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Rivoltosi bianchi incendiano una stazione di polizia a Minneapolis.

Le comunità degli uomini tendono a sovrastimare il proprio modo di vivere e a diffidare di quelli altrui. Per mantenere la coesione del gruppo, alcuni membri respingono di riflesso i nuovi arrivati, ma, dopo averli conosciuti e aver capito che sono uomini come loro, le tensioni scemano.

A questo meccanismo etnologico, nel XIX e XX secolo si sono aggiunte l’ideologia razzista e antirazzista che, nel contesto dell’imperialismo britannico e dello sviluppo della biologia e della genetica, consentivano di giustificare nella popolazione sia, da un lato, la gerarchia sia, dall’altro, l’uguaglianza nei diritti.

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Secondo il premio Nobel per la medicina 1912 Alexis Carrel – ricercatore della Fondazione Rockefeller, nonché sostenitore di Philippe Pétain e di Adolf Hitler – converrebbe eliminare le minoranze, i pazzi e i criminali pericolosi.

Il razzismo scientifico

Sulla base delle teorie di Charles Darwin (1809-1882) sull’evoluzione delle specie animali, Herbert Spencer (1820-1893) suppose che esistessero razze umane distinte e che la selezione naturale avesse originato la superiorità dei bianchi. Fu l’inizio del darwinismo sociale. Sir Francis Galton (1828-1911), cugino di Darwin, classificò le razze e mise in relazione il tasso di fecondità delle donne con il declino degli individui. Dimostrò così non solo la superiorità dei bianchi sulla gente di colore, ma anche quella dei ricchi sui poveri.

All’epoca, un consenso scientifico stabilì che gli accoppiamenti interraziali erano all’origine di numerosi handicap. Per tutelare le razze, si ritenne quindi indispensabile vietarli, alla stessa stregua dell’incesto. Nacque l’eugenica. Una teoria di complessa applicazione perché, comunque si definisca una razza, nessun individuo è di razza pura; ogni situazione era perciò occasione di dispute. Negli Stati Uniti questa logica, non soltanto indusse a scoraggiare coppie formate da europei da un lato e indiani, neri o cinesi dall’altro, ma anche a favorire i bianchi anglosassoni rispetto ai bianchi non anglosassoni, ossia italiani, polacchi, serbi, greci e così via (Immigration Act in vigore dal 1924 al 1965).

L’Istituto Kaiser Wilhelm – equivalente tedesco del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica in Francia [nonché del Consiglio Nazionale delle Ricerche in Italia, ndt] – dimostrò che, per preservare la razza, non soltanto non bisognava riprodursi con individui di razza differente, ma con questi individui non ci si doveva accoppiare affatto. Nella penetrazione anale i geni si mescolano, pur senza generare. Da qui nasce la proibizione da parte dei nazisti dell’omosessualità.

Bisognò aspettare la caduta del nazismo e la decolonizzazione perché il consenso scientifico cambiasse opinione e si prendesse coscienza dell’incredibile diversità presente in ciascuna razza. Quanto abbiamo in comune con alcuni individui di presunte razze diverse è molto più rilevante di quel che da loro ci distingue in quanto individui appartenenti a una determinata razza.

A luglio 1950 l’UNESCO proclamò l’infondatezza del darwinismo sociale e dell’eugenica: l’umanità proviene da razze preistoriche di homo sapiens diverse, ma forma un’unica razza, i cui individui possono accoppiarsi senza rischio. Non occorreva essere scienziati per osservarlo, però le ideologie imperialista e coloniale avevano temporaneamente obnubilato le menti dei “sapienti”.

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Contrariamente a un luogo comune, negli Stati Uniti la schiavitù non è stata eliminata grazie ai movimenti abolizionisti, ma perché entrambi i campi che si affrontavano nella Guerra di secessione avevano bisogno di arruolare nuovi soldati. E anche la segregazione razziale non è stata abolita per merito di Martin Luther King, ma perché il Pentagono aveva bisogno di soldati per la guerra in Vietnam. Del resto, Martin Luther King fu assassinato dall’FBI non per il suo impegno a favore dei diritti civili, ma perché si opponeva a questa guerra.

