Rete Voltaire
“Sotto i nostri occhi” (7/25)

Daesh realizza il sogno dei Fratelli Mussulmani: il Califfato

Questo episodio conclude la sezione del libro di Thierry Meyssan, «Sotto i nostri occhi», dedicata ai Fratelli Mussulmani. Con l’ISIS la Fratellanza realizza il sogno di restaurare il Califfato. Questo primo Stato terrorista riuscirà a funzionare per due anni, grazie all’aiuto degli Occidentali.

| Damasco (Siria)
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Questo’ articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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L’ISIS si è fatto conoscere per torture e sgozzamenti praticati in pubblico.

ISIS E CALIFFATO

Inizialmente, i membri dell’organizzazione del Fronte al-Nusra (Al Qaida in Siria) sono siriani andati a combattere in Iraq dopo la caduta di Baghdad nel 2003. Tornano in Siria per partecipare all’operazione organizzata contro la Repubblica, che sarà posticipata a luglio 2012. Per due anni, fino al 2005, hanno beneficiato degli aiuti dalla Siria che ne ha consentito la libera circolazione credendo che combattessero l’invasore statunitense. Tuttavia è parso evidente, quando il generale David Petraeus è giunto in Iraq, che la loro vera funzione era di combattere gli sciiti iracheni per la gioia degli occupanti. Nell’aprile 2013 l’Emirato islamico in Iraq – da cui derivano – viene riorganizzato con il nome di Emirato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL). I membri del Fronte al-Nusra, che hanno occupato molti territori in Siria, si rifiutano di rientrare nell’organizzazione madre.

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Il senatore John McCain nella Siria occupata. A destra, in primo piano, il direttore della Syrian Emergency Task Force. Al centro, nel vano della porta, il portavoce della Northern Storm Brigade (Al Qaida), Muhammad Nur. Le famiglie degli ostaggi libanesi denunceranno il “senatore” per complicità nel sequestro. McCain affermerà di non conoscere Nur. Forse costui si è insinuato furtivamente nella foto ufficiale, diffusa dalla segreteria stessa del senatore.

Nel maggio 2013 un’organizzazione sionista statunitense, la Syrian Emergency Task Force, organizza il viaggio del senatore McCain nelle zone occupate in Siria. Il senatore incontra diversi criminali come Muhammad Nur, portavoce della katiba (brigata) Northern Storm Brigade (Al Qaida), che ha rapito e trattenuto 11 pellegrini sciiti libanesi ad Azaz. Una fotografia pubblicata dal suo servizio stampa lo mostra discutere con i capi dell’Esercito siriano libero, alcuni dei quali portano anche la bandiera del Fronte al-Nusra. Sorge un dubbio sull’identità di uno di loro. Personalmente, scriverò in seguito che si tratta del futuro Califfo dell’ISIS, notizia che il segretario del senatore smentirà ufficialmente [1]. Visto che si tratta dello stesso uomo che ha fatto da traduttore per i giornalisti, c’è un ampio margine per il dubbio. Il segretariato affermerà che la mia ipotesi è assurda, avendo più volte l’ISIS minacciato di morte lo stesso senatore. In seguito John McCain dichiarerà in televisione – senza temere di contraddirsi – di conoscere personalmente i capi dell’ISIS e di essere “in costante contatto con loro”. Se il senatore non si fa illusioni sugli islamisti, mostra di aver imparato la lezione del Vietnam, sostenendoli contro il “regime di Bashar” per necessità strategica. Così, prima dell’esordio degli eventi in Siria, ha predisposto l’invio delle armi dal Libano e scelto il villaggio di Arsal come base logistica per le future operazioni. Durante questi passaggi nella Siria jihadista, valuta le future condizioni operative dell’ISIS.

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John McCain e lo stato maggiore dell’Esercito Siriano Libero. In primo piano, a sinistra, l’uomo con cui il senatore sta discutendo interpreterà in seguito il ruolo del “Califfo Ibrahim” dell’ISIS. Accanto a lui il brigadiere generale Salim Idriss (con gli occhiali). Il “Califfo” è un attore che mai ha avuto incarichi di responsabilità. Secondo McCain non si tratta del califfo, bensì di qualcuno che gli somiglia. Il senatore in seguito ammetterà di essere in contatto permanente con l’ISIS.

