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Rottura senza precedenti tra sauditi e Washington sull’Egitto

Uno dei meno commentati aspetti del spodestamento dell’egiziano Mursi, è la sfida della casa reale saudita nel sostenere l’estromissione della Confraternita e la restaurazione militare. La mossa saudita non ha precedenti per la sua aperta sfida alla Casa Bianca, che ha dichiarato appoggio ai Fratelli musulmani. Le implicazioni della rottura sono enormi.

| Francoforte (Germania)
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Crepuscolo nel deserto?

Nel 1945, al suo ritorno dalla fatidica Conferenza di Jalta, il presidente degli USA Roosevelt incontrò il re saudita Ibn Saud e ottenne i diritti esclusivi per le società petrolifere del gruppo statunitense Rockefeller sulle grandi ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita, il rapporto tra l’Arabia e la politica estera degli USA è stato quasi una satrapia dei sauditi. [1] In seguito allo “shock petrolifero” del 1973, orchestrata da Kissinger, in cui l’OPEC alzò il prezzo di circa il 400%, Washington strappò l’impegno dai sauditi che avrebbero assicurato che l’OPEC vendesse il petrolio solo in dollari, garantendo in tal modo il continuo dominio del dollaro come valuta di riserva mondiale. In cambio, Washington accettava di vendere armi statunitensi e anche di addestrare l’Aeronautica militare saudita. [2]

E nel 2010, proprio mentre Washington avviava la sua offensiva di primavera della “democrazia” araba in Tunisia, Egitto e in tutto l’arco di crisi islamico, l’amministrazione Obama annunciava il più grande accordo sulle armi della storia. Gli USA accettarono di vendere ai sauditi 84 F-15 nuovi e di aggiornarne altri 70, nell’ambito di un accordo da 46 miliardi di dollari, il più grande affare sulle armi nella storia degli Stati Uniti, preparandosi ad isolare l’Iran. [3]

Come abbiamo riportato in un precedente articolo, prima del colpo di Stato militare egiziano, i sauditi stipularono un accordo segreto con il ministro della Difesa e capo dell’esercito, generale Abdul Fatah al-Sisi, che i sauditi, assieme ad altri petro-Stati conservatori del Golfo, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, avrebbero garantito il sostegno finanziario se l’amministrazione Obama avesse tagliato il miliardo di dollari in aiuti annuali ai militari egiziani, per rappresaglia per la cacciata del loro uomo, Mursi. [4]

Il 17 luglio, il neo-governo di transizione egiziano ha confermato di aver ricevuto 6 miliardi di sovvenzioni, prestiti e carburante da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

L’Arabia Saudita ha approvato 4 miliardi di dollari in aiuti all’Egitto, e gli Emirati Arabi Uniti hanno offerto 2 miliardi di dollari per sostenere le disperate necessità dell’economia. I fondi sauditi comprendono 1,5 miliardi di deposito alla banca centrale, 1,5 miliardi di prodotti energetici e 750 milioni in contanti, ha detto il ministro delle Finanze saudita Ibrahim al-Assaf. Gli Emirati Arabi Uniti doneranno 750 milioni all’Egitto e 1,5 miliardi di prestiti sotto forma di deposito non fruttifero presso la banca centrale d’Egitto. [5]

La notizia è un doppio schiaffo a Washington che aveva insistito sul fatto che il governo Mursi dovesse accettare le dure richieste del FMI come condizione preliminare per l’aiuto finanziario.

Il Qatar reagisce in modo drammatico

Vistosamente, uno dei più ricchi petro-Stati del Golfo latita da questi aiuti; il Qatar, il cui emiro Hamad bin Khalifa al-Thani aveva versato oltre 6 miliardi all’Egitto dopo la rivoluzione di due anni e mezzo fa, e forse altri 7 miliardi per finanziare gli islamisti in Libia, Siria e Gaza, l’enclave palestinese gestita da Hamas, un ramo della Fratellanza musulmana. Il Qatar ospita la sede centrale del Comando Centrale e il Combined Air Operations Center degli Stati Uniti. E, in particolare, fino al colpo di Stato militare sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti contro il domino della Fratellanza in Egitto, il 3 luglio, il Qatar era sede di importanti membri della Fratellanza musulmana ed uno dei suoi principali finanziatori in Siria, Egitto, Libia e in tutto il mondo islamico. [6]

Pochi minuti dopo il golpe sostenuto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in Egitto, l’emiro del Qatar prendeva atto delle conseguenze e annunciava l’abdicazione in favore del figlio Tamim. Hamad bin Jassim al-Thani, che aveva plasmato la politica estera filo-Fratellanza musulmana del Qatar, è stato messo a tacere, sostituito da un militare che agiva da viceministro degli Interni. La nuova leadership del Qatar ora utilizza parole come “rivalutazione”, “ritaratura” e “correzioni” per discutere della propria politica estera. In breve, non osa rischiare il totale isolamento tra gli Stati del Golfo a dominio saudita. [7]

La coraggiosa decisione saudita di agire per fermare ciò che percepisce come la disastrosa strategia islamica statunitense nel sostenere le rivoluzioni della Fratellanza in tutto il mondo islamico, ha inferto un duro colpo alla folle strategia statunitense di credere di poter utilizzare la Fratellanza come forza politica per controllare più strettamente il mondo islamico e usarlo per destabilizzare la Cina, la Russia e le regioni islamiche dell’Asia centrale.

La monarchia saudita cominciava a temere che la Fratellanza segreta sarebbe balzata un giorno anche contro il suo governo. Non ha mai perdonato a George W. Bush e Washington di aver rovesciato la dittatura laica del partito Baath di Saddam Hussein in Iraq, che ha portato la maggioranza sciita al potere, né la decisione degli USA di rovesciare lo stretto alleato dell’Arabia saudita, Mubaraq in Egitto. Da esemplare “Stato vassallo” degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita si è ribellata il 3 luglio sostenendo e supportando il colpo di Stato militare in Egitto.

Oltre a far protestare rumorosamente contro il colpo di Stato dei generali egiziani, i suoi alleati della Fratellanza, Washington finora ha potuto fare ben poco, indicazione del crollo del potere globale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha inviato due navi da assalto anfibio che trasportano 2.600 marine presso le coste meridionali egiziane del Mar Rosso. L’enorme USS Kearsarge con 1.800 marines e l’USS San Antonio con 800 marines, “hanno risalito il Mar Rosso e si sono posizionate al largo dell’Egitto, perché non sappiamo cosa succederà”, ha dichiarato il generale James Amos, comandante del Corpo dei marines.

Washington è improvvisamente preda di un grande caos in politica estera, mentre il nuovo governo ad interim egiziano ha giurato…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[1] F. William Engdahl, Gods of Money, 2009, edition.engdahl,Wiesbaden, pp. 190-193.

[2] F. William Engdahl, A Century of War, edition.engdahl, 2011, Wiesbaden, pp. 152-156.

[3] Ian Black, “Barack Obama to authorise record $60bn Saudi arms sale”, The Guardian, UK, 13 settembre 2010.

[4] F. William Engdahl, “Washington Islamist Strategy in Crisis as Morsi Toppled”, Veterans Today, 4 luglio 2013.

[5] Reuters/AP, “Egypt wins $ 8 billion Saudi and UAE aid names PM”, 17 luglio 2013.

[6] N.P., “Qatar’s foreign policy: Change of tack”, The Economist, UK, 15 luglio 2013.

[7] Ibid.

L’articolo è su licenza Creative Commons

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