Il razzismo giuridico

Mentre il mondo della scienza ritrovava unità, i giuristi si dividevano per i modi diversi di affrontare la questione: non sono più l’ideologia imperialista e quella coloniale a dividerli, ma il concetto di Nazione. Per gli anglosassoni, la nazione è un insieme etnico, in senso culturale; per i francesi è invece una scelta politica. Il più importante dizionario giuridico statunitense definisce: «Nazione: un grande gruppo di persone di origine, lingua, tradizione e costumi comuni, che costituisce un’entità politica» (“Nation: A large group of people having a common origin, language, and tradition and usu, constituting a political entity”, Black’s Law Dictionary, 2014). Dalla Rivoluzione, la Francia invece definisce Nazione: «Persona giuridica costituita dall’insieme degli individui che compongono lo Stato» (Personne juridique constituée par l’ensemble des individus composant l’État) (Ordinanza di re Luigi XVI del 23 luglio 1789).

Oggi la concezione francese è pressoché universale, quella dei britannici è difesa soltanto da loro e dalle loro creazioni coloniali: i Fratelli Mussulmani e l’RSS indiano (Rashtriya Swayameval Sangh) [1].

Ed è così che, nonostante i progressi della scienza, i britannici vivono ancor oggi sottoposti al Race Relations Act 1976 (Legge sulle relazioni razziali del 1976) e all’arbitraggio della Commission for Racial Equality (Commissione per l’uguaglianza razziale). I testi francesi parlano invece di «presunta razza». In pratica, la società britannica e quella francese non sanciscono differenze “razziali”, bensì diversità per, rispettivamente, classe sociale e livello sociale di appartenenza.

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Negli Stati Uniti i media collegano le rivolte contro il razzismo agli strascichi della schiavitù. Eppure, i primi schiavi non furono africani bensì europei (indentured servants) e gli Stati Uniti non sono un Paese d’immigrati: la stragrande maggioranza dell’attuale popolazione non ha antenati risalenti all’epoca della schiavitù.

L’antirazzismo

In Occidente l’antirazzismo oggi viene confuso con l’antifascismo, sebbene non ci siano più né razzismo, perché non ci sono più le razze, né fascismo, perché non ci sono più le condizioni economiche cui quest’ideologia rispondeva. I gruppi che oggi rivendicano queste idee hanno la peculiarità di far riferimento all’estrema sinistra anticapitalista e di essere, al tempo stesso, sovvenzionati dallo speculatore George Soros, nonché di agire per conto della NATO, paladina del capitalismo. Sono perciò militarmente addestrati.

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Il presidente Erdoğan mentre sulla rete televisiva pubblica riferisce del colloquio con il presidente Trump. Riprendendo le nostre rivelazioni, convalidate dal MIT, Erdoğan chiama in causa Pentagono e NATO per l’organizzazione delle manifestazioni contro il razzismo negli Stati Uniti e in Europa.

Ed è stato con un certo compiacimento che l’8 giugno 2020, in un colloquio telefonico con l’omologo USA, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha sottolineato come la NATO, che aveva usato le Brigate Internazionali Antifasciste sia contro la Siria sia contro la Turchia [2], ora usi gli stessi “Antifa” per coordinare le rivolte contro il razzismo negli Stati Uniti.

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Il probabile candidato del Partito Democratico, Joe Biden – la cui vicinanza al Pentagono già gli valse la nomina a vicepresidente di Barack Obama ¬– in una videodichiarazione durante i funerali di George Floyd. I media ne hanno riferito come di una cerimonia antirazzista. Ebbene, il servizio d’ordine della celebrazione cristiana è stato affidato alla Nation of Islam, solidale con la comunità nera: un’organizzazione che vive isolata e vieta i matrimoni interraziali ai propri membri.

In realtà razzismo e antirazzismo sono facce della medesima medaglia. Entrambe le ideologie si fondano sull’invenzione delle razze, che sappiamo non esistere. In entrambi i casi si tratta di conformarsi allo spirito del tempo. I razzisti rispondevano alle ideologie imperialista e colonialista, gli antirazzisti alla globalizzazione finanziaria. Hanno un’unica comune utilità politica: occupare il terreno per mascherare le autentiche lotte sociali.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

[1] «Storia mondiale dei Fratelli Mussulmani» (6 parti), Thierry Meyssan, 21 giugno 2019, traduzione di Alice Zanzottera; «Jammu e Kashmir: già dieci mesi d’isolamento», Moin hu Haque, Rete Voltaire, 16 giugno 2020, traduzione di Rachele Marmetti.

[2] “Le Brigate anarchiche della NATO”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 settembre 2017.