L’ultimo disperato tentativo di spezzare il blocco imposto da sette mesi dall’Esercito arabo siriano nel Ghuta orientale, ad est di Damasco, è stata un’operazione totalmente concepita da sauditi, statunitensi e israeliani.

L’offensiva è stata lanciata il 22 novembre da migliaia di mercenari siriani e stranieri, per lo più provenienti dalla Giordania. Il loro obiettivo era prendere la città strategica di Utayba, situata a 30 chilometri a sud-est della capitale, quartier generale dei ribelli armati nella provincia di Damasco.

Secondo varie fonti, l’offensiva era stata preparata da un centro operazione congiunto saudita-israelo-statunitense in Giordania, dove i mercenari sono stati addestrati da istruttori della CIA e finanziati dai petrodollari sauditi. La colonna è poi entrata in Siria da strade nel deserto rilevate dalle foto satellitari. Con l’avvicinarsi della colonna al Ghuta orientale, gli israeliani lanciavano una vasta operazione d’interferenza delle telecomunicazioni delle truppe dell’Esercito arabo siriano che difendevano la regione. Le unità dell’esercito si ritrovarono tagliate dal loro comando e anche i contatti tra di esse erano molto disturbati. Fu allora che i mercenari lanciarono l’attacco mentre, contemporaneamente, i ribelli circondati nel Ghuta cercarono di uscirne.

In tutto circa 5000 uomini si gettarono sulle posizioni dell’Esercito arabo siriano per cercare di spezzare il blocco del Ghuta orientale. Nonostante il loro numero, le armi pesanti fornitegli dai sauditi e il supporto logistico degli israeliani, i ribelli catturarono solo un paio di posizioni e i posti di blocco dell’esercito in cinque o sei villaggi, al prezzo di oltre 300 morti, quasi un terzo non di nazionalità siriana.

Dopo la stabilizzazione della linea del fronte, l’Esercito regolare siriano e l’Esercito di Difesa Nazionale hanno lanciato la controffensiva per recuperare il terreno perduto e impedire ai mercenari di consolidare le loro posizioni nelle regioni in cui erano entrati. Nonostante altre due offensive lanciate all’inizio di questa settimana, i ribelli non sono riusciti a migliorare la loro situazione.

Esperti di ogni parte confermano il fallimento dell’"offensiva israelo-saudita", il cui obiettivo militare era catturare la città di Utayba. A livello politico, questo attacco è un disperato tentativo dei sauditi di migliorare la difficile posizione dei loro agenti e collaborazionisti che rappresenteranno la cosiddetta opposizione siriana alla conferenza di Ginevra 2, del 22 gennaio 2014.

Secondo fonti informate, gli Stati Uniti hanno concesso due mesi ai sauditi che cercano, ancora una volta, di cambiare i rapporti di forza sul terreno. Isterici, i sauditi non nascondono la loro partecipazione diretta nella guerra contro la Siria. Fonti attendibili affermano che i combattenti estremisti sauditi tra le fila dei ribelli, ammontano a diverse migliaia. Molti di loro sono militanti di al-Qaida imprigionati in Arabia Saudita e rilasciati a condizione che combattessero in Siria per "instaurarvi il califfato islamico". Queste stesse fonti parlano di 300 sauditi uccisi nei ranghi dei ribelli, mentre decine di altri sono stati catturati dall’Esercito arabo siriano.

Molti altri sauditi sono stati uccisi nelle ultime due settimane, nei combattimenti nella regione di Qalamun al confine con il Libano, dove l’Esercito arabo siriano liberava le città di Qara e Dair al-Attiya e in grande parte la città di Nabaq. Tra i morti vi era il saudita Mutlaq al-Mutlaq, figlio di un ufficiale della guardia reale saudita.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio