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TUTTO QUEL CHE VI NASCONDONO SULL’OPERAZIONE TURCA “FONTE DI PACE” 3/3

L’invasione turca del Rojava

La comunità internazionale pubblicamente teme la brutalità dell’intervento turco nel nord della Siria. Ufficiosamente però se ne rallegra perché l’operazione turca è la sola e unica soluzione per il ripristino della pace nella regione. Un ennesimo crimine mette fine alla guerra contro la Siria. La sorte dei mercenari stranieri di Idlib, jihadisti infuriati dopo otto anni di guerra particolarmente selvaggia e crudele, non è stata ancora decisa.

| Damasco (Siria)
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Il 15 ottobre 2016 il presidente Erdoğan annuncia ufficialmente che la Turchia realizzerà il giuramento nazionale di Mustafa Kemal Atatürk. Il Paese, che occupa già militarmente parte di Cipro e Iraq, ora rivendica parte della Siria e della Grecia. Il suo esercito si prepara.

Nel 2011 la Turchia ha organizzato, come le veniva richiesto, la migrazione di tre milioni di siriani allo scopo di fiaccare la Siria. Poi ha sostenuto i Fratelli Mussulmani e i gruppi jihadisti loro affiliati, compreso Daesh. Già che c’era, ha saccheggiato le macchine utensili di Aleppo e installato nell’Emirato Islamico officine di contraffazione.

Ebbra per le vittorie in Libia e Siria, la Turchia è diventata la Protettrice della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, s’è avvicinata all’Iran e ha sfidato l’Arabia Saudita. Ha installato basi militari attorno al Regno wahabita: in Qatar, Kuwait e Sudan; poi ha assoldato agenzie di relazioni pubbliche occidentali per distruggere l’immagine del principe Mohamed Bin Salman, soprattutto con l’affare Kashoggi [1]. Poco per volta è arrivata a pensare di poter estendere la propria potenza fino a diventare il XIV impero mongolo. Attribuendo, a torto, quest’evoluzione unicamente a Recep Tayyip Erdoğan, la CIA ha tentato più volte di assassinarlo e infine ha provocato il fallito colpo di Stato di luglio 2016. Sono seguiti tre anni d’incertezze, cui il presidente Erdoğan ha messo fine a luglio 2019, decidendo di anteporre il nazionalismo all’islamismo [2]. Oggi la Turchia, benché tuttora membro della NATO, veicola gas russo in Unione Europea e acquista S-400 da Mosca [3]. Tutela le minoranze, compresa quella kurda, e non pretende più di essere nazione mussulmano sunnita, bensì soltanto fedele al proprio ideale di Patria.

– Nella scorsa estate il presidente Donald Trump ha fatto sapere di aver intenzione di ritirare le truppe USA da tutta la Siria – a cominciare dal Rojava – a condizione che la linea di comunicazione tra Iran e Libano venga interrotta. Il ritiro era già stato annunciato il 17 dicembre 2018, mentre la condizione è una novità. La Turchia ha sottoscritto l’impegno, in cambio del diritto a occupare la striscia frontaliera siriana dalla quale l’artiglieria dei terroristi può bombardarla. – La Russia ha fatto sapere di non sostenere i delinquenti dello YPG e i crimini da loro commessi contro l’umanità e di accettare un intervento turco, a condizione che la popolazione cristiana possa tornare sulla propria terra. La Turchia se n’è assunta l’impegno. – La Siria ha fatto sapere che non avrebbe respinto nell’immediato un’invasione turca purché possa liberare nel governatorato di Idlib una porzione di territorio equivalente. La Turchia ha accettato. – L’Iran ha fatto sapere che, sebbene disapprovi un intervento turco, interverrà soltanto nell’interesse degli sciiti e che la sorte del Rojava non lo riguarda. Asserzione che la Turchia ha registrato.

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L’inizio della fine del Rojava è stato sancito dai vertici Stati Uniti/Russia, tenutisi a Tel Aviv e a Ginevra, rispettivamente a giugno e agosto 2019.

Più vertici internazionali sono stati organizzati per analizzare le conseguenze di queste posizioni e decidere questioni secondarie (per esempio che il petrolio nella striscia frontaliera siriana non potrà essere sfruttato dall’esercito turco, ma soltanto da una società statunitense). Dapprima si sono riuniti i consiglieri per la sicurezza statunitensi e russi. Poi i capi di Stato di Russia, Turchia e Iran. − Il 22 luglio 2019 la Turchia annuncia la sospensione dell’accordo con l’Unione Europea sull’immigrazione [4]. − Il 3 agosto il presidente Erdoğan nomina nuovi ufficiali superiori, alcuni dei quali kurdi, e ordina la preparazione dell’invasione del Rojava. − Erdoğan ordina altresì all’esercito turco di ritirarsi di fronte all’Esercito Arabo Siriano nel governatorato di Idlib, per consentire ai siriani di liberare una porzione di territorio equivalente a quella che i turchi avrebbero invaso a est. − Il 23 agosto il Pentagono ordina lo smantellamento delle fortificazioni dello YPG, in modo che l’esercito turco possa sferrare un’offensiva-lampo [6]. − Il 31 agosto, grazie a informazioni turche, per sostenere l’Esercito Arabo Siriano il Pentagono bombarda una riunione di dirigenti di Al Qaeda a Idlib, [7]. − Il 18 settembre il presidente Trump sostituisce il consigliere per la Sicurezza con Robert O’Brien, personalità discreta che conosce bene il presidente Erdoğan, con cui ha risolto le conseguenze del fallito colpo di Stato di luglio 2016 [8]. − Il 1° ottobre il presidente Erdoğan annuncia l’imminente spostamento di due milioni di rifugiati siriani in Rojava [9]. − Il 5 ottobre gli Stati Uniti chiedono ai membri della Coalizione Internazionale di recuperare i loro concittadini jihadisti imprigionati in Rojava. Il Regno Unito chiede siano trasferiti in Iraq, Francia e Germania invece rifiutano [10]. − Il 6 ottobre gli Stati Uniti dichiarano di non rispondere più degli jihadisti prigionieri, dal momento che il Rojava sta per passare sotto responsabilità turca. − Il 7 ottobre le Forze Speciali USA iniziano il ritiro dal Rojava. − Il 9 ottobre l’esercito turco – comandato soprattutto da ufficiali kurdi – e i miliziani turcomanni – che hanno rilevato la bandiera dell’Esercito Siriano Libero – invadono la striscia di territorio siriano profonda 32 chilometri, occupata dallo YPG.

Se si limita alla striscia frontaliera di 32 chilometri e non si trasforma in occupazione a tempo indeterminato, l’operazione turca “Fonte di pace” è perfettamente legale per il diritto internazionale [11]. Per questa ragione l’esercito turco ha fatto ricorso a migliaia di turcomanni per cacciare lo YPG dal resto del Rojava.

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Riunione di coordinamento dell’operazione “Fonte di Pace” nel bunker di comando del Palazzo Bianco ad Ankara.

La stampa internazionale non ha seguito gli eventi sul posto, si è accontentata delle contraddittorie dichiarazioni ufficiali degli ultimi mesi. Tutti gli Stati, all’unisono, denunciano l’operazione turca, compresi Stati Uniti, Russia, Israele, Iran e Siria, che l’hanno negoziata e convalidata. I Paesi che minacciano la Turchia dovrebbero riflettere sulla possibile migrazione dei loro concittadini, jihadisti agguerriti di Idlib.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunisce d’urgenza su richiesta del presidente Macron e della cancelliera Merkel. Per non far vedere che nessuno si oppone davvero all’intervento turco – nemmeno la Francia – la seduta si svolge a porte chiuse e non è oggetto di dichiarazioni da parte del presidente del Consiglio.

È poco probabile che l’esangue Siria possa nell’immediato recuperare questa striscia di territorio, quando l’Iraq non è riuscito a liberare Bashiqa (110 chilometri di profondità) e la stessa Unione Europea non è riuscita a liberare il terzo di Cipro, occupato dal 1974.

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L’11 ottobre Jens Stoltenberg porta alla Turchia la benedizione della NATO.

Nonostante le richieste di Francia e Germania, il Consiglio dell’Alleanza Atlantica non si riunirà. L’11 ottobre il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, si reca ad Ankara per assicurarsi che l’operazione sta funzionando. Elogia la grandezza della Turchia, chiudendo così il becco a tedeschi e francesi [12]. Il 13 ottobre lo YPG, in pieno sbandamento, cambia direzione; su consiglio russo, i dirigenti kurdi, che da sempre negoziano con Damasco, sulla base russa di Hmeimim dichiarano fedeltà alla Repubblica Araba Siriana [13]. Ciononostante, alcuni membri della direzione dello YPG contestano la rinuncia al Rojava.

Il 14 ottobre il presidente Donald Trump adotta sanzioni contro la Turchia: sono puramente simboliche, ma permettono ad Ankara di andare avanti nell’attacco, prescindendo dalle critiche [14].

Il presidente Donald Trump è riuscito a mettere fine al problema del Rojava. L’esercito russo ha occupato le basi USA, abbandonate dai GI’s, mettendo in mostra il ruolo che Mosca ora occupa in sostituzione di Washington.
La Siria, pur denunciando l’intervento turco, ha liberato un quarto del proprio territorio.
La Turchia regola la questione del terrorismo kurdo e sta pensando di regolare anche quella dei rifugiati siriani.
Grande sarà la tentazione della Turchia di non fermarsi ora.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

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