Nel dicembre 2013 la polizia e la giustizia turca scoprono che il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan ha ricevuto in segreto e per diversi anni Yassin Kadi, il banchiere di Al Qaida. Le fotografie attestano che è arrivato più volte su un aereo privato e che è stato accolto dopo che le telecamere di sorveglianza dell’aeroporto sono state spente. Un tempo – e probabilmente ancora – Kadi è stato amico intimo del vicepresidente degli USA Dick Cheney. Rimosso dalla lista delle persone ricercate dalle Nazioni Unite solamente il 5 ottobre 2012 e dal Dipartimento di Stato il 26 novembre 2014, da molto più tempo incontra Erdoğan. Ammette di essere responsabile del finanziamento della Legione araba di bin Laden in Bosnia-Erzegovina (1991-1995) e del presidente Alija Izetbegovic´. Secondo l’FBI avrebbe avuto un ruolo centrale nel finanziamento degli attentati alle ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya (1998), oltre ad aver posseduto la società di software Ptech (ora GoAgile) sospettata di ricoprire un ruolo importante nel terrorismo internazionale.

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Le videocamere di sorveglianza dell’aeroporto di Istanbul hanno sorpreso Bilal Erdoğan mentre riceve il tesoriere di Al Qaida, Yassin Kadi.

Qualche tempo dopo, la polizia turca perquisisce la sede della IHH e interroga Halis B. – sospettato di essere il capo di Al Qaida in Turchia – e Ibrahim S., il vicecomandante dell’organizzazione per il Vicino Oriente. Erdoğan riesce a estromettere i poliziotti e fa liberare i sospettati.

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Un ufficiale dell’ISIS dichiara alla televisione pubblica saudita Al-Arabiya che l’organizzazione è diretta dal principe Abdulrahman al-Faisal.

Nel gennaio 2014 gli Stati Uniti avviano un ampio programma per creare un’organizzazione jihadista il cui nome non viene rivelato. Sono predisposti tre campi di addestramento in Turchia, a Sanliurfa, Osmaniye e Karaman [2]. Le armi arrivano all’ISIS in modo così massiccio da suscitare l’invidia di al-Nusra, e per diversi mesi i due gruppi si combattono senza esclusione di colpi. Francia e Turchia, che non hanno immediatamente capito cosa stia accadendo, inviano munizioni ad al-Nusra (Al Qaida) perché possa accaparrarsi il bottino dell’ISIS. Intanto l’Arabia Saudita rivendica la sua leadership sull’ISIS e indica la sua guida: il principe Abdurahman al-Faysal, fratello dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti e del ministro degli Esteri saudita.

Le cose pian piano si chiariscono e il 18 febbraio la Casa Bianca convoca i capi delle intelligence di Arabia Saudita, Giordania, Qatar e Turchia. Il consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice, annuncia che il principe Bandar non è riuscito a ristabilirsi e che sarà sostituito dal principe Muhammad bin Nayaf per supervisionare i jihadisti. Ma il fatto che Nayaf non abbia alcuna autorità su costoro contribuisce a stuzzicare l’appetito dei turchi. Susan Rice comunica il nuovo organigramma dell’Esercito siriano libero e li informa che Washington ha intenzione di affidare loro una vasta operazione segreta per rimodellare i confini. Ai primi di maggio Abdalhaqim Belhadj – ex capo di Al Qaida, governatore militare di Tripoli e fondatore dell’Esercito siriano libero – si reca a Parigi – ricevuto al Quai d’Orsay – per informare il governo francese dei piani di jihadisti e americani e per porre fine alla guerra della Francia contro l’ISIS. Dal 27 maggio al 1° giugno i capi jihadisti sono invitati per alcune consultazioni ad Amman (Giordania).

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Estratto del processo verbale della riunione presieduta dalla CIA ad Amman, redatto dai servizi dell’intelligence turca (documento diffuso dal quotidiano turco Özgür Gündem del 6 luglio 2014).

Secondo il verbale di questa riunione, i combattenti sunniti sono stati raggruppati sotto la bandiera dell’ISIS, hanno ricevuto armi ucraine in abbondanza – oltre ad alcuni autoveicoli –, e hanno preso il controllo di una vasta area a cavallo tra Siria e Iraq, perlopiù desertica, per proclamarvi uno Stato indipendente. La loro missione intende interrompere l’asse Beirut-Damasco-Baghdad-Teheran e, al contempo, far saltare i confini franco-britannici di Siria e Iraq. L’ex vicepresidente iracheno Izzat Ibrahim al-Douri – capo dell’Ordine Naqshbandıˉ nel suo paese – annuncia l’adesione di 80 mila ex soldati dell’esercito di Saddam, mentre la CIA conferma che 120 mila veterani delle tribù sunnite di al-Anbar si uniranno all’ISIS insieme alle armi pesanti che il Pentagono consegnerà sul posto, ufficialmente per l’esercito iracheno. Masrour “Juma” Barzani, capo dei servizi segreti del Governo regionale curdo dell’Iraq, ottiene il permesso di annettere i territori contesi a Kirkuk mentre l’ISIS occupa l’al-Anbar. Non si capisce che senso abbia la presenza del Mullah Krekar, che ufficialmente sta scontando una pena detentiva in Norvegia ma che comunque arriva a bordo di un aereo speciale della NATO. In realtà, da molti anni svolge un ruolo importante nella preparazione ideologica degli islamisti per la proclamazione del Califfato. Ma non si discuterà di questo problema nel corso della riunione.

Nel frattempo, all’accademia militare di West Point il presidente Barack Obama annuncia la ripresa della “guerra al terrorismo” e l’assegnazione di un budget annuale di 5 miliardi di dollari. La Casa Bianca dichiarerà in seguito che il programma prevedeva, tra l’altro, l’addestramento di 5.400 ribelli moderati nell’arco di un anno.

A giugno l’Emirato islamico lancia un primo attacco in Iraq e poi in Siria, proclamando il Califfato. Fino ad allora l’ISIS – o Daesh nell’acronimo arabo – avrebbe dovuto essere formato solo da poche centinaia di combattenti, ma, come per miracolo, ha raccolto fin da subito centinaia di migliaia di mercenari. Le porte dell’Iraq vengono loro aperte dagli ex ufficiali di Saddam Hussein – per ritorsione nei confronti del governo di Baghdad – e da ufficiali sciiti, poi emigrati negli Stati Uniti. L’ISIS sequestra le armi dell’esercito iracheno che il Pentagono ha appena consegnato e le riserve della Banca centrale di Mosul. In contemporanea e in modo coordinato, il Governo regionale del Kurdistan annette Kirkuk e annuncia il referendum per l’autodeterminazione. Per impedire che i gruppi jihadisti in competizione con l’Emirato islamico rifluiscano in Turchia, Ankara chiude il confine con la Siria.

Al momento dell’insediamento, l’ISIS piazza alcuni amministratori civili addestrati a Fort Bragg (Stati Uniti), alcuni dei quali hanno fatto parte dell’amministrazione statunitense dell’Iraq. L’ISIS dispone all’istante di un’amministrazione statale, come definito nello State building dell’esercito statunitense. Si tratta evidentemente di una trasformazione assoluta per chi, solo un paio di settimane prima, non era altro che un gruppetto terroristico.

Quasi tutto è stato pianificato in anticipo. Così, quando l’ISIS s’impossessa degli aeroporti militari iracheni, subito dispone di piloti ed elicotteri da combattimento. Non si tratta di vecchi piloti dell’esercito iracheni, la cui competenza è considerata perduta dopo 6 mesi di interruzione dai voli. Ma i pianificatori si sono dimenticati di fornire le squadre tecniche necessarie, per cui parte dell’attrezzatura non può essere impiegata.

L’ISIS dispone di un servizio di comunicazione che sembra perlopiù composto da specialisti dell’MI6, responsabili sia della pubblicazione dei giornali, sia della messa in scena della violenza di Allah. Si tratta di un altro cambiamento per i jihadisti: fino a quel momento hanno usato la violenza per terrorizzare la popolazione, ma adesso la moltiplicano per scioccare e ipnotizzare. Girati con maestria estetizzante, i loro video colpiscono gli animi e attirano gli amanti degli snuff movies.

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John McCain e Abdalhaqim Belhadj. Quando viene scattata la foto, l’Interpol sta cercando Belhadj, quale emiro dell’ISIS in Maghreb.

Il successo clamoroso dell’ISIS induce gli islamisti di tutto il mondo ad abbracciarlo. Se Al Qaida è stato il loro riferimento nel periodo di Osama bin Laden e dei suoi sosia, il califfo “Ibrahim” è il nuovo idolo. Uno dopo l’altro, la maggior parte dei gruppi jihadisti nel mondo giura fedeltà all’ISIS. Il 23 febbraio 2015 il procuratore generale dell’Egitto, Hisham Barakat, trasmette una nota all’Interpol secondo cui Abdalhaqim Belhadj, governatore militare di Tripoli, è il capo dell’ISIS nel Maghreb.

L’ISIS sfrutta il petrolio iracheno e siriano [3], con il greggio che viene trasportato tramite l’oleodotto controllato dal Governo regionale curdo dell’Iraq o le autocisterne di Serii e Sam Otomotiv attraverso i valichi di frontiera di Karkamıs¸, Akçakale, Cilvegözü e Öncüpinar. Una parte del greggio viene raffinata per il consumo in Turchia dalla Turkish Petroleum Refineries Co. (Tüpras) a Batman e spedita da Ceyhan, Mersin e Dortyol su navi della Palmali Shipping & Agency JSC, la società del miliardario turco-azero Mubariz Gurbanoglu. La maggior parte del greggio arriva in Israele per ricevere falsi certificati di origine, quindi in Europa (in Francia a Fos-sur-Mer, dove viene raffinato). Il resto viene mandato direttamente in Ucraina. Questo schema è ben noto agli addetti ai lavori e viene discusso al Congresso mondiale delle compagnie petrolifere (15-19 giugno, a Mosca). Alcuni intervengono assicurando che ARAMCO (USA/Arabia Saudita) organizza la distribuzione del petrolio dell’ISIS in Europa, mentre Exxon-Mobil (la compagnia dei Rockefeller che governa il Qatar) si occupa di quello di Al-Nusra [4]. Pochi mesi dopo, la rappresentante dell’UE in Iraq, l’ambasciatrice Jana Hybášková, confermerà durante un’udienza al Parlamento europeo che alcuni Stati membri dell’UE hanno sovvenzionato l’ISIS comprandone il petrolio.

All’inizio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non denuncia tale traffico, al massimo il suo presidente si limita a ricordare il divieto di commerciare con le organizzazioni terroristiche. Ma nel febbraio 2015 viene approvata la Risoluzione 2199. Così Mubariz Gurbanoglu si ritira e vende molte sue navi (le Mecid Aslanov, Begim Aslanova, Poet Qabil, Armada Breeze e Shovket Alekperova) al Gruppo BMZ Denizcilik ve Insaat A.S., società di navigazione di Bilal Erdoğan – figlio del presidente Recep Tayyip –, che in questo modo riesce a far proseguire il traffico. Nel novembre 2015, in occasione del vertice del G20 ad Adalia, Putin accusa la Turchia di aver violato la Risoluzione delle Nazioni Unite e di vendere il petrolio dell’ISIS. Di fronte alle smentite del presidente Erdoğan, il capo delle operazioni delle forze armate russe – il generale Sergej Rudskoj – rende note tramite una conferenza stampa le immagini satellitari di 8.500 autocisterne che stanno attraversando il confine turco. Nell’immediato, l’aeronautica russa riesce a distruggere i camion in Siria, ma la maggior parte del traffico prosegue per il Kurdistan iracheno, sotto la responsabilità del presidente Masud Barzani. Vengono avviati i lavori per ampliare il terminal petrolifero “Yumurtalik” – collegato all’oleodotto turco-iracheno di Kirkuk-Ceyhan –, aumentandone la capacità di stoccaggio fino a 1,7 milioni di tonnellate.

Le autocisterne appartengono a una società che in passato ha ottenuto – senza bando di gara – il monopolio per il trasporto di petrolio su territorio turco, la Powertans, di proprietà della misteriosa Grand Fortune Ventures di Singapore, poi trasferitasi alle Isole Cayman. Dietro a questa società si nasconde la Calik Holding di Berat Albayrak, genero del presidente Erdoğan e suo ministro dell’Energia [5].

Anche il petrolio trasportato dall’oleodotto curdo viene venduto. Tuttavia, quando il governo iracheno denuncia la complicità di Barzani con l’ISIS e il relativo furto di beni pubblici iracheni, Ankara finge di stupirsi. Erdoğan blocca quindi le finanze dei curdi iracheni su un conto bancario turco, in attesa che Arbil e Baghdad chiariscano le rispettive posizioni. Naturalmente, essendo il denaro presumibilmente bloccato, i profitti dei relativi investimenti non vengono denunciati alla finanza turca ma versati all’AKP.

Nel settembre 2014 il califfo punisce i dirigenti dell’organizzazione: i capi maghrebini in generale, e tunisini in particolare, sono accusati di disobbedienza, condannati a morte e giustiziati. Sono sostituiti da ceceni georgiani e uiguri cinesi. L’ufficiale dell’intelligence militare della Georgia, Tarkhan Batirashvili, diventa il braccio destro del califfo con il nome di “Abu Omar al-Shishani”. Ingenuamente, il ministro della Difesa georgiano ed ex capo del “governo abkhazo in esilio”, Irakli Alasania, annuncia di essere pronto a ospitare i campi di addestramento dei jihadisti siriani nel suo paese.

Reagendo alle stragi e all’esecuzione di due giornalisti statunitensi, il presidente Obama annuncia il 13 settembre la creazione della Coalizione anti-ISIS. Nella battaglia di Kobanê – in Siria –, gli aerei dell’US Air Force alcuni giorni bombardano l’ISIS e altri lanciano armi e munizioni.

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Secondo la stampa statunitense, il francese David Drugeon, ufficiale dei servizi segreti militari francesi, è l’artificiere dell’ISIS che ha formato Mohammed Merah e i fratelli Kouachi. Il ministero della Difesa smentisce di averlo impiegato, ma la stampa USA conferma le proprie asserzioni. Dopo un bombardamento alleato, Drugeon è opportunamente dichiarato disperso.

La Coalizione dichiara di voler condurre un’operazione contro il gruppo Khorasan di Al Qaida in Siria. Anche se non vi è alcuna prova dell’esistenza di tale gruppo, la stampa statunitense sostiene che è diretto da un artificiere dei servizi segreti francesi in missione, David Drugeon, notizia subito negata dal Ministero della Difesa francese. Successivamente la stampa statunitense afferma che Drugeon ha addestrato per conto dei servizi segreti francesi Mohammed Merah (responsabile degli attentati di Tolosa e Montauban nel 2012) e i fratelli Kouachi (responsabili dell’attentato contro Charlie Hebdo a Parigi, nel 2015).

Per aumentare le risorse a disposizione, l’ISIS impone tasse nei territori che amministra, chiede il riscatto dei prigionieri e traffica in oggetti antichi. Quest’ultima attività è controllata da Abu Sayyaf al-Iraqi. I reperti rubati vengono inviati a Gaziantep (Turchia), spediti direttamente ai collezionisti che li hanno ordinati tramite le aziende Senocak Nakliyat, Devran Nakliyat, Karahan Nakliyat e Egemen Nakliyat, o venduti al mercato di Bakircilar Çarsisi [6].

Inoltre la mafia turca – guidata dal primo ministro Binali Yildirim – predispone alcune fabbriche di contraffazione sul territorio dell’Emirato islamico e da lì si espande in Occidente.

Infine, abbandonata la carica di presidente afgano, Hamid Karzai sottrae il traffico di oppio ed eroina afgana ai kosovari per affidarlo al Califfato. Per molti anni la famiglia del presidente afghano – soprattutto suo fratello Ahmed Wali Karzai, fino all’assassinio – governa il cartello leader dell’oppio. Sotto la protezione delle forze armate degli Stati Uniti, l’Afghanistan produce 380 tonnellate di eroina all’anno delle 430 del mercato globale. Questo commercio avrebbe fruttato al clan Karzai 3 miliardi di dollari nel 2013. L’ISIS si occupa del trasporto della droga in Europa attraverso le sue filiali africane e asiatiche.

LA LIQUIDAZIONE DELL’ISIS

Il 21 maggio 2017 il presidente Donald Trump annuncia a Riad che gli Stati Uniti rinunciano alla creazione di un Sunnistan – ovvero il Califfato dell’ISIS – a cavallo tra Iraq e Siria, e che smetteranno di appoggiare il terrorismo internazionale. Ingiunge inoltre a tutti gli Stati musulmani di fare altrettanto. Il discorso è stato accuratamente preparato insieme al Pentagono e al principe Mohammad bin Salman, ma senza il coinvolgimento di Londra.

Mentre l’obbediente Arabia Saudita inizia a smantellare il gigantesco apparato di sostegno ai Fratelli musulmani – che ha sviluppato in oltre sessant’anni –, il Regno Unito, il Qatar, la Turchia e la Malesia rifiutano la svolta americana.

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Come in Afghanistan, dove ha rinominato il “Fronte Unito Islamico per la salvezza dell’Afghanistan” in “Alleanza del Nord”, per conquistare il sostegno dell’opinione pubblica occidentale a “chi resiste ai Talebani”, l’MI6 ha rinominato in Myanmar il “Movimento per la Fede” in “Esercito per la salvezza dei Rohingya nel Rakhine”. In entrambi i casi è sparito ogni riferimento ai Fratelli Mussulmani.

Nell’agosto 2017 Londra lancia l’Esercito per la salvezza dei Rohingya nel Rakhine contro il governo birmano. Per un mese l’opinione pubblica internazionale trabocca di informazioni travisate che attribuiscono l’esodo dei Rohingya musulmani del Myanmar in Bengala ai soprusi dell’esercito buddista birmano. È dunque necessario “lanciare” la seconda fase della guerra delle civiltà: dopo l’attacco dei musulmani ai cristiani, quello dei buddisti contro i musulmani. L’operazione viene però interrotta quando l’Arabia Saudita smette di sostenere l’Esercito per la salvezza dei Rohingya, la cui sede si trova a La Mecca [7].

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Tre giorni prima degli attentati in Sri Lanka il ministro saudita degli Esteri invia un cablogramma all’ambasciatore saudita di Colombo, ingiungendogli di confinare il proprio personale nell’ambasciata per tre giorni e di vietargli assolutamente di frequentare i luoghi che saranno distrutti dagli attentati (fonte: Alahed News).

In sostanza gli Stati Uniti, l’Iran e l’Iraq scacciano l’ISIS dall’Iraq mentre la Siria e la Russia lo allontanano dalla Siria.

Il 21 aprile 2019, giorno della Pasqua cristiana, l’ISIS organizza in Sri Lanka un’operazione di vasta portata, uccidendo 258 persone e ferendone 496.

Il presidente egiziano Anwar al-Sadat tentò, per profitto personale, la restaurazione del califfato pensata da Hasan al-Banna nel 1928: un tentativo costatogli la vita. L’ISIS è riuscito a instaurare il califfato, ma la vicenda si è conclusa con un fallimento. La resistenza delle popolazioni arabe, troppo risoluta, nonché l’opposizione del presidente Trump non hanno permesso di proseguire l’esperienza. Al momento non sappiamo se l’Emirato Islamico avesse avuto dalla Guida il mandato di proclamarsi Califfato o se abbia approfittato del sostegno occidentale per farlo. In ogni caso i jihadisti non si fermeranno.

(segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] “John McCain, maestro concertatore della "primavera araba", e il Califfo”, di Thierry Meyssan, Traduzione Luisa Martini, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 18 agosto 2014.

[2] “Israeli general says al Qaeda’s Syria fighters set up in Turkey”, Dan Williams, Reuters, January 29, 2014.

[3] Documento ONU S/2016/94. « Rapport de Renseignement russe », Réseau Voltaire, 29 janvier 2016.

[4] “Jihadismo e industria petrolifera”, di Thierry Meyssan, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 23 giugno 2014.

[5] “Hacked Emails Link Turkish Minister to Illicit Oil”, Ahmed Yayla, World Policy, October 17, 2016.

[6] Documento ONU S/2016/298. « Rapport de Renseignement russe sur le trafic d’antiquités de Daesh », Réseau Voltaire, 8 mars 2016.

[7] “L’Islam politico contro la Cina”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 3 ottobre 2017.

L’articolo è su licenza Creative Commons

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