sfortunatamente manda in frantumi la retorica degli uni e degli altri.

Domanda: I nostri concittadini non possono conoscere, men che meno valutare, l’estensione della diffusione internazionale delle sue analisi e riflessioni. È assolutamente considerevole perché davvero planetaria. Spostando l’orientamento di Réseau Voltaire sul piano internazionale – in contrasto con l’impostazione degli inizi, incentrata su questioni sociali e politiche, certamente importanti, ma franco-francesi – lei è diventato una fonte d’informazioni alternative particolarmente credibile. Ricordiamo che Réseau Voltaire è tradotto in 18 lingue, un fatto davvero sbalorditivo.

Thierry Meyssan: Innanzitutto atteniamoci alla realtà: i nostri articoli sono talvolta accessibili in 18 lingue, ma il più delle volte in una decina. In secondo luogo, ci rivolgiamo a professionisti (diplomatici, militari, universitari) pur rimanendo comprensibili per il grande pubblico.

Domanda: Ma il fatto più straordinario è che, sebbene lei sia totalmente escluso dal panorama mediatico francese (non ha diritto di parlare alla radio, fossero anche le modeste radio associative considerate di sinistra); lei è forse il giornalista francese più letto nel mondo. Paradosso da capogiro!

Thierry Meyssan: Sì, in effetti è molto paradossale. Tuttavia, le cose si sono evolute. Qualche anno fa scrivevo per i più importanti giornali del pianeta. Non è più così. Il dipartimento di Stato USA ha convinto proprietari e direttori di questi media a smettere di darmi spazio. In questo periodo però ho conquistato notorietà presso i professionisti di quei Paesi dove ho continuato a essere seguito su internet. Per esempio, ogni settimana scrivevo su Kosomolskaïa Pravda, il più diffuso fra i quotidiani in lingua russa, sia in Russia stessa, sia nei 17 Paesi russofoni, fra cui Israele. Il proprietario ha scelto di non entrare in conflitto con gli Stati Uniti, dove ha interessi economici. Oggi i miei articoli sulla rete sono riprodotti nelle rassegne stampa governative della maggior parte dei Paesi dove erano disponibili in versione cartacea.

Domanda: Nello stesso tempo però lei continua a essere un fantasma che agita molti… Ce ne si rende conto accidentalmente quando lei viene citato senza diritto di replica, come per esempio nell’articolo dell’illustre direttore-sconosciuto di Le Pointe («Thierry Meyssan a fait des émules», Thierry Meyssan ha fatto proseliti, ndt) scritto in occasione dell’uscita del libro di Fabrice Arfi sul finanziamento da parte di Gheddafi della campagna per le presidenziali di Sarkozy del 2007; per inciso, lei è stato uno dei primi a rivelare la vicenda.

Thierry Meyssan: Mi meraviglio sempre quando reti di radio o televisioni – generalmente del servizio pubblico ¬– consacrano una trasmissione per dileggiarmi. Naturalmente, in queste trasmissioni non si discutono le mie analisi, ci si limita a descrivermi come lo scribacchino dei dittatori. Ho lasciato la Francia 12 anni fa e da allora sono bandito da radio e televisioni, ma, evidentemente, continuo a essere per loro un problema.

Domanda: O ancora quando France-Culture vuole «chiarire le idee» ai telespettatori sulle «teorie del complotto» con argomenti schiaccianti del tutto stupidi (del tipo: Fino a quando George Bush non confessa davanti alle telecamere che la sua amministrazione ha orchestrato l’11 Settembre, bisogna mantenere la lucidità)!

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Thierry Meyssan: Mi conforto pensando ai riconoscimenti ricevuti in altri Paesi. Quello di cui sono particolarmente fiero è l’Ordine dei Liberatori, conferitomi dall’università della Patria Grande (Argentina) per il lavoro svolto al servizio dell’uguaglianza fra i popoli.

Noi europei non abbiamo mai accettato l’uguaglianza dei popoli. Nel 1919, durante la Conferenza di Versailles, ci siamo opposti (a eccezione del radical-repubblicano Léon Bourgeois) a che questo concetto fosse esplicitato nel testo finale. Ci siamo opposti a che la Società delle Nazioni lo facesse e ne abbiamo approfittato per proseguire nel colonialismo. Oggi continuiamo a opporci a che i siriani scelgano il proprio presidente. Parliamo di «transizione politica» in Siria, di transizione dalla Repubblica al regime con cui vogliamo rimpiazzarla, invece che di transizione dalla guerra straniera alla pace.

Domanda: Per le menzogne a oltranza, contro-verità, propaganda, posizioni preconcette a favore di guerre e di élite della mondializzazione, i media, nonché i politici, hanno progressivamente perso legittimità di fronte del popolo, peraltro ancora in larga parte vittima di questa propaganda incessante e proteiforme, di cui solo molto parzialmente è consapevole. Ci vogliono infatti molte menzogne per far accettare una guerra a una popolazione che non ne vuole sapere… Del resto, come sottolinea Daniele Ganser nel libro Le guerre illegali della NATO, la parola guerra non viene pronunciata: le si preferiscono termini come «intervento» od «operazione», che hanno valenza molto più positiva.

Thierry Meyssan: Il lavoro di Daniele Ganser ha prodotto i suoi frutti. Oggi negli ambienti universitari non è più possibile negare l’organizzazione in Europa da parte della NATO, negli anni Settanta e Ottanta, di colpi di Stato e attentati sotto falsa bandiera.

Secondo la Costituzione francese, l’ultima parola sulla guerra o sulla pace spetta al parlamento. Negli ultimi anni però si è ritenuto che gli interventi militari non fossero guerre e che il parlamento ne dovesse essere soltanto informato. Così è stato per i Grandi Laghi africani, per il Kosovo, la Libia, la Siria e il Sahel. Questo dimostra che la Francia non è una democrazia. La politica estera e di difesa non compete più ai cittadini, ma è prerogativa – «dominio riservato» – del presidente della repubblica.

Domanda: nel 2002 lei è stato accusato di fare «revisionismo in diretta»; per un certo periodo il termine «teorico del complotto» è stato utilizzato solo per l’11 Settembre, poi lo si è esteso all’assassinio di JFK e, infine, a tutti gli interrogativi che circolano sulla rete; a ogni forma di contestazione del discorso politicamente corretto in generale, dall’innocuità dei vaccini al «veleno letale» rappresentato dal diossido di carbonio. Un’informe accozzaglia, che assume aspetto caricaturale con la «teoria della Terra piatta», tentativo (patetico) di inoculare nelle menti la persuasione che scostarsi dalla doxa potrebbe rapidamente condurre alla follia.

Thierry Meyssan: Si può misurare il panico della classe politica che ci dirige dal sondaggio della Fondazione Jean-Jaurès, secondo cui un francese su 20 crede che la Terra sia piatta. Non ho mai incontrato nessuno che lo sostenga; non è altro che un sondaggio di fantasia per convincerci che siamo degli imbecilli.

La prima volta che sono stato accusato di essere «complottista» non ne capivo bene il significato. In seguito, ho appreso che si trattava di un termine statunitense, utilizzato dall’FBI per designare gli oppositori politici: le persone che non credono che JFK sia stato ucciso da un’unica persona, bensì da diversi uomini, cioè che si sia trattato, giuridicamente, di un complotto. Il fatto di utilizzare un termine straniero, che prima non esisteva nella lingua francese, indica bene da dove venga questa campagna.

Domanda: Si può rimproverare a Réseau Voltaire di non interessarsi abbastanza alla lotta alle fake news e alle teorie del complotto. Già prima del progetto di legge sulle fake news, annunciato a gennaio 2018 da Macron (e che è stato per la seconda volta respinto dal senato), l’Éducation Nazionale [la Pubblica Istruzione, ndt] durante la presidenza Hollande si è mobilitata con il sito «On te manipule» [Vieni manipolato, ndt], per contrastare le teorie del complotto sia nei programmi scolastici sia in rete. Naturalmente, non si vuole negare che su internet circolino teorie e informazioni assurde e deliranti, persino odiose… bensì rifiutare che si faccia un unico guazzabuglio mettendo insieme idee deliranti e problematiche legittime. Del resto, sembra evidente che queste iniziative tendano a sminuire o a distruggere la crescente credibilità di siti d’informazione alternativi e/o stranieri; in questo senso si potrebbe chiamarle leggi anti-Russia Today, o anti-Réseau Voltaire, benché, ovviamente, questi due media, molto diversi tra loro, non siano gli unici interessati…

Thierry Meyssan: Evidentemente ci sono molte teorie idiote in circolazione sulla rete, ma ne circolano altrettante nella stampa sovvenzionata. Gli esempi del 2006 di Le Monde, che ho pubblicato in L’Effroyable Imposture 2, ne sono la prova.

Al contrario di quel che lei sostiene, Réseau Voltaire ha lavorato molto sulla retorica delle fake news, ben prima che queste invadessero l’Europa. Non siamo interessati a commentare in diretta l’attualità, ma a esaminare quel che ancora non è considerato attualità e a prevedere quali ne saranno gli effetti. Spesso affrontiamo argomenti uno o due anni prima che entrino nel dibattito pubblico. Per esempio, lei troverà sul nostro sito un’analisi del 2016 del futuro piano della NATO per la falsificazione dell’informazione. Peraltro, ci saremmo occupati del tema se il Consiglio Costituzionale non fosse intervenuto, rendendo la legge ampiamente inapplicabile, senza però censurarla.

Domanda: In un certo senso non è stata la legge Gayssot del 1990 sul revisionismo ad aprire il vaso di Pandora, ossia l’instaurazione di verità storiche ufficiali?

Thierry Meyssan: Francamente credo di no. Già in precedenza c’erano verità ufficiali sancite dai tribunali. Dobbiamo rileggere Casamayor, magistrato al processo di Norimberga che, in quanto giurista, criticò aspramente quel tribunale delle potenze vincitrici. L’atto finale del processo di Norimberga, al quale la legge Gayssot si riferisce, comprende strani passaggi che i vincitori desideravano inserire benché riguardassero temi mai trattati nei dibattimenti. Il ruolo della Giustizia è giudicare equanimemente gli imputati, non condannare i politici vinti.

Il problema non sta in un testo particolare, bensì nell’incapacità di accettare di essere contraddetti.

(segue…)

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

Rete Voltaire

Voltaire, edizione internazionale

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