In seguito all’attacco britannico-franco-israeliano del 18 settembre 2018, costato la vita a 15 soldati russi, è stato trovato un accordo tra Mosca e Washington per il ritiro delle truppe d’occupazione (francesi, turche e statunitensi) della Siria, per sradicare gli jihadisti e porre fine alla guerra.

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, James Jeffrey, ha sostenuto che la decisione del presidente Trump di mantenere una presenza militare in Siria non è incompatibile con il ritiro delle truppe d’occupazione USA, che la Siria esige [1].

Spiegazione: truppe ausiliarie arabe o kurde e l’aviazione USA potrebbero continuare il lavoro che ora svolgono le truppe USA.

Gli Stati Uniti cesserebbero di essere attivi in Siria allorquando:
-  L’Iran e le forze ad esso associate, tra cui Hezbollah, avranno lasciato il Paese;
-  Daesh sarà stato definitivamente sconfitto;
-  Il processo di normalizzazione politica sarà stato avviato dalle Nazioni Unite.

Ebbene, attualmente Hezbollah intrattiene relazioni complesse con l’Iran. Alcuni esperti ritengono che le sanzioni USA contro la resistenza libanese siano in realtà destinate a spingerla nelle braccia di Teheran, da cui ha invece tendenza ad allontanarsi.

L’intervento USA in Siria sarebbe oggi determinato esclusivamente dalla volontà di partecipare al futuro del Paese per non lasciare campo libero alla Russia.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

[1] “Trump eyeing Arab ‘boots on the ground’ to counter Iran in Syria”, Travis J. Tritten, Washington Examiner, September 29, 2018.